Irripetibilità dell’indebito pensionistico: inapplicabilità del principio ai trattamenti previdenziali

L’indennità di mobilità è, di certo, trattamento previdenziale ma non pensionistico, con connotazione di tipica prestazione di sicurezza sociale volta al sostegno economico di chi si trova in stato di bisogno. Di qui, nel caso di pagamenti erroneamente effettuati dall’Inps, non risulta applicabile il principio di irripetibilità dell’indebito pensionistico, anche considerando la specialità della norma di legge, il che ne esclude l’interpretazione analogica e la sua applicazione a qualunque prestazione previdenziale (Corte di Cassazione, sentenza 02 dicembre 2019, n. 31373)

Una Corte d’appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di primo grado, aveva accolto la domanda proposta dagli eredi di un lavoratore nei confronti dell’INPS, ritenendo insussistente il diritto dell’Istituto alla ripetizione dei ratei dell’assegno ordinario di invalidità erogati, per avere percepito il dante causa, nel medesimo periodo, anche il trattamento di mobilità, senza effettuare l’opzione per l’uno o l’altro trattamento. La Corte territoriale, ricondotta l’erogazione della doppia prestazione ad un errore imputabile all’Istituto, consistito nella mancata valutazione di dati ad esso noti o comunque disponibili e verificabili, nonchè ravvisata la buona fede del percettore delle due prestazioni, ha ritenuto applicabile la previsione per cui, in caso di errore di qualsiasi natura in sede di attribuzione, erogazione o riliquidazione della prestazione, non si fa luogo al recupero delle somme corrisposte, salvo che l’indebita percezione sia dovuta a dolo dell’interessato (art. 52, L. n. 88/1989).
Avverso la sentenza ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando la non conformità a diritto della pronunzia resa dalla Corte di merito e assumendo che la previsione normativa citata (art. 52, L. n. 88/1989) debba riferirsi esclusivamente a prestazioni pensionistiche in tutto o in parte non dovute o a trattamenti di famiglia. Di qui, vertendo la fattispecie in tema di pagamenti effettuati senza titolo (indennità di mobilità indebitamente percepita), si imponeva il riferimento alla ordinaria disciplina codicistica dell’indebito oggettivo.
Per la Suprema Corte il ricorso è da accogliere.
L’iniziativa dell’Ente previdenziale volta al recupero della somma, ha avuto ad oggetto i ratei dell’indennità di mobilità riscossi dal dante causa, titolare dell’assegno ordinario di invalidità, per il periodo in cui il medesimo aveva esercitato l’opzione in favore dell’assegno ordinario di invalidità. E’ dunque in riferimento al trattamento previdenziale di mobilità, indebitamente goduto dall’assicurato, che occorre verificare la corretta o falsa applicazione del disposto normativo.
Orbene, il trattamento di mobilità è, di certo, trattamento previdenziale ma non pensionistico, con connotazione di tipica prestazione di sicurezza sociale volta al sostegno economico di chi si trova in stato di bisogno. Tanto basterebbe per escludere la fattispecie in esame dall’alveo di applicabilità del principio di irripetibilità dell’indebito pensionistico.
In ogni caso, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, il carattere eccezionale della disposizione sull’indebito implica che essa non sia suscettibile di interpretazione analogica ed esclude la sua applicazione a qualunque prestazione previdenziale (Corte di Cassazione, sentenza n. 28517/2008), per le quali occorre, invece, fare riferimento alla disciplina generale dell’indebito oggettivo (art. 2033 c.c.).

L’indennità di mobilità è, di certo, trattamento previdenziale ma non pensionistico, con connotazione di tipica prestazione di sicurezza sociale volta al sostegno economico di chi si trova in stato di bisogno. Di qui, nel caso di pagamenti erroneamente effettuati dall’Inps, non risulta applicabile il principio di irripetibilità dell’indebito pensionistico, anche considerando la specialità della norma di legge, il che ne esclude l’interpretazione analogica e la sua applicazione a qualunque prestazione previdenziale (Corte di Cassazione, sentenza 02 dicembre 2019, n. 31373)

Una Corte d'appello territoriale, in riforma della decisione del Tribunale di primo grado, aveva accolto la domanda proposta dagli eredi di un lavoratore nei confronti dell'INPS, ritenendo insussistente il diritto dell'Istituto alla ripetizione dei ratei dell'assegno ordinario di invalidità erogati, per avere percepito il dante causa, nel medesimo periodo, anche il trattamento di mobilità, senza effettuare l'opzione per l'uno o l'altro trattamento. La Corte territoriale, ricondotta l'erogazione della doppia prestazione ad un errore imputabile all'Istituto, consistito nella mancata valutazione di dati ad esso noti o comunque disponibili e verificabili, nonchè ravvisata la buona fede del percettore delle due prestazioni, ha ritenuto applicabile la previsione per cui, in caso di errore di qualsiasi natura in sede di attribuzione, erogazione o riliquidazione della prestazione, non si fa luogo al recupero delle somme corrisposte, salvo che l'indebita percezione sia dovuta a dolo dell'interessato (art. 52, L. n. 88/1989).
Avverso la sentenza ricorre così in Cassazione l’Inps, lamentando la non conformità a diritto della pronunzia resa dalla Corte di merito e assumendo che la previsione normativa citata (art. 52, L. n. 88/1989) debba riferirsi esclusivamente a prestazioni pensionistiche in tutto o in parte non dovute o a trattamenti di famiglia. Di qui, vertendo la fattispecie in tema di pagamenti effettuati senza titolo (indennità di mobilità indebitamente percepita), si imponeva il riferimento alla ordinaria disciplina codicistica dell'indebito oggettivo.
Per la Suprema Corte il ricorso è da accogliere.
L'iniziativa dell'Ente previdenziale volta al recupero della somma, ha avuto ad oggetto i ratei dell'indennità di mobilità riscossi dal dante causa, titolare dell'assegno ordinario di invalidità, per il periodo in cui il medesimo aveva esercitato l'opzione in favore dell'assegno ordinario di invalidità. E' dunque in riferimento al trattamento previdenziale di mobilità, indebitamente goduto dall'assicurato, che occorre verificare la corretta o falsa applicazione del disposto normativo.
Orbene, il trattamento di mobilità è, di certo, trattamento previdenziale ma non pensionistico, con connotazione di tipica prestazione di sicurezza sociale volta al sostegno economico di chi si trova in stato di bisogno. Tanto basterebbe per escludere la fattispecie in esame dall'alveo di applicabilità del principio di irripetibilità dell’indebito pensionistico.
In ogni caso, secondo consolidata giurisprudenza di legittimità, il carattere eccezionale della disposizione sull'indebito implica che essa non sia suscettibile di interpretazione analogica ed esclude la sua applicazione a qualunque prestazione previdenziale (Corte di Cassazione, sentenza n. 28517/2008), per le quali occorre, invece, fare riferimento alla disciplina generale dell'indebito oggettivo (art. 2033 c.c.).

Esposizione all’amianto, la domanda Inps condizione di proponibilità dell’azione giudiziaria

In riferimento al procedimento giudiziario inteso al riconoscimento del diritto alla rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, la domanda amministrativa della prestazione all’Inps, unico ente legittimato a concedere il beneficio, è condizione di proponibilità di quella giudiziaria, a nulla rilevando la domanda di rilascio della certificazione inoltrata all’INAIL, con esito negativo.

Una Corte d’Appello territoriale, confermando la sentenza di prime cure, aveva dichiarato improponibile per mancanza della preventiva domanda amministrativa all’Inps, la domanda giudiziaria proposta da alcuni lavoratori dipendenti per il conseguimento del beneficio pensionistico consistente nella rivalutazione dei periodi di lavoro per esposizione decennale all’amianto (art. 13, co. 8, L. n. 257/1992).
La Corte territoriale, a fondamento della decisione, aveva osservato che l’oggetto della causa non atteneva al diritto al ricalcolo della prestazione pensionistica ma concerneva, piuttosto, il riconoscimento di un beneficio previdenziale dotato di una propria autonomia. Nella fattispecie, era pacifica la mancanza della domanda amministrativa all’INPS, che non era sanabile.
Ricorrono così in Cassazione i lavoratori, lamentando che non era prevista l’obbligatorietà dalla domanda amministrativa all’INPS in quanto non era richiesta una prestazione, ma l’accertamento di un diritto. Altresì, i ricorrenti deducono che la finalità deflattiva del contenzioso, che secondo la Corte territoriale era il presupposto logico della preventiva domanda amministrativa, fosse superata dal fatto che gli accertamenti INAIL erano stati negativi e, dunque, l’interesse ad ottenere una pronuncia giudiziale fosse attuale e concreto.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato.
Il beneficio in parola prevede che, ai fini del conseguimento delle prestazioni pensionistiche, i periodi di lavoro soggetti all’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, derivanti dall’esposizione all’amianto gestita dall’INAIL, laddove superino i 10 anni, siano moltiplicati per il coefficiente 1,5 (art. 13, co. 8, L. n. 257/1992). Peraltro, a decorrere dal 1° ottobre 2003 (art. 47, co. 1, D.L. n. 269/2003), il predetto coefficiente è ridotto a 1,25 e si applica ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime.
Orbene, secondo costante orientamento, con riferimento al procedimento giudiziario inteso al riconoscimento del diritto alla rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, la domanda amministrativa della prestazione all’Ente erogatore (art. 7, L. n. 533/1973), è condizione di proponibilità di quella giudiziaria (ex multis, Corte di Cassazione, ordinanza n. 3746/ 2016). In particolare, la relativa domanda amministrativa deve essere presentata all’INPS, unico ente legittimato a concedere il beneficio previdenziale e non è fungibile rispetto alla domanda inoltrata all’INAIL, diretta unicamente al rilascio della certificazione di esposizione all’amianto.
Per altro verso, poi, alla fattispecie in esame deve comunque applicarsi la decadenza dall’azione giudiziaria (art. 47, D.P.R. n. 639/1970), mentre non rilevano i principi affermati dalle Sezioni unite (Corte di Cassazione, sentenza n. 12720/2009), circa l’inapplicabilità della decadenza per l’azione di riliquidazione delle prestazioni riconosciute solo in parte ai pensionati, poiché ciò che si fa valere non è il diritto alla rivalutazione dell’ammontare dei singoli ratei pensionistici erroneamente liquidati, bensì il diritto ad un beneficio che, seppure strumentale ad essi, è dotato di una sua specifica individualità e autonomia, in quanto operante sulla contribuzione ed ancorato a presupposti propri e distinti (Corte di Cassazione, sentenza 3 febbraio 2012, n. 1629).
Da ultimo, nell’ipotesi di mancanza della domanda amministrativa di rivalutazione contributiva per esposizione all’amianto, non è applicabile la previsione (art. 443, c.p.c.) che impone di attendere, una volta proposta la domanda amministrativa, nonché il ricorso amministrativo avverso la decisione sfavorevole assunta dell’ente competente, l’esaurimento dei procedimenti previsti per la composizione della questione in sede amministrativa (Corte di Cassazione, sentenza del 10 maggio 2017, n. 11438).

In riferimento al procedimento giudiziario inteso al riconoscimento del diritto alla rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, la domanda amministrativa della prestazione all'Inps, unico ente legittimato a concedere il beneficio, è condizione di proponibilità di quella giudiziaria, a nulla rilevando la domanda di rilascio della certificazione inoltrata all’INAIL, con esito negativo.

Una Corte d'Appello territoriale, confermando la sentenza di prime cure, aveva dichiarato improponibile per mancanza della preventiva domanda amministrativa all'Inps, la domanda giudiziaria proposta da alcuni lavoratori dipendenti per il conseguimento del beneficio pensionistico consistente nella rivalutazione dei periodi di lavoro per esposizione decennale all’amianto (art. 13, co. 8, L. n. 257/1992).
La Corte territoriale, a fondamento della decisione, aveva osservato che l'oggetto della causa non atteneva al diritto al ricalcolo della prestazione pensionistica ma concerneva, piuttosto, il riconoscimento di un beneficio previdenziale dotato di una propria autonomia. Nella fattispecie, era pacifica la mancanza della domanda amministrativa all'INPS, che non era sanabile.
Ricorrono così in Cassazione i lavoratori, lamentando che non era prevista l'obbligatorietà dalla domanda amministrativa all'INPS in quanto non era richiesta una prestazione, ma l’accertamento di un diritto. Altresì, i ricorrenti deducono che la finalità deflattiva del contenzioso, che secondo la Corte territoriale era il presupposto logico della preventiva domanda amministrativa, fosse superata dal fatto che gli accertamenti INAIL erano stati negativi e, dunque, l'interesse ad ottenere una pronuncia giudiziale fosse attuale e concreto.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato.
Il beneficio in parola prevede che, ai fini del conseguimento delle prestazioni pensionistiche, i periodi di lavoro soggetti all'assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, derivanti dall'esposizione all'amianto gestita dall'INAIL, laddove superino i 10 anni, siano moltiplicati per il coefficiente 1,5 (art. 13, co. 8, L. n. 257/1992). Peraltro, a decorrere dal 1° ottobre 2003 (art. 47, co. 1, D.L. n. 269/2003), il predetto coefficiente è ridotto a 1,25 e si applica ai soli fini della determinazione dell’importo delle prestazioni pensionistiche e non della maturazione del diritto di accesso alle medesime.
Orbene, secondo costante orientamento, con riferimento al procedimento giudiziario inteso al riconoscimento del diritto alla rivalutazione contributiva per esposizione ad amianto, la domanda amministrativa della prestazione all'Ente erogatore (art. 7, L. n. 533/1973), è condizione di proponibilità di quella giudiziaria (ex multis, Corte di Cassazione, ordinanza n. 3746/ 2016). In particolare, la relativa domanda amministrativa deve essere presentata all'INPS, unico ente legittimato a concedere il beneficio previdenziale e non è fungibile rispetto alla domanda inoltrata all’INAIL, diretta unicamente al rilascio della certificazione di esposizione all'amianto.
Per altro verso, poi, alla fattispecie in esame deve comunque applicarsi la decadenza dall'azione giudiziaria (art. 47, D.P.R. n. 639/1970), mentre non rilevano i principi affermati dalle Sezioni unite (Corte di Cassazione, sentenza n. 12720/2009), circa l’inapplicabilità della decadenza per l’azione di riliquidazione delle prestazioni riconosciute solo in parte ai pensionati, poiché ciò che si fa valere non è il diritto alla rivalutazione dell'ammontare dei singoli ratei pensionistici erroneamente liquidati, bensì il diritto ad un beneficio che, seppure strumentale ad essi, è dotato di una sua specifica individualità e autonomia, in quanto operante sulla contribuzione ed ancorato a presupposti propri e distinti (Corte di Cassazione, sentenza 3 febbraio 2012, n. 1629).
Da ultimo, nell’ipotesi di mancanza della domanda amministrativa di rivalutazione contributiva per esposizione all'amianto, non è applicabile la previsione (art. 443, c.p.c.) che impone di attendere, una volta proposta la domanda amministrativa, nonché il ricorso amministrativo avverso la decisione sfavorevole assunta dell'ente competente, l'esaurimento dei procedimenti previsti per la composizione della questione in sede amministrativa (Corte di Cassazione, sentenza del 10 maggio 2017, n. 11438).

Assicurazione infortuni domestici, servizi telematici Inail obbligatori dal 1° gennaio

Con circolare 30 dicembre 2019, n. 37, l’Inail illustra i servizi telematici relativi all’assicurazione contro gli infortuni domestici, per la prima iscrizione, il rinnovo, l’iscrizione dei soggetti esonerati dal versamento del premio e la cancellazione.

Come noto, a seguito delle recenti modifiche normative (art. 1, co. 534, L. n. 145/2018; D.M. 13 novembre 2019), è stata ampliata e migliorata la tutela assicurativa delle persone che svolgono, a titolo gratuito e senza vincolo di subordinazione, un’attività rivolta alla cura dei componenti della famiglia e dell’ambiente domestico, in modo abituale ed esclusivo. Per nucleo familiare va considerata la famiglia anagrafica (art. 4, D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223), ovvero l’insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, unione civile, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune; la famiglia anagrafica può essere costituita da una sola persona. L’ambito domestico, invece, va inteso quale insieme degli immobili di civile abitazione e delle relative pertinenze ove dimora il nucleo familiare dell’assicurato; qualora l’immobile faccia parte di un condominio, l’ambito domestico comprende anche le parti comuni condominiali. Il lavoro domestico si considera svolto in via esclusiva allorché l’assicurato non svolga altra attività che comportino l’iscrizione presso forme obbligatorie di previdenza sociale.  L’assicurazione è obbligatoria per le persone di età compresa tra i 18 e i 67 anni (L. 3 dicembre 1999, n. 493).
L’ampliamento della tutela ha riguardato:
– l’abbassamento al 16% del grado di inabilità permanente, necessario per la costituzione della rendita;
– la corresponsione di una prestazione una tantum di importo pari a euro 300,00, qualora l’inabilità permanente accertata sia compresa tra il 6 e il 15%;
– il riconoscimento dell’assegno per l’assistenza personale continuativa ai titolari di rendita che versano in particolari condizioni menomative.
In relazione a tale ampliamento delle prestazioni, a cui si ha diritto per gli eventi infortunistici avvenuti dal 1° gennaio 2019, l’importo del premio assicurativo decorrente dalla predetta data è stato fissato, a carico dei soggetti obbligati, in misura pari ad euro 24,00 annui, non frazionabili. All’assicurazione non si applica il principio dell’automaticità delle prestazioni.
Ciò premesso, dal 1° gennaio 2020 sono stati avviati una serie di servizi telematici, tra cui:
– “Domanda di iscrizione e richiesta avviso di pagamento”. Il servizio costituisce la modalità esclusiva con cui i soggetti in possesso dei requisiti assicurativi devono richiedere la prima iscrizione e ottenere l’avviso di pagamento PA per effettuare il versamento del premio e assicurarsi contro gli infortuni domestici. La domanda contiene i dati anagrafici del richiedente e l’autocertificazione della sussistenza dei requisiti assicurativi e la relativa data di decorrenza. Essa deve essere presentata almeno alla data di maturazione dei requisiti. In sede di prima iscrizione, il pagamento del premio è considerato nei termini se effettuato, entro 10 giorni dalla data di maturazione dei requisiti e la copertura assicurativa opera da tale ultima data. Qualora l’utente dichiari nel servizio di aver maturato i requisiti assicurativi a una data precedente a quella del giorno in cui compila e trasmette la domanda di iscrizione, l’avviso di pagamento elaborato dal sistema riporta come data di scadenza del pagamento la data di trasmissione della domanda di iscrizione maggiorata di dieci giorni e l’importo del premio è maggiorato di una somma pari alla metà del premio stesso, se questo è effettuato entro 60 giorni dalla scadenza, ovvero pari all’ammontare del premio stesso, se il pagamento è effettuato oltre tale termine. In caso di domanda tardiva, l’assicurazione decorre dal giorno successivo al pagamento del premio, poiché all’assicurazione contro gli infortuni domestici non si applica il principio dell’automaticità delle prestazioni;
– “Domanda di iscrizione e rinnovo con dichiarazione sostitutiva”. Il servizio è rivolto ai soggetti in possesso dei requisiti assicurativi e dei requisiti reddituali personali e del nucleo familiare che danno diritto all’esonero dal versamento del premio e deve essere utilizzato dagli utenti sia per effettuare la prima iscrizione all’assicurazione, sia per rinnovare l’assicurazione entro il 31 gennaio di ogni anno. Al riguardo, il premio assicurativo è a carico dello Stato per i soggetti titolari di redditi lordi non superiori a 4.648,11 euro annui e appartenenti a un nucleo familiare il cui reddito complessivo lordo non sia superiore a 9.296,22 euro annui, con riferimento al secondo anno precedente la presentazione della dichiarazione sostitutiva;
– “Invia la richiesta di cancellazione dall’assicurazione”. Il servizio permette agli utenti di comunicare all’Inail di non essere più in possesso dei requisiti assicurativi e richiedere quindi la cancellazione dall’assicurazione. Non è necessario trasmettere la richiesta dopo il compimento del 67° anno di età in quanto l’Inail provvede a cessare automaticamente la posizione assicurativa al 31 dicembre dell’anno.
Per accedere ai servizi l’utente deve essere in possesso delle credenziali di accesso dispositive rilasciate dall’Inail o dall’Inps per l’utilizzo dei propri servizi telematici, della Carta nazionale dei servizi (CNS), ovvero delle Credenziali SPID.

Con circolare 30 dicembre 2019, n. 37, l’Inail illustra i servizi telematici relativi all’assicurazione contro gli infortuni domestici, per la prima iscrizione, il rinnovo, l’iscrizione dei soggetti esonerati dal versamento del premio e la cancellazione.

Come noto, a seguito delle recenti modifiche normative (art. 1, co. 534, L. n. 145/2018; D.M. 13 novembre 2019), è stata ampliata e migliorata la tutela assicurativa delle persone che svolgono, a titolo gratuito e senza vincolo di subordinazione, un’attività rivolta alla cura dei componenti della famiglia e dell’ambiente domestico, in modo abituale ed esclusivo. Per nucleo familiare va considerata la famiglia anagrafica (art. 4, D.P.R. 30 maggio 1989, n. 223), ovvero l’insieme di persone legate da vincoli di matrimonio, unione civile, parentela, affinità, adozione, tutela o da vincoli affettivi, coabitanti e aventi dimora abituale nello stesso comune; la famiglia anagrafica può essere costituita da una sola persona. L’ambito domestico, invece, va inteso quale insieme degli immobili di civile abitazione e delle relative pertinenze ove dimora il nucleo familiare dell'assicurato; qualora l'immobile faccia parte di un condominio, l'ambito domestico comprende anche le parti comuni condominiali. Il lavoro domestico si considera svolto in via esclusiva allorché l'assicurato non svolga altra attività che comportino l'iscrizione presso forme obbligatorie di previdenza sociale.  L’assicurazione è obbligatoria per le persone di età compresa tra i 18 e i 67 anni (L. 3 dicembre 1999, n. 493).
L’ampliamento della tutela ha riguardato:
- l’abbassamento al 16% del grado di inabilità permanente, necessario per la costituzione della rendita;
- la corresponsione di una prestazione una tantum di importo pari a euro 300,00, qualora l’inabilità permanente accertata sia compresa tra il 6 e il 15%;
- il riconoscimento dell'assegno per l’assistenza personale continuativa ai titolari di rendita che versano in particolari condizioni menomative.
In relazione a tale ampliamento delle prestazioni, a cui si ha diritto per gli eventi infortunistici avvenuti dal 1° gennaio 2019, l’importo del premio assicurativo decorrente dalla predetta data è stato fissato, a carico dei soggetti obbligati, in misura pari ad euro 24,00 annui, non frazionabili. All'assicurazione non si applica il principio dell'automaticità delle prestazioni.
Ciò premesso, dal 1° gennaio 2020 sono stati avviati una serie di servizi telematici, tra cui:
- "Domanda di iscrizione e richiesta avviso di pagamento". Il servizio costituisce la modalità esclusiva con cui i soggetti in possesso dei requisiti assicurativi devono richiedere la prima iscrizione e ottenere l’avviso di pagamento PA per effettuare il versamento del premio e assicurarsi contro gli infortuni domestici. La domanda contiene i dati anagrafici del richiedente e l’autocertificazione della sussistenza dei requisiti assicurativi e la relativa data di decorrenza. Essa deve essere presentata almeno alla data di maturazione dei requisiti. In sede di prima iscrizione, il pagamento del premio è considerato nei termini se effettuato, entro 10 giorni dalla data di maturazione dei requisiti e la copertura assicurativa opera da tale ultima data. Qualora l’utente dichiari nel servizio di aver maturato i requisiti assicurativi a una data precedente a quella del giorno in cui compila e trasmette la domanda di iscrizione, l’avviso di pagamento elaborato dal sistema riporta come data di scadenza del pagamento la data di trasmissione della domanda di iscrizione maggiorata di dieci giorni e l’importo del premio è maggiorato di una somma pari alla metà del premio stesso, se questo è effettuato entro 60 giorni dalla scadenza, ovvero pari all’ammontare del premio stesso, se il pagamento è effettuato oltre tale termine. In caso di domanda tardiva, l’assicurazione decorre dal giorno successivo al pagamento del premio, poiché all’assicurazione contro gli infortuni domestici non si applica il principio dell’automaticità delle prestazioni;
- "Domanda di iscrizione e rinnovo con dichiarazione sostitutiva". Il servizio è rivolto ai soggetti in possesso dei requisiti assicurativi e dei requisiti reddituali personali e del nucleo familiare che danno diritto all’esonero dal versamento del premio e deve essere utilizzato dagli utenti sia per effettuare la prima iscrizione all’assicurazione, sia per rinnovare l’assicurazione entro il 31 gennaio di ogni anno. Al riguardo, il premio assicurativo è a carico dello Stato per i soggetti titolari di redditi lordi non superiori a 4.648,11 euro annui e appartenenti a un nucleo familiare il cui reddito complessivo lordo non sia superiore a 9.296,22 euro annui, con riferimento al secondo anno precedente la presentazione della dichiarazione sostitutiva;
- "Invia la richiesta di cancellazione dall’assicurazione". Il servizio permette agli utenti di comunicare all’Inail di non essere più in possesso dei requisiti assicurativi e richiedere quindi la cancellazione dall’assicurazione. Non è necessario trasmettere la richiesta dopo il compimento del 67° anno di età in quanto l’Inail provvede a cessare automaticamente la posizione assicurativa al 31 dicembre dell’anno.
Per accedere ai servizi l’utente deve essere in possesso delle credenziali di accesso dispositive rilasciate dall’Inail o dall’Inps per l'utilizzo dei propri servizi telematici, della Carta nazionale dei servizi (CNS), ovvero delle Credenziali SPID.

Manovra 2020, le novità in materia di assunzioni agevolate

In appresso, le novità previste dalla Manovra 2020 relative alle agevolazioni contributive per l’assunzione di lavoratori dipendenti.

Ai datori di lavoro che occupano alle proprie dipendenze un numero di addetti pari o inferiore a nove, viene riconosciuto, per i contratti di apprendistato di primo livello per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore, stipulati nell’anno 2020, uno sgravio contributivo del 100% per i periodi contributivi maturati nei primi tre anni di contratto, con riferimento alla contribuzione ordinaria dovuta (pari all’1,5%, 3% e 10%, rispettivamente nel primo, nel secondo e terzo anno di contratto, ex art. 1, co. 773, quinto periodo, L. n. 296/2006), fermo restando il livello di aliquota del 10% per i periodi contributivi maturati negli anni di contratto successivi al terzo (co. 8).
In riferimento all’esonero strutturale spettante nel caso di giovani di prima assunzione (art. 1, commi 100 e seguenti, L. n. 205/2017) il requisito anagrafico del lavoratore da assumere viene esteso a trentacinque anni, per tutte le assunzioni effettuate fino al 31 dicembre 2020 (co. 10). Contestualmente, vengono abrogati i commi 1 e 3 dell’articolo 1-bis del D.L. n. 87/2018 (Decreto Dignità).
Altresì, i riferimenti contenuti all’articolo 1, comma 247, della L. n. 145/2018, vengono sostituiti da quelli all’esonero strutturale. In sostanza, per ciascuno degli anni 2019 e 2020, nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna, l’assunzione con contratto a tempo indeterminato di soggetti che non abbiano compiuto trentacinque anni di età, ovvero di soggetti di almeno trentacinque anni di età privi di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, fruisce dell’esonero contributivo previsto per i giovani di prima assunzione (art. 1, commi 100 e seguenti, L. n. 205/2017), ma nella misura del 100% ed entro il limite massimo di importo pari a 8.060,00 euro su base annua (co. 10).
Novità anche riguardo all’esonero previsto per l’assunzione di “giovani eccellenze”, ovvero per:
– cittadini in possesso della laurea magistrale, ottenuta nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2018 e il 30 giugno 2019 con la votazione di 110 e lode e con una media ponderata di almeno 108/110, entro la durata legale del corso di studi e prima del compimento del trentesimo anno di età, in università statali o non statali legalmente riconosciute;
– cittadini in possesso di un dottorato di ricerca, ottenuto nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2018 e il 30 giugno 2019 e prima del compimento del trentaquattresimo anno di età, in università statali o non statali legalmente riconosciute.
Per tale beneficio, dal 1° gennaio 2020, si applicano le procedure, le modalità e i controlli previsti per l’esonero strutturale (co. 11).
Al fine poi di promuovere il professionismo nello sport femminile ed estendere alle atlete le condizioni di tutela previste dalla normativa sulle prestazioni di lavoro sportivo, le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo (artt. 3 e 4, L. n. 91/1981), possono richiedere, per gli anni 2020, 2021 e 2022, l’esonero dal versamento del 100% dei contributi previdenziali e assistenziali, con esclusione dei premi per l’assicurazione obbligatoria infortunistica, entro il limite massimo di 8.000,00 euro su base annua (co. 181).
Infine, vengono previste nuove ipotesi di esonero del contributo addizionale a carico del datore di lavoro, per i rapporti di lavoro subordinato non a tempo indeterminato (art. 2, commi 28 e 29, L. n. 92/2012):
– a partire dal 1° gennaio 2020, per i lavoratori assunti a termine per lo svolgimento, nel territorio della provincia di Bolzano, delle attività stagionali definite dai contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali stipulati dalle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative entro il 31 dicembre 2019;
– per i rapporti per l’esecuzione di speciali servizi di durata non superiore a tre giorni, nel settore del turismo e dei pubblici esercizi, nei casi individuati dai contratti collettivi, nonché quelli instaurati per la fornitura di lavoro portuale temporaneo (art. 17, L. 28 gennaio 1994, n. 84) (co. 13).

In appresso, le novità previste dalla Manovra 2020 relative alle agevolazioni contributive per l’assunzione di lavoratori dipendenti.

Ai datori di lavoro che occupano alle proprie dipendenze un numero di addetti pari o inferiore a nove, viene riconosciuto, per i contratti di apprendistato di primo livello per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore, stipulati nell’anno 2020, uno sgravio contributivo del 100% per i periodi contributivi maturati nei primi tre anni di contratto, con riferimento alla contribuzione ordinaria dovuta (pari all’1,5%, 3% e 10%, rispettivamente nel primo, nel secondo e terzo anno di contratto, ex art. 1, co. 773, quinto periodo, L. n. 296/2006), fermo restando il livello di aliquota del 10% per i periodi contributivi maturati negli anni di contratto successivi al terzo (co. 8).
In riferimento all’esonero strutturale spettante nel caso di giovani di prima assunzione (art. 1, commi 100 e seguenti, L. n. 205/2017) il requisito anagrafico del lavoratore da assumere viene esteso a trentacinque anni, per tutte le assunzioni effettuate fino al 31 dicembre 2020 (co. 10). Contestualmente, vengono abrogati i commi 1 e 3 dell’articolo 1-bis del D.L. n. 87/2018 (Decreto Dignità).
Altresì, i riferimenti contenuti all’articolo 1, comma 247, della L. n. 145/2018, vengono sostituiti da quelli all’esonero strutturale. In sostanza, per ciascuno degli anni 2019 e 2020, nelle regioni Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Sicilia, Puglia, Calabria e Sardegna, l’assunzione con contratto a tempo indeterminato di soggetti che non abbiano compiuto trentacinque anni di età, ovvero di soggetti di almeno trentacinque anni di età privi di un impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, fruisce dell’esonero contributivo previsto per i giovani di prima assunzione (art. 1, commi 100 e seguenti, L. n. 205/2017), ma nella misura del 100% ed entro il limite massimo di importo pari a 8.060,00 euro su base annua (co. 10).
Novità anche riguardo all’esonero previsto per l’assunzione di "giovani eccellenze", ovvero per:
- cittadini in possesso della laurea magistrale, ottenuta nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2018 e il 30 giugno 2019 con la votazione di 110 e lode e con una media ponderata di almeno 108/110, entro la durata legale del corso di studi e prima del compimento del trentesimo anno di età, in università statali o non statali legalmente riconosciute;
- cittadini in possesso di un dottorato di ricerca, ottenuto nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2018 e il 30 giugno 2019 e prima del compimento del trentaquattresimo anno di età, in università statali o non statali legalmente riconosciute.
Per tale beneficio, dal 1° gennaio 2020, si applicano le procedure, le modalità e i controlli previsti per l’esonero strutturale (co. 11).
Al fine poi di promuovere il professionismo nello sport femminile ed estendere alle atlete le condizioni di tutela previste dalla normativa sulle prestazioni di lavoro sportivo, le società sportive femminili che stipulano con le atlete contratti di lavoro sportivo (artt. 3 e 4, L. n. 91/1981), possono richiedere, per gli anni 2020, 2021 e 2022, l’esonero dal versamento del 100% dei contributi previdenziali e assistenziali, con esclusione dei premi per l’assicurazione obbligatoria infortunistica, entro il limite massimo di 8.000,00 euro su base annua (co. 181).
Infine, vengono previste nuove ipotesi di esonero del contributo addizionale a carico del datore di lavoro, per i rapporti di lavoro subordinato non a tempo indeterminato (art. 2, commi 28 e 29, L. n. 92/2012):
- a partire dal 1° gennaio 2020, per i lavoratori assunti a termine per lo svolgimento, nel territorio della provincia di Bolzano, delle attività stagionali definite dai contratti collettivi nazionali, territoriali e aziendali stipulati dalle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative entro il 31 dicembre 2019;
- per i rapporti per l'esecuzione di speciali servizi di durata non superiore a tre giorni, nel settore del turismo e dei pubblici esercizi, nei casi individuati dai contratti collettivi, nonché quelli instaurati per la fornitura di lavoro portuale temporaneo (art. 17, L. 28 gennaio 1994, n. 84) (co. 13).

Calamità naturali, le indicazioni Inps alle imprese agricole per il “trascinamento delle giornate”

Con circolare n. 161 del 27 dicembre 2019, l’Inps fornisce indicazioni per la compilazione degli elenchi nominativi dei braccianti agricoli (R.D. 24 settembre 1940, n. 1949), valevoli per l’anno 2019, con ampliamento per il medesimo anno dell’ambito soggettivo di applicazione del beneficio del “trascinamento delle giornate” (art. 21, co. 6-bis, L. n. 223/1991).

Come noto, l’articolo 21, co. 6, della Legge n. 223/1991 prevede, per i lavoratori agricoli a tempo determinato, un particolare beneficio previdenziale, il cosiddetto “trascinamento delle giornate”. Esso consiste nel riconoscimento, sia ai fini previdenziali che assistenziali, in aggiunta alle giornate di lavoro prestate nell’anno in corso, di un numero di giornate necessarie al raggiungimento del numero di giornate lavorative effettivamente svolte presso i medesimi datori di lavoro, nell’anno precedente a quello di fruizione dei benefici per gli interventi di prevenzione e compensazione dei danni da calamità naturali o eventi eccezionali (art. 1, co. 3, D.Lgs. n. 102/2004). Il beneficio è riconosciuto anche ai piccoli coloni e ai compartecipanti familiari delle aziende colpite dalle predette avversità.
Nell’anno 2018 il beneficio è stato destinato ai lavoratori occupati a tempo determinato per almeno cinque giornate, come risultanti dalle iscrizioni degli elenchi anagrafici, presso un’impresa agricola (art. 2135 c.c.) che abbia fruito di almeno uno dei predetti interventi e ricadente in un’area dichiarata calamitata dalla Regioni con propria delibera o decreto (art. 1, co. 1079, L n. 296/2006). Requisito necessario ai fini del “trascinamento” è che le giornate di lavoro siano state prestate presso i medesimi datori di lavoro.
Orbene, a seguito dell’emanazione del Decreto Legge n. 27/2019 (convertito in L. n. 44/2019), è stata ampliata per l’anno 2019 la platea dei destinatari del beneficio, ricomprendendo tra questi anche i lavoratori agricoli a tempo determinato, dipendenti nell’anno 2018 per almeno cinque giornate, da imprese agricole beneficiarie dei citati interventi in deroga e ricadenti nelle zone colpite da calamità naturali di cui all’Ordinanza del Capo del Dipartimento della protezione civile n. 558 del 15 novembre 2018, (territori delle regioni Calabria, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Toscana, Sardegna, Siciliana, Veneto e delle Province autonome di Trento e Bolzano, colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici verificatisi a partire dal mese di ottobre 2018).
Le aziende interessate devono trasmettere per via telematica la dichiarazione di calamità, direttamente o per il tramite degli intermediari autorizzati, avvalendosi dell’apposito servizio, denominato “Dichiarazione di calamità aziende agricole”, accessibile nella sezione “Prestazioni e servizi” > “Tutti i servizi” del sito istituzionale (www.inps.it) e fruibile con le consuete modalità di accesso. Le dichiarazioni di calamità devono fare riferimento alle aree delimitate da provvedimenti delle Regioni ovvero dall’Ordinanza del Capo del Dipartimento della protezione civile n. 558/2018. Per la concessione del beneficio ai piccoli coloni e compartecipanti familiari, i concedenti devono inviare alle Strutture dell’Istituto competenti per territorio il modulo cartaceo SC95, “Dichiarazione per la concessione ai piccoli coloni/compartecipanti familiari dei benefici a seguito di eventi calamitosi o di eventi eccezionali”, reperibile sul sito dell’Istituto (www.inps.it). La trasmissione deve avvenire entro la data del 25 febbraio 2020 per consentire alle Strutture territoriali di procedere alla validazione delle domande entro il 4 marzo 2020. Al riguardo, tali Sedi territoriali devono far riferimento esclusivamente ai decreti/delibere regionali che delimitano i territori e alla richiamata Ordinanza; in caso di reiezione, per completare l’esito dell’operazione, è obbligatorio indicare le motivazioni del rigetto.

Con circolare n. 161 del 27 dicembre 2019, l’Inps fornisce indicazioni per la compilazione degli elenchi nominativi dei braccianti agricoli (R.D. 24 settembre 1940, n. 1949), valevoli per l’anno 2019, con ampliamento per il medesimo anno dell’ambito soggettivo di applicazione del beneficio del "trascinamento delle giornate" (art. 21, co. 6-bis, L. n. 223/1991).

Come noto, l’articolo 21, co. 6, della Legge n. 223/1991 prevede, per i lavoratori agricoli a tempo determinato, un particolare beneficio previdenziale, il cosiddetto "trascinamento delle giornate". Esso consiste nel riconoscimento, sia ai fini previdenziali che assistenziali, in aggiunta alle giornate di lavoro prestate nell’anno in corso, di un numero di giornate necessarie al raggiungimento del numero di giornate lavorative effettivamente svolte presso i medesimi datori di lavoro, nell’anno precedente a quello di fruizione dei benefici per gli interventi di prevenzione e compensazione dei danni da calamità naturali o eventi eccezionali (art. 1, co. 3, D.Lgs. n. 102/2004). Il beneficio è riconosciuto anche ai piccoli coloni e ai compartecipanti familiari delle aziende colpite dalle predette avversità.
Nell’anno 2018 il beneficio è stato destinato ai lavoratori occupati a tempo determinato per almeno cinque giornate, come risultanti dalle iscrizioni degli elenchi anagrafici, presso un’impresa agricola (art. 2135 c.c.) che abbia fruito di almeno uno dei predetti interventi e ricadente in un’area dichiarata calamitata dalla Regioni con propria delibera o decreto (art. 1, co. 1079, L n. 296/2006). Requisito necessario ai fini del "trascinamento" è che le giornate di lavoro siano state prestate presso i medesimi datori di lavoro.
Orbene, a seguito dell’emanazione del Decreto Legge n. 27/2019 (convertito in L. n. 44/2019), è stata ampliata per l’anno 2019 la platea dei destinatari del beneficio, ricomprendendo tra questi anche i lavoratori agricoli a tempo determinato, dipendenti nell’anno 2018 per almeno cinque giornate, da imprese agricole beneficiarie dei citati interventi in deroga e ricadenti nelle zone colpite da calamità naturali di cui all’Ordinanza del Capo del Dipartimento della protezione civile n. 558 del 15 novembre 2018, (territori delle regioni Calabria, Emilia Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Toscana, Sardegna, Siciliana, Veneto e delle Province autonome di Trento e Bolzano, colpiti dagli eccezionali eventi meteorologici verificatisi a partire dal mese di ottobre 2018).
Le aziende interessate devono trasmettere per via telematica la dichiarazione di calamità, direttamente o per il tramite degli intermediari autorizzati, avvalendosi dell’apposito servizio, denominato "Dichiarazione di calamità aziende agricole", accessibile nella sezione "Prestazioni e servizi" > "Tutti i servizi" del sito istituzionale (www.inps.it) e fruibile con le consuete modalità di accesso. Le dichiarazioni di calamità devono fare riferimento alle aree delimitate da provvedimenti delle Regioni ovvero dall’Ordinanza del Capo del Dipartimento della protezione civile n. 558/2018. Per la concessione del beneficio ai piccoli coloni e compartecipanti familiari, i concedenti devono inviare alle Strutture dell’Istituto competenti per territorio il modulo cartaceo SC95, "Dichiarazione per la concessione ai piccoli coloni/compartecipanti familiari dei benefici a seguito di eventi calamitosi o di eventi eccezionali", reperibile sul sito dell’Istituto (www.inps.it). La trasmissione deve avvenire entro la data del 25 febbraio 2020 per consentire alle Strutture territoriali di procedere alla validazione delle domande entro il 4 marzo 2020. Al riguardo, tali Sedi territoriali devono far riferimento esclusivamente ai decreti/delibere regionali che delimitano i territori e alla richiamata Ordinanza; in caso di reiezione, per completare l’esito dell’operazione, è obbligatorio indicare le motivazioni del rigetto.

Elementi identificativi del “trasfertismo”: le indicazioni Inps per la definizione del contenzioso

Con circolare n. 23 dicembre 2019, n. 158, l’Inps fornisce le indicazioni per una corretta applicabilità del regime contributivo delle indennità di trasferta e di trasfertismo, anche allo scopo di assicurare la definizione del contenzioso sull’argomento pendente in sede amministrativa e giudiziaria

Come noto, il lavoratore subordinato può essere chiamato a svolgere la sua attività in un luogo diverso dalla sede di lavoro, venendosi a configurare le due distinte fattispecie della trasferta “occasionale” e della trasferta “strutturale o per contratto” prevista per i lavoratori c.d. trasfertisti. L’esatta configurazione dell’una o dell’altra ipotesi rileva in relazione alla diversa disciplina contributiva e fiscale applicabile (art. 51, commi 5 e 6, D.P.R. n. 917/1986).
In particolare, nel caso di trasferta “occasionale” è prevista una esenzione fiscale e contributiva per le indennità forfetarie erogate, entro determinati limiti giornalieri, diversi a seconda che la prestazione sia svolta in Italia (euro 46,48) o all’estero (euro 77,47), ma pur sempre al di fuori del territorio comunale, che subiscono riduzioni proporzionali agli eventuali rimborsi delle spese per vitto e/o alloggio (un terzo e due terzi). Per le trasferte effettuate nel territorio comunale, è prevista una totale imponibilità sia delle indennità che dei rimborsi, tranne per quelli delle spese di trasporto documentate dal vettore. Per le indennità erogate ai “trasfertisti” è stabilita una imponibilità al 50% a prescindere dal loro ammontare.
Circa gli elementi necessari per l’esistenza del trasfertismo, il Legislatore, con norma di interpretazione autentica (art. 7-quinquies, D.L. n. 193/2016, conv. in L. n. 225/2016), ha disposto che i lavoratori rientranti nella relativa disciplina (art. 51, co. 6, D.P.R. n. 917/1986) sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti condizioni:
– mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro;
– svolgimento di un’attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente;
– corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell’attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un’indennità o maggiorazione di retribuzione in misura fissa, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta.
Ai lavoratori ai quali, a seguito della mancata contestuale esistenza delle predette condizioni, non sia applicabile la disposizione normativa, è riconosciuto il diritto a beneficiare del trattamento previsto per le indennità di trasferta (art. 51, co. 5, D.P.R. n. 917/1986).
Tale disposizioni legislative, tuttavia, confermano le indicazioni amministrative già diramate dall’Istituto con messaggio n. 27271/2008 (in linea con i criteri stabiliti dal Ministero delle finanze con la circolare n. 326/E/1997), dove peraltro si specificava che per sede di lavoro doveva intendersi il luogo di svolgimento dell’attività lavorativa e non quello di assunzione.
Infine, va tenuto in considerazione il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 27093/2017), per cui, in materia di trattamento contributivo dell’indennità di trasferta, l’eventuale continuatività della corresponsione del relativo compenso, non ne modifica l’assoggettabilità al regime contributivo (e fiscale) meno gravoso.

Con circolare n. 23 dicembre 2019, n. 158, l’Inps fornisce le indicazioni per una corretta applicabilità del regime contributivo delle indennità di trasferta e di trasfertismo, anche allo scopo di assicurare la definizione del contenzioso sull’argomento pendente in sede amministrativa e giudiziaria

Come noto, il lavoratore subordinato può essere chiamato a svolgere la sua attività in un luogo diverso dalla sede di lavoro, venendosi a configurare le due distinte fattispecie della trasferta "occasionale" e della trasferta "strutturale o per contratto" prevista per i lavoratori c.d. trasfertisti. L’esatta configurazione dell’una o dell’altra ipotesi rileva in relazione alla diversa disciplina contributiva e fiscale applicabile (art. 51, commi 5 e 6, D.P.R. n. 917/1986).
In particolare, nel caso di trasferta "occasionale" è prevista una esenzione fiscale e contributiva per le indennità forfetarie erogate, entro determinati limiti giornalieri, diversi a seconda che la prestazione sia svolta in Italia (euro 46,48) o all’estero (euro 77,47), ma pur sempre al di fuori del territorio comunale, che subiscono riduzioni proporzionali agli eventuali rimborsi delle spese per vitto e/o alloggio (un terzo e due terzi). Per le trasferte effettuate nel territorio comunale, è prevista una totale imponibilità sia delle indennità che dei rimborsi, tranne per quelli delle spese di trasporto documentate dal vettore. Per le indennità erogate ai "trasfertisti" è stabilita una imponibilità al 50% a prescindere dal loro ammontare.
Circa gli elementi necessari per l’esistenza del trasfertismo, il Legislatore, con norma di interpretazione autentica (art. 7-quinquies, D.L. n. 193/2016, conv. in L. n. 225/2016), ha disposto che i lavoratori rientranti nella relativa disciplina (art. 51, co. 6, D.P.R. n. 917/1986) sono quelli per i quali sussistono contestualmente le seguenti condizioni:
- mancata indicazione, nel contratto o nella lettera di assunzione, della sede di lavoro;
- svolgimento di un'attività lavorativa che richiede la continua mobilità del dipendente;
- corresponsione al dipendente, in relazione allo svolgimento dell'attività lavorativa in luoghi sempre variabili e diversi, di un'indennità o maggiorazione di retribuzione in misura fissa, attribuite senza distinguere se il dipendente si è effettivamente recato in trasferta e dove la stessa si è svolta.
Ai lavoratori ai quali, a seguito della mancata contestuale esistenza delle predette condizioni, non sia applicabile la disposizione normativa, è riconosciuto il diritto a beneficiare del trattamento previsto per le indennità di trasferta (art. 51, co. 5, D.P.R. n. 917/1986).
Tale disposizioni legislative, tuttavia, confermano le indicazioni amministrative già diramate dall’Istituto con messaggio n. 27271/2008 (in linea con i criteri stabiliti dal Ministero delle finanze con la circolare n. 326/E/1997), dove peraltro si specificava che per sede di lavoro doveva intendersi il luogo di svolgimento dell'attività lavorativa e non quello di assunzione.
Infine, va tenuto in considerazione il principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 27093/2017), per cui, in materia di trattamento contributivo dell’indennità di trasferta, l’eventuale continuatività della corresponsione del relativo compenso, non ne modifica l’assoggettabilità al regime contributivo (e fiscale) meno gravoso.

Congedo maternità post partum, le indicazioni operative Inps

Con circolare n. 148 del 12 dicembre 2019, l’Inps fornisce istruzioni amministrative in materia di diritto alla fruizione dei cinque mesi di congedo di maternità e paternità, esclusivamente dopo l’evento del parto.

Come noto, dal 1° gennaio 2019, è riconosciuta alle lavoratrici gestanti la facoltà di fruire dei cinque mesi di congedo di maternità a partire dal giorno successivo al parto, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro, attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro (art. 16, co. 1-1, D.Lgs. n. 151/2001).
La documentazione sanitaria deve essere acquisita dalla lavoratrice nel corso del settimo mese di gravidanza e deve attestare l’assenza di pregiudizio alla salute fino alla data presunta del parto ovvero fino all’evento del parto qualora successivo alla data presunta. Le certificazioni mediche devono attestare esplicitamente l’assenza di pregiudizio nei predetti termini. In mancanza, le certificazioni che conterranno il solo riferimento alla data presunta del parto, saranno idonee a consentire lo svolgimento dell’attività lavorativa fino al giorno antecedente alla data presunta del parto, con conseguente inizio del congedo di maternità dalla data presunta stessa e fermo restando la non indennizzabilità dei giorni lavorati fino alla data effettiva del parto, in quanto regolarmente retribuiti dal datore di lavoro e coperti sul piano degli obblighi contributivi.
Anche durante la fruizione della flessibilità del congedo (art. 20, D.Lgs. n. 151/2001), è possibile prolungare ulteriormente la propria attività lavorativa utilizzando la facoltà di fruire della maternità dopo il parto. In tal caso, la lavoratrice gestante che continui, quindi, a lavorare nell’ottavo mese di gravidanza, ha l’obbligo di far attestare, entro la fine del mese, da un medico specialista del Ssn o con esso convenzionato e, ove presente, dal medico aziendale competente, l’assenza di pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro fino alla data presunta del parto ovvero fino all’evento del parto. Se prodotte all’Inps dopo la fine dell’ottavo mese, la documentazione sanitaria deve comunque essere stata redatta nel corso dell’ottavo o del settimo mese di gravidanza.
In caso di parto “fortemente” prematuro (Inps, circolare n. 69/2016),avvenuto prima dell’inizio dell’ottavo mese di gestazione, per la lavoratrice saranno fruibili anche i giorni che intercorrono tra la data effettiva del parto e l’inizio dei due mesi ante partum. Pertanto l’opzione della lavoratrice, eventualmente già esercitata, di fruire di tutto il congedo di maternità dopo il parto, sarà considerata come non effettuata.
Alla lavoratrice gestante che opti per il congedo post partum è preclusa la possibilità di sospendere e rinviare il congedo di maternità per il ricovero del minore in una struttura pubblica o privata (art. 16-bis, D.Lgs. n. 151/2001), in quanto non consentirebbe di rispettare il limite temporale dei cinque mesi entro cui fruire del congedo di maternità.
L’interdizione dal lavoro per gravi complicanze della gravidanza o persistenti forme morbose che si presume possano essere aggravate dallo stato di gravidanza (art. 17, co. 2, lett. a), D.Lgs. n. 151/2001), è compatibile con la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto, purché i motivi alla base della predetta interdizione cessino prima dell’inizio del congedo di maternità ante partum. Di contro, come evidente, l’interdizione dal lavoro per condizioni di lavoro o ambientali pregiudizievoli alla salute della donna e del bambino e quando la lavoratrice non possa essere spostata ad altre mansioni (art. 17, co. 2, lettere b) e c), D.Lgs. n. 151/2001), non risulta compatibile con la facoltà, in quanto non è possibile riprendere l’attività lavorativa fino alla conclusione dell’interdizione prorogata.
Le lavoratrici che all’inizio del periodo di congedo di maternità non prestino attività lavorativa, ma alle quali sia riconosciuto il diritto all’indennità di maternità (ad esempio, disoccupate ammesse al godimento dell’indennità di disoccupazione) (art. 24, D.Lgs. n. 151/2001), non possono avvalersi della facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto.
Ancora, l’insorgere di un periodo di malattia prima dell’evento del parto comporta l’impossibilità di avvalersi dell’opzione; ciò, in quanto ogni processo morboso in tale periodo comporta un “rischio per la salute della lavoratrice e/o del nascituro”, superando di fatto il giudizio medico precedentemente espresso nell’attestazione del medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e, ove presente, del medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro. Il certificato di malattia eventualmente prodotto non produrrà quindi alcun effetto ai fini della tutela previdenziale della malattia, mentre rimangono confermati gli effetti giuridici e medico-legali dello stesso. Ne consegue che, dal giorno di insorgenza dell’evento morboso (anche qualora fosse un singolo giorno), la lavoratrice gestante inizia il proprio periodo di congedo di maternità e le giornate di astensione obbligatoria non godute prima si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto.
Infine, la scelta di avvalersi della facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto, deve essere effettuata dalla lavoratrice nella domanda telematica di indennità di maternità, selezionando la specifica opzione, entro un anno dalla fine del periodo indennizzabile, pena la prescrizione del diritto all’indennità. La documentazione medico-sanitaria deve essere presentata in originale direttamente allo sportello presso la Struttura territoriale oppure spedita a mezzo raccomandata, in un plico chiuso riportante la dicitura “Contiene dati sensibili”.

Con circolare n. 148 del 12 dicembre 2019, l’Inps fornisce istruzioni amministrative in materia di diritto alla fruizione dei cinque mesi di congedo di maternità e paternità, esclusivamente dopo l’evento del parto.

Come noto, dal 1° gennaio 2019, è riconosciuta alle lavoratrici gestanti la facoltà di fruire dei cinque mesi di congedo di maternità a partire dal giorno successivo al parto, a condizione che il medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro, attestino che tale opzione non arrechi pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro (art. 16, co. 1-1, D.Lgs. n. 151/2001).
La documentazione sanitaria deve essere acquisita dalla lavoratrice nel corso del settimo mese di gravidanza e deve attestare l’assenza di pregiudizio alla salute fino alla data presunta del parto ovvero fino all’evento del parto qualora successivo alla data presunta. Le certificazioni mediche devono attestare esplicitamente l’assenza di pregiudizio nei predetti termini. In mancanza, le certificazioni che conterranno il solo riferimento alla data presunta del parto, saranno idonee a consentire lo svolgimento dell’attività lavorativa fino al giorno antecedente alla data presunta del parto, con conseguente inizio del congedo di maternità dalla data presunta stessa e fermo restando la non indennizzabilità dei giorni lavorati fino alla data effettiva del parto, in quanto regolarmente retribuiti dal datore di lavoro e coperti sul piano degli obblighi contributivi.
Anche durante la fruizione della flessibilità del congedo (art. 20, D.Lgs. n. 151/2001), è possibile prolungare ulteriormente la propria attività lavorativa utilizzando la facoltà di fruire della maternità dopo il parto. In tal caso, la lavoratrice gestante che continui, quindi, a lavorare nell’ottavo mese di gravidanza, ha l’obbligo di far attestare, entro la fine del mese, da un medico specialista del Ssn o con esso convenzionato e, ove presente, dal medico aziendale competente, l’assenza di pregiudizio alla salute della gestante e del nascituro fino alla data presunta del parto ovvero fino all’evento del parto. Se prodotte all’Inps dopo la fine dell’ottavo mese, la documentazione sanitaria deve comunque essere stata redatta nel corso dell’ottavo o del settimo mese di gravidanza.
In caso di parto "fortemente" prematuro (Inps, circolare n. 69/2016),avvenuto prima dell’inizio dell’ottavo mese di gestazione, per la lavoratrice saranno fruibili anche i giorni che intercorrono tra la data effettiva del parto e l’inizio dei due mesi ante partum. Pertanto l’opzione della lavoratrice, eventualmente già esercitata, di fruire di tutto il congedo di maternità dopo il parto, sarà considerata come non effettuata.
Alla lavoratrice gestante che opti per il congedo post partum è preclusa la possibilità di sospendere e rinviare il congedo di maternità per il ricovero del minore in una struttura pubblica o privata (art. 16-bis, D.Lgs. n. 151/2001), in quanto non consentirebbe di rispettare il limite temporale dei cinque mesi entro cui fruire del congedo di maternità.
L’interdizione dal lavoro per gravi complicanze della gravidanza o persistenti forme morbose che si presume possano essere aggravate dallo stato di gravidanza (art. 17, co. 2, lett. a), D.Lgs. n. 151/2001), è compatibile con la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto, purché i motivi alla base della predetta interdizione cessino prima dell’inizio del congedo di maternità ante partum. Di contro, come evidente, l’interdizione dal lavoro per condizioni di lavoro o ambientali pregiudizievoli alla salute della donna e del bambino e quando la lavoratrice non possa essere spostata ad altre mansioni (art. 17, co. 2, lettere b) e c), D.Lgs. n. 151/2001), non risulta compatibile con la facoltà, in quanto non è possibile riprendere l’attività lavorativa fino alla conclusione dell’interdizione prorogata.
Le lavoratrici che all’inizio del periodo di congedo di maternità non prestino attività lavorativa, ma alle quali sia riconosciuto il diritto all’indennità di maternità (ad esempio, disoccupate ammesse al godimento dell'indennità di disoccupazione) (art. 24, D.Lgs. n. 151/2001), non possono avvalersi della facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto.
Ancora, l'insorgere di un periodo di malattia prima dell’evento del parto comporta l’impossibilità di avvalersi dell’opzione; ciò, in quanto ogni processo morboso in tale periodo comporta un "rischio per la salute della lavoratrice e/o del nascituro", superando di fatto il giudizio medico precedentemente espresso nell’attestazione del medico specialista del Servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e, ove presente, del medico competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro. Il certificato di malattia eventualmente prodotto non produrrà quindi alcun effetto ai fini della tutela previdenziale della malattia, mentre rimangono confermati gli effetti giuridici e medico-legali dello stesso. Ne consegue che, dal giorno di insorgenza dell’evento morboso (anche qualora fosse un singolo giorno), la lavoratrice gestante inizia il proprio periodo di congedo di maternità e le giornate di astensione obbligatoria non godute prima si aggiungono al periodo di congedo di maternità dopo il parto.
Infine, la scelta di avvalersi della facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto, deve essere effettuata dalla lavoratrice nella domanda telematica di indennità di maternità, selezionando la specifica opzione, entro un anno dalla fine del periodo indennizzabile, pena la prescrizione del diritto all'indennità. La documentazione medico-sanitaria deve essere presentata in originale direttamente allo sportello presso la Struttura territoriale oppure spedita a mezzo raccomandata, in un plico chiuso riportante la dicitura "Contiene dati sensibili".

Inail, la rendita ai superstiti spettante anche in caso di aggravamento oltre il termine per la revisione

Il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius; tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto (Corte di Cassazione, ordinanza 26 novembre 2019, n. 30879).

La Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto da un soggetto che chiedeva il riconoscimento della rendita ai superstiti e dell’assegno funerario per la morte di un lavoratore, a seguito delle complicanze legate alla malattia professionale di cui soffriva in vita. La Corte aveva ritenuto che l’evoluzione peggiorativa dell’originaria malattia professionale di cui era affetto il de cuius, era comparsa ben oltre il termine di 15 anni stabilito per la revisionabilità della rendita; pertanto, benché il diritto alla rendita ai superstiti sorga autonomamente e per legge in capo agli interessati, esso trovava necessariamente fondamento sui presupposti dettati dalla normativa del Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (D.P.R. n. 1124/1965) ed era soggetto ai principi fissati dalla stessa normativa, compreso quello per cui gli aggravamenti, per essere azionabili nei confronti di Inail, dovevano essersi verificati entro il quindicennio dalla costituzione della rendita, termine che operava sul piano sostanziale incidendo sull’esistenza stessa del diritto.
Contro la sentenza propone così ricorso in Cassazione il superstite, lamentando violazione e falsa applicazione della legge (artt. 85, 83 e 137, D.P.R. n. 1124/1965), avendo la Corte posto dei limiti temporali all’applicazione dei parametri per l’erogazione della rendita ai superstiti, non contemplati dalla normativa.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. La Corte di merito, infatti, tradendo la premessa sull’autonomia della rendita ai superstiti e sul diritto degli eredi a percepirla iure proprio, ha riferito alla rendita ai superstiti l’istituto della “revisione della rendita per miglioramento o peggioramento”, riguardante invece esclusivamente la diversa prestazione relativa alla rendita di cui è titolare lo stesso lavoratore assicurato, ovvero la rendita già costituita. L’oggetto della revisione è, infatti, il grado di riduzione dell’integrità psico-fisica del lavoratore ed il provvedimento di determinazione della misura della rendita già liquidata, nonché lo status di assenza postumi d’invalidità permanente o di presenza postumi che non raggiungono il minimo per l’indennizzabilità in capitale o per l’indennizzabilità in rendita (art. 13, co. 4, D.Lgs. n. 38/2000).
La rendita ai superstiti costituisce quindi una prestazione previdenziale che spetta iure proprio e non iure successionis e il diritto non appartiene al patrimonio del defunto perché nasce alla morte dell’assicurato. Di conseguenza, si prescinde dalla circostanza che per l’infortunio sul lavoro o per la malattia professionale sia stata già costituita la rendita, ed essa compete nonostante che la rendita sia stata liquidata in capitale all’infortunato. Altresì, essa non è vincolata dal preesistente accertamento amministrativo dell’esistenza di postumi invalidanti, trattandosi di un diritto autonomo che prescinde del tutto dalla titolarità della rendita.
Infine, con riguardo alla questione oggetto di causa, il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius. Tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto.

Il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l'aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l'istituto della revisione della rendita erogata al de cuius; tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all'adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto (Corte di Cassazione, ordinanza 26 novembre 2019, n. 30879).

La Corte d'appello territoriale aveva rigettato l'appello proposto da un soggetto che chiedeva il riconoscimento della rendita ai superstiti e dell'assegno funerario per la morte di un lavoratore, a seguito delle complicanze legate alla malattia professionale di cui soffriva in vita. La Corte aveva ritenuto che l'evoluzione peggiorativa dell'originaria malattia professionale di cui era affetto il de cuius, era comparsa ben oltre il termine di 15 anni stabilito per la revisionabilità della rendita; pertanto, benché il diritto alla rendita ai superstiti sorga autonomamente e per legge in capo agli interessati, esso trovava necessariamente fondamento sui presupposti dettati dalla normativa del Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (D.P.R. n. 1124/1965) ed era soggetto ai principi fissati dalla stessa normativa, compreso quello per cui gli aggravamenti, per essere azionabili nei confronti di Inail, dovevano essersi verificati entro il quindicennio dalla costituzione della rendita, termine che operava sul piano sostanziale incidendo sull'esistenza stessa del diritto.
Contro la sentenza propone così ricorso in Cassazione il superstite, lamentando violazione e falsa applicazione della legge (artt. 85, 83 e 137, D.P.R. n. 1124/1965), avendo la Corte posto dei limiti temporali all'applicazione dei parametri per l’erogazione della rendita ai superstiti, non contemplati dalla normativa.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. La Corte di merito, infatti, tradendo la premessa sull'autonomia della rendita ai superstiti e sul diritto degli eredi a percepirla iure proprio, ha riferito alla rendita ai superstiti l'istituto della "revisione della rendita per miglioramento o peggioramento", riguardante invece esclusivamente la diversa prestazione relativa alla rendita di cui è titolare lo stesso lavoratore assicurato, ovvero la rendita già costituita. L'oggetto della revisione è, infatti, il grado di riduzione dell'integrità psico-fisica del lavoratore ed il provvedimento di determinazione della misura della rendita già liquidata, nonché lo status di assenza postumi d'invalidità permanente o di presenza postumi che non raggiungono il minimo per l'indennizzabilità in capitale o per l’indennizzabilità in rendita (art. 13, co. 4, D.Lgs. n. 38/2000).
La rendita ai superstiti costituisce quindi una prestazione previdenziale che spetta iure proprio e non iure successionis e il diritto non appartiene al patrimonio del defunto perché nasce alla morte dell'assicurato. Di conseguenza, si prescinde dalla circostanza che per l'infortunio sul lavoro o per la malattia professionale sia stata già costituita la rendita, ed essa compete nonostante che la rendita sia stata liquidata in capitale all'infortunato. Altresì, essa non è vincolata dal preesistente accertamento amministrativo dell'esistenza di postumi invalidanti, trattandosi di un diritto autonomo che prescinde del tutto dalla titolarità della rendita.
Infine, con riguardo alla questione oggetto di causa, il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l'aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l'istituto della revisione della rendita erogata al de cuius. Tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all'adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto.

Studio professionale associato, nessun obbligo assicurativo nei confronti dell’Inail

In tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l’obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell’ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo ne contemplano l’assoggettamento per le associazioni professionali (Corte di Cassazione, sentenza 21 novembre 2019, n. 30428).

Una Corte d’appello territoriale aveva respinto l’appello proposto dall’INAIL avverso la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato come non soggetto all’obbligo di cui all’assicurazione per gli infortuni e le malattie professionali gestita dall’INAIL, uno Studio associato di architetti, in relazione alla posizione dei singoli associati. La pretesa dell’INAIL traeva origine da un accertamento ispettivo dal quale era emerso che l’atto costitutivo dello Studio appellato prevedeva che i singoli architetti erano gli unici a garantire lo svolgimento delle attività facenti capo allo studio associato, sicché, essendo la concreta situazione organizzativa assimilabile a quella dei soci lavoratori delle società semplici, risultava sussistente il requisito soggettivo di cui all’articolo 4, comma 1, n. 7, del Testo Unico del 1965. Il Tribunale, però, aveva negato l’obbligo assicurativo ritenendo che l’operazione di assimilazione ipotizzata fosse illegittima, considerata la natura libero professionale dell’attività svolta dagli architetti associati. Ricorre così in Cassazione l’Istituto assicuratore, lamentando falsa applicazione e violazione della legge, laddove il citato disposto normativo prevede vadano assicurati anche i soci delle cooperative e di ogni altro tipo di società, anche di fatto e comunque denominata, costituita od esercitata, i quali prestano opera manuale oppure non manuale. In sostanza, lo Studio associato doveva ritenersi una società di fatto in quanto soggetto giuridico autonomo distinto dai singoli partecipanti.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. Già in precedenza (Corte di cassazione, sentenza n. 15971/2017), è stato affermato il principio secondo il quale in tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l’obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell’ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo (artt. 1, 4 e 9, D.P.R. n. 1124/1965) ne contemplano l’assoggettamento per le associazioni professionali. Altresì, sempre di recente, la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 25 del 12 gennaio 2016) ha confermato la mancanza dell’obbligo assicurativo contro gli infortuni e le malattie professionali in capo ai membri di studi professionali associati, ancorché legati da un vincolo di dipendenza funzionale. La Corte Costituzionale, in particolare, ha rilevato sul punto che “a fronte della multiforme realtà degli studi professionali, contraddistinta dalla coesistenza dei disparati assetti organizzativi, che l’accordo degli associati prefigura, e dal vario atteggiarsi dei rapporti di lavoro, secondo i tratti dell’autonomia o di un coordinamento più incisivo delle prestazioni, la discrezionalità del Legislatore può modulare l’obbligazione assicurativa secondo schemi molteplici, che individuino in maniera univoca e coerente, in questa variegata gamma di fattispecie, le situazioni meritevoli di tutela; che, pertanto, la soluzione tratteggiata dal giudice rimettente, incentrata sul criterio selettivo della dipendenza funzionale, non è costituzionalmente imposta”. Altresì, come più volte affermato anche dalla giurisprudenza costituzionale, alla pretesa fatta valere dal ricorrente osta il dato che nel sistema assicurativo gestito dall’INAIL non vige il principio assoluto della copertura universalistica delle tutele. Peraltro, tale carenza legittima l’intervento del giudice delle leggi solo laddove si realizzi una palese violazione del principio di eguaglianza costituzionalmente sancito (art. 3), che non può essere derogato. In definitiva, dunque, devono ritenersi persistenti, all’interno del sistema antinfortunistico e di assicurazione per le malattie professionali, limiti oggettivi e soggettivi sia rispetto alle “attività protette” che alle “persone assicurate”.

In tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l'obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell'ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo ne contemplano l'assoggettamento per le associazioni professionali (Corte di Cassazione, sentenza 21 novembre 2019, n. 30428).

Una Corte d'appello territoriale aveva respinto l'appello proposto dall'INAIL avverso la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato come non soggetto all’obbligo di cui all'assicurazione per gli infortuni e le malattie professionali gestita dall'INAIL, uno Studio associato di architetti, in relazione alla posizione dei singoli associati. La pretesa dell'INAIL traeva origine da un accertamento ispettivo dal quale era emerso che l'atto costitutivo dello Studio appellato prevedeva che i singoli architetti erano gli unici a garantire lo svolgimento delle attività facenti capo allo studio associato, sicché, essendo la concreta situazione organizzativa assimilabile a quella dei soci lavoratori delle società semplici, risultava sussistente il requisito soggettivo di cui all'articolo 4, comma 1, n. 7, del Testo Unico del 1965. Il Tribunale, però, aveva negato l'obbligo assicurativo ritenendo che l'operazione di assimilazione ipotizzata fosse illegittima, considerata la natura libero professionale dell'attività svolta dagli architetti associati. Ricorre così in Cassazione l’Istituto assicuratore, lamentando falsa applicazione e violazione della legge, laddove il citato disposto normativo prevede vadano assicurati anche i soci delle cooperative e di ogni altro tipo di società, anche di fatto e comunque denominata, costituita od esercitata, i quali prestano opera manuale oppure non manuale. In sostanza, lo Studio associato doveva ritenersi una società di fatto in quanto soggetto giuridico autonomo distinto dai singoli partecipanti.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. Già in precedenza (Corte di cassazione, sentenza n. 15971/2017), è stato affermato il principio secondo il quale in tema di assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, non sussiste l'obbligo assicurativo nei confronti dei componenti di studi professionali associati, in quanto la tendenza ordinamentale espansiva di tale obbligo può operare, sul piano soggettivo, solo nel rispetto e nell'ambito delle norme vigenti, che, come per il libero professionista, in nessun luogo (artt. 1, 4 e 9, D.P.R. n. 1124/1965) ne contemplano l'assoggettamento per le associazioni professionali. Altresì, sempre di recente, la Corte Costituzionale, con ordinanza n. 25 del 12 gennaio 2016) ha confermato la mancanza dell'obbligo assicurativo contro gli infortuni e le malattie professionali in capo ai membri di studi professionali associati, ancorché legati da un vincolo di dipendenza funzionale. La Corte Costituzionale, in particolare, ha rilevato sul punto che "a fronte della multiforme realtà degli studi professionali, contraddistinta dalla coesistenza dei disparati assetti organizzativi, che l'accordo degli associati prefigura, e dal vario atteggiarsi dei rapporti di lavoro, secondo i tratti dell'autonomia o di un coordinamento più incisivo delle prestazioni, la discrezionalità del Legislatore può modulare l'obbligazione assicurativa secondo schemi molteplici, che individuino in maniera univoca e coerente, in questa variegata gamma di fattispecie, le situazioni meritevoli di tutela; che, pertanto, la soluzione tratteggiata dal giudice rimettente, incentrata sul criterio selettivo della dipendenza funzionale, non è costituzionalmente imposta". Altresì, come più volte affermato anche dalla giurisprudenza costituzionale, alla pretesa fatta valere dal ricorrente osta il dato che nel sistema assicurativo gestito dall'INAIL non vige il principio assoluto della copertura universalistica delle tutele. Peraltro, tale carenza legittima l’intervento del giudice delle leggi solo laddove si realizzi una palese violazione del principio di eguaglianza costituzionalmente sancito (art. 3), che non può essere derogato. In definitiva, dunque, devono ritenersi persistenti, all’interno del sistema antinfortunistico e di assicurazione per le malattie professionali, limiti oggettivi e soggettivi sia rispetto alle "attività protette" che alle "persone assicurate".

Domanda indennità NASpI: decorrenza del termine in caso di malattia

Con riferimento alla decorrenza del termine ed alla sospensione dello stesso per la presentazione della domanda di indennità NASpI nel caso di evento di malattia insorto prima o dopo la cessazione del rapporto di lavoro subordinato, è necessario tenere conto della diversa disciplina della malattia e dell’indennizzabilità della stessa a seconda del contratto sottostante al rapporto di lavoro.

A conferma e ad integrazione di quanto già in precedenza precisato (paragrafo 2.6.a.2, Circolare n. 94/2015), nel caso di evento di malattia comune indennizzabile da parte dell’INPS o infortunio sul lavoro/malattia professionale indennizzabile da parte dell’INAIL insorto dopo la data di cessazione del rapporto di lavoro, il termine di presentazione della domanda rimane sospeso per un periodo pari alla durata dell’evento di malattia indennizzato o di infortunio sul lavoro/malattia professionale e riprende a decorrere, al termine del predetto evento, per la parte residua.
Laddove la malattia comune indennizzabile da parte dell’INPS o infortunio sul lavoro/malattia professionale indennizzabile da parte dell’INAIL insorga durante il rapporto di lavoro e si protragga oltre la cessazione dello stesso, il termine per la presentazione della domanda di NASpI decorre dalla fine dell’evento di malattia/infortunio.
Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che la cessazione del rapporto di lavoro intanto rileva per la decorrenza del termine di decadenza in quanto comporta la cessazione dei mezzi di sussistenza del lavoratore; laddove invece la copertura del bisogno derivi dal sistema previdenziale, il riconoscimento in capo al lavoratore disoccupato di altre prestazioni di natura previdenziale preclude la decorrenza del termine di decadenza stesso; la Corte, inoltre, ha precisato che il termine di decadenza di sessanta giorni previsto dall’articolo 129, comma 5, del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, per la presentazione della domanda di ammissione al pagamento dell’indennità di disoccupazione non decorre durante il periodo di malattia per il quale il disoccupato abbia titolo ad altre prestazioni economiche di natura previdenziale.
Nel caso, invece, in cui non sia normativamente prevista, per la specifica categoria di lavoratore subordinato, la tutela della malattia oltre la data di cessazione del rapporto di lavoro (si pensi, ad esempio, ai lavoratori a tempo determinato del settore commercio), il termine di presentazione della domanda di NASpI non può essere sospeso e pertanto decorre secondo le regole ordinarie.
Al riguardo, la Cassazione – con la sentenza n. 17404/2016 – ha precisato che “[…] la decadenza consiste nel fatto oggettivo del mancato esercizio del diritto entro un termine stabilito, nell’interesse generale o individuale alla certezza di una determinata situazione giuridica, senza alcuna possibilità di proroga, sospensione o interruzione, se non nei casi eccezionali tassativamente previsti dalla legge […]: essa pertanto non può essere impedita da una situazione di fatto di mera difficoltà, essendo invece necessario un impedimento assoluto imputabile a causa ineluttabile. […]”.
Ciò premesso, si chiarisce che, nell’ipotesi in cui l’evento di malattia non è indennizzato/indennizzabile, il termine di 68 giorni, previsto a pena di decadenza per la presentazione della domanda di indennità di disoccupazione, non è sospeso, ma decorre secondo le regole ordinarie (Messaggio n. 4211/2019).

Con riferimento alla decorrenza del termine ed alla sospensione dello stesso per la presentazione della domanda di indennità NASpI nel caso di evento di malattia insorto prima o dopo la cessazione del rapporto di lavoro subordinato, è necessario tenere conto della diversa disciplina della malattia e dell’indennizzabilità della stessa a seconda del contratto sottostante al rapporto di lavoro.

A conferma e ad integrazione di quanto già in precedenza precisato (paragrafo 2.6.a.2, Circolare n. 94/2015), nel caso di evento di malattia comune indennizzabile da parte dell’INPS o infortunio sul lavoro/malattia professionale indennizzabile da parte dell’INAIL insorto dopo la data di cessazione del rapporto di lavoro, il termine di presentazione della domanda rimane sospeso per un periodo pari alla durata dell’evento di malattia indennizzato o di infortunio sul lavoro/malattia professionale e riprende a decorrere, al termine del predetto evento, per la parte residua.
Laddove la malattia comune indennizzabile da parte dell’INPS o infortunio sul lavoro/malattia professionale indennizzabile da parte dell’INAIL insorga durante il rapporto di lavoro e si protragga oltre la cessazione dello stesso, il termine per la presentazione della domanda di NASpI decorre dalla fine dell’evento di malattia/infortunio.
Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che la cessazione del rapporto di lavoro intanto rileva per la decorrenza del termine di decadenza in quanto comporta la cessazione dei mezzi di sussistenza del lavoratore; laddove invece la copertura del bisogno derivi dal sistema previdenziale, il riconoscimento in capo al lavoratore disoccupato di altre prestazioni di natura previdenziale preclude la decorrenza del termine di decadenza stesso; la Corte, inoltre, ha precisato che il termine di decadenza di sessanta giorni previsto dall’articolo 129, comma 5, del R.D.L. 4 ottobre 1935, n. 1827, per la presentazione della domanda di ammissione al pagamento dell’indennità di disoccupazione non decorre durante il periodo di malattia per il quale il disoccupato abbia titolo ad altre prestazioni economiche di natura previdenziale.
Nel caso, invece, in cui non sia normativamente prevista, per la specifica categoria di lavoratore subordinato, la tutela della malattia oltre la data di cessazione del rapporto di lavoro (si pensi, ad esempio, ai lavoratori a tempo determinato del settore commercio), il termine di presentazione della domanda di NASpI non può essere sospeso e pertanto decorre secondo le regole ordinarie.
Al riguardo, la Cassazione - con la sentenza n. 17404/2016 - ha precisato che "[...] la decadenza consiste nel fatto oggettivo del mancato esercizio del diritto entro un termine stabilito, nell’interesse generale o individuale alla certezza di una determinata situazione giuridica, senza alcuna possibilità di proroga, sospensione o interruzione, se non nei casi eccezionali tassativamente previsti dalla legge [...]: essa pertanto non può essere impedita da una situazione di fatto di mera difficoltà, essendo invece necessario un impedimento assoluto imputabile a causa ineluttabile. [...]".
Ciò premesso, si chiarisce che, nell’ipotesi in cui l’evento di malattia non è indennizzato/indennizzabile, il termine di 68 giorni, previsto a pena di decadenza per la presentazione della domanda di indennità di disoccupazione, non è sospeso, ma decorre secondo le regole ordinarie (Messaggio n. 4211/2019).