Procedura di notifica della cartella di pagamento: valida la copia allegata alla Pec

Con la recente Ordinanza n. 30945 del 27 novembre 2019, la Corte di Cassazione ha affermato la piena legittimità della notifica di una cartella di pagamento eseguita dal concessionario della riscossione allegando una copia informatica (in formato PDF) dell’originaria cartella cartacea al messaggio di Posta Elettronica Certificata inviato all’indirizzo pec del contribuente.

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, il concessionario della riscossione ha eseguito la notifica al contribuente, allegando al messaggio di posta elettronica certificata una copia per immagini (in formato PDF) della cartella di pagamento composta in origine in formato cartaceo.
Il contribuente ha eccepito l’illegittimità della notifica, contestando proprio la circostanza che la cartella di pagamento allegata fosse una copia per immagini, peraltro, priva dell’apposizione della firma digitale.
Al riguardo i giudici della Suprema Corte hanno osservato che, secondo la normativa applicabile, la notifica della cartella di pagamento può essere eseguita a mezzo posta elettronica certificata (PEC), all’indirizzo del destinatario risultante dall’indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (INI-PEC), osservando le modalità stabilite dal “Regolamento per l’utilizzo della posta elettronica certificata”.
Detto “regolamento” definisce il messaggio di posta elettronica certificata come un documento informatico composto dal testo del messaggio, dai dati di certificazione e dagli eventuali documenti informatici allegati.
Il riferimento al documento informatico, contenuto nella definizione di messaggio pec, rinvia implicitamente alle definizioni di “documento informatico” contenute nel Codice dell’Amministrazione Digitale (o CAD). In particolare, si definisce:
– documento informatico, il “documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti”;
– copia informatica di documento analogico, il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento analogico da cui è tratto;
– copia per immagine su supporto informatico di documento analogico, il documento informatico avente contenuto e forma identici a quelli del documento analogico da cui è tratto;
– copia informatica di documento informatico, il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento da cui è tratto su supporto informatico con diversa sequenza di valori binari;
– duplicato informatico, il documento informatico ottenuto mediante la memorizzazione, sullo stesso dispositivo o su dispositivi diversi, della medesima sequenza di valori binari del documento originario.
In considerazione di ciò, dunque, la notifica della cartella di pagamento può essere validamente eseguita, allegando al messaggio PEC un documento informatico, che sia duplicato informatico dell’atto originario (cd. “atto nativo digitale”), oppure una copia per immagini su supporto informatico di documento in originale cartaceo (cd. “copia informatica”).
Nessuna norma di legge, inoltre, impone che la copia su supporto informatico della cartella di pagamento in origine cartacea, notificata dall’agente della riscossione tramite PEC, debba poi essere sottoscritta con firma digitale.

Con la recente Ordinanza n. 30945 del 27 novembre 2019, la Corte di Cassazione ha affermato la piena legittimità della notifica di una cartella di pagamento eseguita dal concessionario della riscossione allegando una copia informatica (in formato PDF) dell’originaria cartella cartacea al messaggio di Posta Elettronica Certificata inviato all’indirizzo pec del contribuente.

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione, il concessionario della riscossione ha eseguito la notifica al contribuente, allegando al messaggio di posta elettronica certificata una copia per immagini (in formato PDF) della cartella di pagamento composta in origine in formato cartaceo.
Il contribuente ha eccepito l’illegittimità della notifica, contestando proprio la circostanza che la cartella di pagamento allegata fosse una copia per immagini, peraltro, priva dell’apposizione della firma digitale.
Al riguardo i giudici della Suprema Corte hanno osservato che, secondo la normativa applicabile, la notifica della cartella di pagamento può essere eseguita a mezzo posta elettronica certificata (PEC), all'indirizzo del destinatario risultante dall'indice nazionale degli indirizzi di posta elettronica certificata (INI-PEC), osservando le modalità stabilite dal "Regolamento per l'utilizzo della posta elettronica certificata".
Detto "regolamento" definisce il messaggio di posta elettronica certificata come un documento informatico composto dal testo del messaggio, dai dati di certificazione e dagli eventuali documenti informatici allegati.
Il riferimento al documento informatico, contenuto nella definizione di messaggio pec, rinvia implicitamente alle definizioni di "documento informatico" contenute nel Codice dell’Amministrazione Digitale (o CAD). In particolare, si definisce:
- documento informatico, il "documento elettronico che contiene la rappresentazione informatica di atti, fatti o dati giuridicamente rilevanti";
- copia informatica di documento analogico, il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento analogico da cui è tratto;
- copia per immagine su supporto informatico di documento analogico, il documento informatico avente contenuto e forma identici a quelli del documento analogico da cui è tratto;
- copia informatica di documento informatico, il documento informatico avente contenuto identico a quello del documento da cui è tratto su supporto informatico con diversa sequenza di valori binari;
- duplicato informatico, il documento informatico ottenuto mediante la memorizzazione, sullo stesso dispositivo o su dispositivi diversi, della medesima sequenza di valori binari del documento originario.
In considerazione di ciò, dunque, la notifica della cartella di pagamento può essere validamente eseguita, allegando al messaggio PEC un documento informatico, che sia duplicato informatico dell'atto originario (cd. "atto nativo digitale"), oppure una copia per immagini su supporto informatico di documento in originale cartaceo (cd. "copia informatica").
Nessuna norma di legge, inoltre, impone che la copia su supporto informatico della cartella di pagamento in origine cartacea, notificata dall'agente della riscossione tramite PEC, debba poi essere sottoscritta con firma digitale.

Licenziamento, l’irrilevanza disciplinare dei messaggi sui social se la chat è a gruppo chiuso

I messaggi vocali in una chat social di un gruppo chiuso, insuscettibili di diffusione all’esterno, sono equiparabili a corrispondenza privata e non possono configurare atti idonei a comunicare o diffondere all’esterno affermazioni offensive, discriminatorie o minatorie, indirizzate a superiori o colleghi, con conseguente insussistenza di fatto connotato dal carattere di illiceità (Tribunale di Firenze, sentenza 16 ottobre 2019)

Un Lavoratore ha convenuto in giudizio avanti al Tribunale territoriale, in funzione di giudice del lavoro, l’ex Datore di lavoro, impugnando il licenziamento disciplinare intimatogli e chiedendo:
– l’illegittimità del licenziamento per insussistenza del fatto materiale contestato;
– la reintegra nel posto di lavoro e nelle mansioni, o mansioni equivalenti;
– il pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione, sino ad un massimo di dodici mensilità, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali da ogni singola scadenza all’effettivo pagamento;
– il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell’effettiva reintegrazione.
Dal canto suo, la Società aveva contestato la domanda, perché infondata in fatto e in diritto.
Nello specifico, il licenziamento de quo era stato intimato all’esito di un procedimento disciplinare, con il quale la Società aveva contestato al dipendente di aver registrato, su una chat di un famoso social, denominata “Amici di lavoro”, alcuni messaggi vocali, riferiti al superiore gerarchico e ad altri colleghi, con contenuti offensivi, denigratori, minatori e razzisti. Il Lavoratore non contesta di essere l’autore dei messaggi vocali, ma ne deduce l’irrilevanza disciplinare in quanto essi erano stati registrati in una chat privata, le cui comunicazioni erano comprese nell’ambito di tutela della libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, diritti inviolabili secondo l’articolo 15 della Costituzione, salvo la loro limitazione per atto motivato dell’autorità giudiziaria, con le garanzie stabilite dalla legge. La Società, invece, sostiene di aver legittimamente intimato il licenziamento, essendo, tra l’altro, tenuta a tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti (art. 2087 c.c.), oggetto delle espressioni offensive e minacciose del ricorrente.
Orbene, la recente giurisprudenza di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza n. 10280/2018 e sentenza n. 21965/2018) ha preso in esame la fattispecie di messaggi di contenuto offensivo o diffamatorio diffusi dal dipendente tramite strumenti informatici, distinguendo, sostanzialmente, tra:
– messaggi diffusi tramite strumenti potenzialmente idonei a raggiungere un numero indeterminato di persone (nella specie, la bacheca di un famoso social);
– messaggi inviati tramite strumenti ad accesso limitato (nella specie, una chat privata), con esclusione della possibilità che le comunicazioni ivi inserite siano conoscibili da soggetto diversi dai partecipanti.
Nel primo caso, sono state considerate di natura diffamatoria, e perciò configuranti giusta causa di licenziamento (art. 2119 c.c.), le affermazioni dispregiative formulate dal lavoratore nei confronti dell’azienda datrice di lavoro, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, posto che il rapporto interpersonale, proprio per il mezzo utilizzato, assume un profilo allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione. Nella seconda ipotesi, invece, va esclusa la sussistenza di giusta causa, rilevando che l’invio di messaggi riservati ai soli ai partecipanti a una chat è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, anche intesa in senso lato, che presuppone l’astratta possibilità di divulgazione nell’ambiente sociale.
Ne consegue che i messaggi vocali, pur recanti affermazioni diffamatorie e discriminatorie, non sono sussumibili nella fattispecie di frasi ingiuriose, discriminatorie e minacciose indirizzate a superiori o colleghi, stante l’impossibilità di diffusione delle frasi in questione al di fuori della limitata cerchia dei partecipanti alla chat di gruppo.
Anche il richiamo ai principi del codice etico aziendale, peraltro coincidenti con i generali principi di civiltà destinati a regolare i rapporti tra i soggetti, con specifico riferimento al divieto di condotte discriminatorie e molestie, in base ai quali il datore di lavoro è tenuto ad attivarsi, non è rilevante. Tale evenienza, infatti, presuppone la pubblica diffusività della condotta dell’agente, in difetto della quale anche affermazioni offensive o discriminatorie sono inidonee a determinare un’effettiva lesione dei pur rilevanti interessi oggetto di tutela. Ed ancora, non è ravvisabile la dedotta violazione dell’obbligo di fedeltà, anch’essa da ricondursi a condotte esteriormente oggettivabili, e da escludersi in affermazioni per loro natura destinate a restare riservate.
In definitiva, deve dichiararsi l’insussistenza del fatto addebitato e, secondo il recente orientamento della giurisprudenza di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza n. 12102/2018), l’applicabilità dell’invocata tutela reintegratoria (art. 3, co. 2, D.Lgs. n. 23/2015).

I messaggi vocali in una chat social di un gruppo chiuso, insuscettibili di diffusione all’esterno, sono equiparabili a corrispondenza privata e non possono configurare atti idonei a comunicare o diffondere all’esterno affermazioni offensive, discriminatorie o minatorie, indirizzate a superiori o colleghi, con conseguente insussistenza di fatto connotato dal carattere di illiceità (Tribunale di Firenze, sentenza 16 ottobre 2019)

Un Lavoratore ha convenuto in giudizio avanti al Tribunale territoriale, in funzione di giudice del lavoro, l’ex Datore di lavoro, impugnando il licenziamento disciplinare intimatogli e chiedendo:
- l’illegittimità del licenziamento per insussistenza del fatto materiale contestato;
- la reintegra nel posto di lavoro e nelle mansioni, o mansioni equivalenti;
- il pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all'ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del TFR, dal giorno del licenziamento fino a quello dell'effettiva reintegrazione, sino ad un massimo di dodici mensilità, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali da ogni singola scadenza all'effettivo pagamento;
- il versamento dei contributi previdenziali e assistenziali dal giorno del licenziamento fino a quello dell'effettiva reintegrazione.
Dal canto suo, la Società aveva contestato la domanda, perché infondata in fatto e in diritto.
Nello specifico, il licenziamento de quo era stato intimato all’esito di un procedimento disciplinare, con il quale la Società aveva contestato al dipendente di aver registrato, su una chat di un famoso social, denominata "Amici di lavoro", alcuni messaggi vocali, riferiti al superiore gerarchico e ad altri colleghi, con contenuti offensivi, denigratori, minatori e razzisti. Il Lavoratore non contesta di essere l’autore dei messaggi vocali, ma ne deduce l’irrilevanza disciplinare in quanto essi erano stati registrati in una chat privata, le cui comunicazioni erano comprese nell’ambito di tutela della libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione, diritti inviolabili secondo l’articolo 15 della Costituzione, salvo la loro limitazione per atto motivato dell'autorità giudiziaria, con le garanzie stabilite dalla legge. La Società, invece, sostiene di aver legittimamente intimato il licenziamento, essendo, tra l’altro, tenuta a tutelare l’integrità fisica e morale dei dipendenti (art. 2087 c.c.), oggetto delle espressioni offensive e minacciose del ricorrente.
Orbene, la recente giurisprudenza di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza n. 10280/2018 e sentenza n. 21965/2018) ha preso in esame la fattispecie di messaggi di contenuto offensivo o diffamatorio diffusi dal dipendente tramite strumenti informatici, distinguendo, sostanzialmente, tra:
- messaggi diffusi tramite strumenti potenzialmente idonei a raggiungere un numero indeterminato di persone (nella specie, la bacheca di un famoso social);
- messaggi inviati tramite strumenti ad accesso limitato (nella specie, una chat privata), con esclusione della possibilità che le comunicazioni ivi inserite siano conoscibili da soggetto diversi dai partecipanti.
Nel primo caso, sono state considerate di natura diffamatoria, e perciò configuranti giusta causa di licenziamento (art. 2119 c.c.), le affermazioni dispregiative formulate dal lavoratore nei confronti dell’azienda datrice di lavoro, per la potenziale capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, posto che il rapporto interpersonale, proprio per il mezzo utilizzato, assume un profilo allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione. Nella seconda ipotesi, invece, va esclusa la sussistenza di giusta causa, rilevando che l’invio di messaggi riservati ai soli ai partecipanti a una chat è logicamente incompatibile con i requisiti propri della condotta diffamatoria, anche intesa in senso lato, che presuppone l’astratta possibilità di divulgazione nell'ambiente sociale.
Ne consegue che i messaggi vocali, pur recanti affermazioni diffamatorie e discriminatorie, non sono sussumibili nella fattispecie di frasi ingiuriose, discriminatorie e minacciose indirizzate a superiori o colleghi, stante l’impossibilità di diffusione delle frasi in questione al di fuori della limitata cerchia dei partecipanti alla chat di gruppo.
Anche il richiamo ai principi del codice etico aziendale, peraltro coincidenti con i generali principi di civiltà destinati a regolare i rapporti tra i soggetti, con specifico riferimento al divieto di condotte discriminatorie e molestie, in base ai quali il datore di lavoro è tenuto ad attivarsi, non è rilevante. Tale evenienza, infatti, presuppone la pubblica diffusività della condotta dell’agente, in difetto della quale anche affermazioni offensive o discriminatorie sono inidonee a determinare un’effettiva lesione dei pur rilevanti interessi oggetto di tutela. Ed ancora, non è ravvisabile la dedotta violazione dell’obbligo di fedeltà, anch’essa da ricondursi a condotte esteriormente oggettivabili, e da escludersi in affermazioni per loro natura destinate a restare riservate.
In definitiva, deve dichiararsi l’insussistenza del fatto addebitato e, secondo il recente orientamento della giurisprudenza di legittimità (Corte di Cassazione, sentenza n. 12102/2018), l’applicabilità dell’invocata tutela reintegratoria (art. 3, co. 2, D.Lgs. n. 23/2015).

Riduzione contributiva edilizia 2019: indicazioni operative

Con il decreto del 24 settembre 2019 il Ministero del Lavoro ha confermato, per il 2019, la riduzione contributiva prevista dall’articolo 29 del D.L. n. 244/1995, e successive modifiche e integrazioni, per gli operai a tempo pieno del settore edile. L’Inps fornisce indicazioni operative per l’ammissione al regime agevolato.

Il decreto del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali del 24 settembre 2019 ha confermato per l’anno 2019, nella misura dell’11,50%, la riduzione contributiva a favore delle imprese edili.
Per i periodi di paga da gennaio a dicembre 2019, hanno diritto all’agevolazione contributiva i datori di lavoro classificati nel settore industria con i codici statistici contributivi da 11301 a 11305 e nel settore artigianato con i codici statistici contributivi da 41301 a 41305, nonché caratterizzati dai codici Ateco 2007 da 412000 a 439909.
Il beneficio consiste in una riduzione sui contributi dovuti, nella misura dell’11,50%, per le assicurazioni sociali diverse da quella pensionistica e si applica ai soli operai occupati per 40 ore a settimana. Non spetta, quindi, per i lavoratori a tempo parziale.

L’accesso al beneficio è subordinato alle seguenti condizioni:
– il rispetto di quanto previsto dall’articolo 1, comma 1175, della legge n. 296/2006, che impone a tutti i datori di lavoro, che intendano fruire dei benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale, il possesso dei requisiti di regolarità contributiva attestata tramite il documento unico di regolarità contributiva, fermi restando gli altri obblighi di legge e il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali, nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
– il rispetto di quanto previsto dall’articolo 1, comma 1, del decreto-legge 9 ottobre 1989, n. 338, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 1989, n. 389, in materia di retribuzione imponibile;
– i datori di lavoro non devono aver riportato condanne passate in giudicato per la violazione della normativa in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro nel quinquennio antecedente la data di applicazione dell’agevolazione (art. 36-bis, comma 8, del decreto-legge n. 223/2006).
La riduzione contributiva non spetta per quei lavoratori per i quali sono previste specifiche agevolazioni contributive ad altro titolo (ad esempio, esonero strutturale per le assunzioni a tempo indeterminato o “Incentivo Occupazione Sviluppo Sud”), e non spetta in presenza di contratti di solidarietà. In tali casi l’esclusione opera limitatamente ai lavoratori ai quali viene applicata la riduzione d’orario.
Le istanze dovranno essere inviate esclusivamente in via telematica avvalendosi del modulo “Rid-Edil”, disponibile all’interno del Cassetto previdenziale aziende del sito internet dell’Istituto, nella sezione “Comunicazioni on-line”, funzionalità “Invio nuova comunicazione” (Circolare Inps n. 145/2019).

Con il decreto del 24 settembre 2019 il Ministero del Lavoro ha confermato, per il 2019, la riduzione contributiva prevista dall’articolo 29 del D.L. n. 244/1995, e successive modifiche e integrazioni, per gli operai a tempo pieno del settore edile. L’Inps fornisce indicazioni operative per l’ammissione al regime agevolato.

Il decreto del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali del 24 settembre 2019 ha confermato per l’anno 2019, nella misura dell’11,50%, la riduzione contributiva a favore delle imprese edili.
Per i periodi di paga da gennaio a dicembre 2019, hanno diritto all’agevolazione contributiva i datori di lavoro classificati nel settore industria con i codici statistici contributivi da 11301 a 11305 e nel settore artigianato con i codici statistici contributivi da 41301 a 41305, nonché caratterizzati dai codici Ateco 2007 da 412000 a 439909.
Il beneficio consiste in una riduzione sui contributi dovuti, nella misura dell’11,50%, per le assicurazioni sociali diverse da quella pensionistica e si applica ai soli operai occupati per 40 ore a settimana. Non spetta, quindi, per i lavoratori a tempo parziale.

L’accesso al beneficio è subordinato alle seguenti condizioni:
- il rispetto di quanto previsto dall’articolo 1, comma 1175, della legge n. 296/2006, che impone a tutti i datori di lavoro, che intendano fruire dei benefici normativi e contributivi previsti dalla normativa in materia di lavoro e legislazione sociale, il possesso dei requisiti di regolarità contributiva attestata tramite il documento unico di regolarità contributiva, fermi restando gli altri obblighi di legge e il rispetto degli accordi e contratti collettivi nazionali, nonché di quelli regionali, territoriali o aziendali, laddove sottoscritti, stipulati dalle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
- il rispetto di quanto previsto dall’articolo 1, comma 1, del decreto-legge 9 ottobre 1989, n. 338, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 1989, n. 389, in materia di retribuzione imponibile;
- i datori di lavoro non devono aver riportato condanne passate in giudicato per la violazione della normativa in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro nel quinquennio antecedente la data di applicazione dell’agevolazione (art. 36-bis, comma 8, del decreto-legge n. 223/2006).
La riduzione contributiva non spetta per quei lavoratori per i quali sono previste specifiche agevolazioni contributive ad altro titolo (ad esempio, esonero strutturale per le assunzioni a tempo indeterminato o "Incentivo Occupazione Sviluppo Sud"), e non spetta in presenza di contratti di solidarietà. In tali casi l’esclusione opera limitatamente ai lavoratori ai quali viene applicata la riduzione d’orario.
Le istanze dovranno essere inviate esclusivamente in via telematica avvalendosi del modulo "Rid-Edil", disponibile all’interno del Cassetto previdenziale aziende del sito internet dell’Istituto, nella sezione "Comunicazioni on-line", funzionalità "Invio nuova comunicazione" (Circolare Inps n. 145/2019).

La cessazione della partita IVA: i chiarimenti del Fisco

La cessazione dell’attività professionale, con conseguente cessazione della partita IVA, non può prescindere dalla conclusione di tutti gli adempimenti conseguenti alle operazioni attive e passive effettuate. Pertanto, il professionista che non svolge più l’attività professionale non può cessare la partita IVA in presenza di corrispettivi per prestazioni rese in tale ambito ancora da fatturare ai propri clienti. (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta Consulenza giuridica – 29 novembre 2019, n. 20).

L’attività del professionista non si può considerare cessata fino all’esaurimento di tutte le operazioni, ulteriori rispetto all’interruzione delle prestazioni professionali, dirette alla definizione dei rapporti giuridici pendenti,ed, in particolare, di quelli aventi ad oggetto crediti strettamente connessi alla fase di svolgimento dell’attività professionale.
La cessazione dell’attività per il professionista non coincide, pertanto, con il momento in cui egli si astiene dal porre in essere le prestazioni professionali, bensì con quello, successivo, in cui chiude i rapporti professionali, fatturando tutte le prestazioni svolte e dismettendo i beni strumentali. Fino al momento in cui il professionista, che non intenda anticipare la fatturazione rispetto al momento di incasso del corrispettivo, non realizza la riscossione dei crediti, la cui esazione sia ritenuta ragionevolmente possibile (perché,ad esempio, non è decorso il termine di prescrizione) l’attività professionale non può ritenersi cessata.
Ad analoghe conclusioni sono pervenute le sezioni unite della Corte di cassazione. Nello specifico il Supremo collegio ha enunciato il seguente principio di diritto: “il compenso di prestazione professionale è imponibile ai fini IVA,anche se percepito successivamente alla cessazione dell’attività, nel cui ambito la prestazione è stata effettuata, ed alla relativa formalizzazione”; e questo perché ” il fatto generatore del tributo IVA e, dunque, l’insorgenza della correlativa imponibilità vanno identificati con la materiale esecuzione della prestazione. Con il conseguimento del compenso, coincide, non l’evento generatore del tributo, bensì, per esigenze di semplificazione funzionali alla riscossione, solo la sua condizione di esigibilità ed estremo limite temporale per l’adempimento dell’obbligo di fatturazione. Resta, peraltro, salva per il professionista la possibilità di anticipare la fatturazione delle prestazioni rese e, quindi, l’esigibilità dell’IVA rispetto al momento dell’effettivo incasso e poi chiudere la partita IVA. In tale evenienza, vanno computate nell’ultima dichiarazione annuale IVA, ove effettuate, anche le operazioni per le quali non si è verificata l’esigibilità dell’imposta.
Nella richiesta di consulenza giuridica, posta all’esame dell’amministrazione finanziaria, l’istante, in merito ad alcuni dipendenti assunti di recente per concorso con rapporto di lavoro di dipendente pubblico a tempo pieno, già titolari di partita IVA in ragione dello svolgimento, prima di entrare in servizio, di un’attività professionale, chiede se i neoassunti debbano ovvero possano mantenere o meno aperta la partita IVA per il tempo strettamente necessario alla riscossione dei crediti afferenti alla pregressa attività professionale e maturati prima dell’assunzione.
Nella sua risposta l’Amministrazione in sintesi precisa che nella disciplina dell’IVA, delle imposte sui redditi e dell’IRAP non si rinvengono disposizioni che vietino ai dipendenti pubblici di mantenere l’attribuzione della partita IVA in riferimento agli adempimenti fiscali relativi ad attività di lavoro autonomo precedentemente svolta.

La cessazione dell'attività professionale, con conseguente cessazione della partita IVA, non può prescindere dalla conclusione di tutti gli adempimenti conseguenti alle operazioni attive e passive effettuate. Pertanto, il professionista che non svolge più l'attività professionale non può cessare la partita IVA in presenza di corrispettivi per prestazioni rese in tale ambito ancora da fatturare ai propri clienti. (AGENZIA DELLE ENTRATE - Risposta Consulenza giuridica - 29 novembre 2019, n. 20).

L'attività del professionista non si può considerare cessata fino all'esaurimento di tutte le operazioni, ulteriori rispetto all'interruzione delle prestazioni professionali, dirette alla definizione dei rapporti giuridici pendenti,ed, in particolare, di quelli aventi ad oggetto crediti strettamente connessi alla fase di svolgimento dell'attività professionale.
La cessazione dell'attività per il professionista non coincide, pertanto, con il momento in cui egli si astiene dal porre in essere le prestazioni professionali, bensì con quello, successivo, in cui chiude i rapporti professionali, fatturando tutte le prestazioni svolte e dismettendo i beni strumentali. Fino al momento in cui il professionista, che non intenda anticipare la fatturazione rispetto al momento di incasso del corrispettivo, non realizza la riscossione dei crediti, la cui esazione sia ritenuta ragionevolmente possibile (perché,ad esempio, non è decorso il termine di prescrizione) l'attività professionale non può ritenersi cessata.
Ad analoghe conclusioni sono pervenute le sezioni unite della Corte di cassazione. Nello specifico il Supremo collegio ha enunciato il seguente principio di diritto: "il compenso di prestazione professionale è imponibile ai fini IVA,anche se percepito successivamente alla cessazione dell'attività, nel cui ambito la prestazione è stata effettuata, ed alla relativa formalizzazione"; e questo perché " il fatto generatore del tributo IVA e, dunque, l'insorgenza della correlativa imponibilità vanno identificati con la materiale esecuzione della prestazione. Con il conseguimento del compenso, coincide, non l'evento generatore del tributo, bensì, per esigenze di semplificazione funzionali alla riscossione, solo la sua condizione di esigibilità ed estremo limite temporale per l'adempimento dell'obbligo di fatturazione. Resta, peraltro, salva per il professionista la possibilità di anticipare la fatturazione delle prestazioni rese e, quindi, l'esigibilità dell'IVA rispetto al momento dell'effettivo incasso e poi chiudere la partita IVA. In tale evenienza, vanno computate nell'ultima dichiarazione annuale IVA, ove effettuate, anche le operazioni per le quali non si è verificata l'esigibilità dell'imposta.
Nella richiesta di consulenza giuridica, posta all’esame dell’amministrazione finanziaria, l’istante, in merito ad alcuni dipendenti assunti di recente per concorso con rapporto di lavoro di dipendente pubblico a tempo pieno, già titolari di partita IVA in ragione dello svolgimento, prima di entrare in servizio, di un'attività professionale, chiede se i neoassunti debbano ovvero possano mantenere o meno aperta la partita IVA per il tempo strettamente necessario alla riscossione dei crediti afferenti alla pregressa attività professionale e maturati prima dell'assunzione.
Nella sua risposta l’Amministrazione in sintesi precisa che nella disciplina dell'IVA, delle imposte sui redditi e dell'IRAP non si rinvengono disposizioni che vietino ai dipendenti pubblici di mantenere l'attribuzione della partita IVA in riferimento agli adempimenti fiscali relativi ad attività di lavoro autonomo precedentemente svolta.

Formazione aziendale tramite il Professionista

Fondoprofessioni ha stanziato 400 mila euro per il finanziamento della formazione dei dipendenti delle Aziende aderenti tramite il Professionista.

Fondoprofessioni, il fondo interprofessionale per la formazione continua negli Studi professionali e nelle Aziende collegate, con la pubblicazione dell’Avviso 01/20, ha stanziato 400 mila euro per il finanziamento della formazione dei dipendenti delle Aziende aderenti tramite il Professionista. Sono state rese disponibili risorse per finanziare piani formativi promossi dagli Studi professionali, come Enti proponenti, e destinati al personale delle Aziende che ad essi si rivolgono.
La presentazione della domanda di finanziamento al Fondo e l’organizzazione e rendicontazione dei piani formativi, dovrà avvenire tramite un Ente attuatore accreditato presso il Fondo, individuato dallo Studio professionale proponente.
Pertanto, i Professionisti diventano sempre più parte attiva della formazione finanziata, gestendo direttamente l’attività di docenza, nei corsi destinati alle Aziende aderenti a Fondoprofessioni.
Possono essere presentate le domande di finanziamento a Fondoprofessioni entro il 31/1/2020 (1° Sportello) o entro il 31/7/2020 (2° Sportello).

Fondoprofessioni ha stanziato 400 mila euro per il finanziamento della formazione dei dipendenti delle Aziende aderenti tramite il Professionista.

Fondoprofessioni, il fondo interprofessionale per la formazione continua negli Studi professionali e nelle Aziende collegate, con la pubblicazione dell’Avviso 01/20, ha stanziato 400 mila euro per il finanziamento della formazione dei dipendenti delle Aziende aderenti tramite il Professionista. Sono state rese disponibili risorse per finanziare piani formativi promossi dagli Studi professionali, come Enti proponenti, e destinati al personale delle Aziende che ad essi si rivolgono.
La presentazione della domanda di finanziamento al Fondo e l’organizzazione e rendicontazione dei piani formativi, dovrà avvenire tramite un Ente attuatore accreditato presso il Fondo, individuato dallo Studio professionale proponente.
Pertanto, i Professionisti diventano sempre più parte attiva della formazione finanziata, gestendo direttamente l’attività di docenza, nei corsi destinati alle Aziende aderenti a Fondoprofessioni.
Possono essere presentate le domande di finanziamento a Fondoprofessioni entro il 31/1/2020 (1° Sportello) o entro il 31/7/2020 (2° Sportello).

Fondo Mario Negri: variazione contributo integrativo per i Dirigenti Assologistica

Variato il contributo integrativo al Fondo Mario Negri per i dirigenti del CCNL delle imprese di logistica, magazzini generali, terminal operators portuali, interportuali ed aereoportuali

Al fine di consentire un quadro di riferimento legislativo e contrattuale di maggiore stabilità, è stata prorogata la vigenza del CCNL per i Dirigenti delle aziende delle imprese di logistica, magazzini generali, terminal operators portuali, interportuali ed aereoportuali, fino al 31/12/2019.
Pertanto, al fine di garantire il processo di riallineamento della previdenza complementare del Fondo Mario Negri, le Parti concordano una variazione del 2% del contributo integrativo a carico del datore di lavoro, per cui per il periodo di proroga del suddetto CCNL (1/1/2019 – 31/12/2019) l’aliquota del contributo integrativo passa dall’attuale 2,11% al 2,15% della retribuzione convenzionale annua di Euro 59.224,54.

Variato il contributo integrativo al Fondo Mario Negri per i dirigenti del CCNL delle imprese di logistica, magazzini generali, terminal operators portuali, interportuali ed aereoportuali

Al fine di consentire un quadro di riferimento legislativo e contrattuale di maggiore stabilità, è stata prorogata la vigenza del CCNL per i Dirigenti delle aziende delle imprese di logistica, magazzini generali, terminal operators portuali, interportuali ed aereoportuali, fino al 31/12/2019.
Pertanto, al fine di garantire il processo di riallineamento della previdenza complementare del Fondo Mario Negri, le Parti concordano una variazione del 2% del contributo integrativo a carico del datore di lavoro, per cui per il periodo di proroga del suddetto CCNL (1/1/2019 - 31/12/2019) l'aliquota del contributo integrativo passa dall'attuale 2,11% al 2,15% della retribuzione convenzionale annua di Euro 59.224,54.

Nuovi contributi alla Cassa Edile di Grosseto

La Cassa Edile di Grosseto comunica la variazione delle aliquote contributive a far data dall’1/11/2019

La cassa Edile della Provincia di Grosseto comunica con propria circolare che, con accordo sindacale tra ANCE Grosseto e le federazioni sindacali territoriali FENEAL UIL, FILCA CISL e FILLEA CGIL in conseguenza dell’accordo sindacale nazionale del 3/4/2019, è stata apportata una variazione al contributo APE, che passa a partire dall’1/11/2019 dal 3,11% al 3,31%.
Si riporta pertanto, la tabella contributiva aggiornata:

CONTRIBUTO

A carico delle imprese

A carico degli operai

Totale da versare

Contributo Cassa Edile 2,083% 0,417% 2,50%
Quote provinciali di adesione contrattuale 0,70% 0,70% 1,40%
Quote nazionali di adesione contrattuale 0,22% 0,22% 0,44%
Contributo per l’Anzianità Professionale Edile 3,31% 0,00% 3,31%
Contributo per l’Addestramento Prof.le (Scuola Edile) 0,60% 0,00% 0,60%
Contributo per Comitato Paritetico Territoriale 0,60% 0,00% 0,60%
Fondo Prepensionamento 0,20% 0,00% 0,20%
Fondo Sanitario Nazionale 0,35% 0,00% 0,35%
Fondo Incentivo all’Occupazione 0,10% 0,00% 0,10%
TOTALI 8,163% 1,337% 9,50%

La Cassa Edile di Grosseto comunica la variazione delle aliquote contributive a far data dall’1/11/2019

La cassa Edile della Provincia di Grosseto comunica con propria circolare che, con accordo sindacale tra ANCE Grosseto e le federazioni sindacali territoriali FENEAL UIL, FILCA CISL e FILLEA CGIL in conseguenza dell’accordo sindacale nazionale del 3/4/2019, è stata apportata una variazione al contributo APE, che passa a partire dall’1/11/2019 dal 3,11% al 3,31%.
Si riporta pertanto, la tabella contributiva aggiornata:

CONTRIBUTO

A carico delle imprese

A carico degli operai

Totale da versare

Contributo Cassa Edile 2,083% 0,417% 2,50%
Quote provinciali di adesione contrattuale 0,70% 0,70% 1,40%
Quote nazionali di adesione contrattuale 0,22% 0,22% 0,44%
Contributo per l’Anzianità Professionale Edile 3,31% 0,00% 3,31%
Contributo per l’Addestramento Prof.le (Scuola Edile) 0,60% 0,00% 0,60%
Contributo per Comitato Paritetico Territoriale 0,60% 0,00% 0,60%
Fondo Prepensionamento 0,20% 0,00% 0,20%
Fondo Sanitario Nazionale 0,35% 0,00% 0,35%
Fondo Incentivo all’Occupazione 0,10% 0,00% 0,10%
TOTALI 8,163% 1,337% 9,50%

Inail, la rendita ai superstiti spettante anche in caso di aggravamento oltre il termine per la revisione

Il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius; tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto (Corte di Cassazione, ordinanza 26 novembre 2019, n. 30879).

La Corte d’appello territoriale aveva rigettato l’appello proposto da un soggetto che chiedeva il riconoscimento della rendita ai superstiti e dell’assegno funerario per la morte di un lavoratore, a seguito delle complicanze legate alla malattia professionale di cui soffriva in vita. La Corte aveva ritenuto che l’evoluzione peggiorativa dell’originaria malattia professionale di cui era affetto il de cuius, era comparsa ben oltre il termine di 15 anni stabilito per la revisionabilità della rendita; pertanto, benché il diritto alla rendita ai superstiti sorga autonomamente e per legge in capo agli interessati, esso trovava necessariamente fondamento sui presupposti dettati dalla normativa del Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (D.P.R. n. 1124/1965) ed era soggetto ai principi fissati dalla stessa normativa, compreso quello per cui gli aggravamenti, per essere azionabili nei confronti di Inail, dovevano essersi verificati entro il quindicennio dalla costituzione della rendita, termine che operava sul piano sostanziale incidendo sull’esistenza stessa del diritto.
Contro la sentenza propone così ricorso in Cassazione il superstite, lamentando violazione e falsa applicazione della legge (artt. 85, 83 e 137, D.P.R. n. 1124/1965), avendo la Corte posto dei limiti temporali all’applicazione dei parametri per l’erogazione della rendita ai superstiti, non contemplati dalla normativa.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. La Corte di merito, infatti, tradendo la premessa sull’autonomia della rendita ai superstiti e sul diritto degli eredi a percepirla iure proprio, ha riferito alla rendita ai superstiti l’istituto della “revisione della rendita per miglioramento o peggioramento”, riguardante invece esclusivamente la diversa prestazione relativa alla rendita di cui è titolare lo stesso lavoratore assicurato, ovvero la rendita già costituita. L’oggetto della revisione è, infatti, il grado di riduzione dell’integrità psico-fisica del lavoratore ed il provvedimento di determinazione della misura della rendita già liquidata, nonché lo status di assenza postumi d’invalidità permanente o di presenza postumi che non raggiungono il minimo per l’indennizzabilità in capitale o per l’indennizzabilità in rendita (art. 13, co. 4, D.Lgs. n. 38/2000).
La rendita ai superstiti costituisce quindi una prestazione previdenziale che spetta iure proprio e non iure successionis e il diritto non appartiene al patrimonio del defunto perché nasce alla morte dell’assicurato. Di conseguenza, si prescinde dalla circostanza che per l’infortunio sul lavoro o per la malattia professionale sia stata già costituita la rendita, ed essa compete nonostante che la rendita sia stata liquidata in capitale all’infortunato. Altresì, essa non è vincolata dal preesistente accertamento amministrativo dell’esistenza di postumi invalidanti, trattandosi di un diritto autonomo che prescinde del tutto dalla titolarità della rendita.
Infine, con riguardo alla questione oggetto di causa, il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l’aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l’istituto della revisione della rendita erogata al de cuius. Tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all’adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto.

Il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l'aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l'istituto della revisione della rendita erogata al de cuius; tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all'adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto (Corte di Cassazione, ordinanza 26 novembre 2019, n. 30879).

La Corte d'appello territoriale aveva rigettato l'appello proposto da un soggetto che chiedeva il riconoscimento della rendita ai superstiti e dell'assegno funerario per la morte di un lavoratore, a seguito delle complicanze legate alla malattia professionale di cui soffriva in vita. La Corte aveva ritenuto che l'evoluzione peggiorativa dell'originaria malattia professionale di cui era affetto il de cuius, era comparsa ben oltre il termine di 15 anni stabilito per la revisionabilità della rendita; pertanto, benché il diritto alla rendita ai superstiti sorga autonomamente e per legge in capo agli interessati, esso trovava necessariamente fondamento sui presupposti dettati dalla normativa del Testo unico delle disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (D.P.R. n. 1124/1965) ed era soggetto ai principi fissati dalla stessa normativa, compreso quello per cui gli aggravamenti, per essere azionabili nei confronti di Inail, dovevano essersi verificati entro il quindicennio dalla costituzione della rendita, termine che operava sul piano sostanziale incidendo sull'esistenza stessa del diritto.
Contro la sentenza propone così ricorso in Cassazione il superstite, lamentando violazione e falsa applicazione della legge (artt. 85, 83 e 137, D.P.R. n. 1124/1965), avendo la Corte posto dei limiti temporali all'applicazione dei parametri per l’erogazione della rendita ai superstiti, non contemplati dalla normativa.
Per la Suprema Corte il ricorso è fondato. La Corte di merito, infatti, tradendo la premessa sull'autonomia della rendita ai superstiti e sul diritto degli eredi a percepirla iure proprio, ha riferito alla rendita ai superstiti l'istituto della "revisione della rendita per miglioramento o peggioramento", riguardante invece esclusivamente la diversa prestazione relativa alla rendita di cui è titolare lo stesso lavoratore assicurato, ovvero la rendita già costituita. L'oggetto della revisione è, infatti, il grado di riduzione dell'integrità psico-fisica del lavoratore ed il provvedimento di determinazione della misura della rendita già liquidata, nonché lo status di assenza postumi d'invalidità permanente o di presenza postumi che non raggiungono il minimo per l'indennizzabilità in capitale o per l’indennizzabilità in rendita (art. 13, co. 4, D.Lgs. n. 38/2000).
La rendita ai superstiti costituisce quindi una prestazione previdenziale che spetta iure proprio e non iure successionis e il diritto non appartiene al patrimonio del defunto perché nasce alla morte dell'assicurato. Di conseguenza, si prescinde dalla circostanza che per l'infortunio sul lavoro o per la malattia professionale sia stata già costituita la rendita, ed essa compete nonostante che la rendita sia stata liquidata in capitale all'infortunato. Altresì, essa non è vincolata dal preesistente accertamento amministrativo dell'esistenza di postumi invalidanti, trattandosi di un diritto autonomo che prescinde del tutto dalla titolarità della rendita.
Infine, con riguardo alla questione oggetto di causa, il diritto alla rendita ai superstiti non è condizionato dal fatto che l'aggravamento della malattia che ha cagionato la morte della persona, sia avvenuto oltre i termini previsti per l'istituto della revisione della rendita erogata al de cuius. Tale ultimo istituto è diretto, infatti, unicamente all'adeguamento della rendita goduta in vita dal lavoratore e non si confonde con la rendita ai superstiti la quale prescinde anche dalla circostanza che per quello stesso evento fosse già stata costituita o meno la rendita in favore del lavoratore deceduto.

Siglato accordo sulla formazione 4.0 per l’artigianato lombardo

Siglato, tra la CONFARTIGIANATO Lombardia, la CNA Lombardia, la CLAAI Lombardia, la CASARTIGIANI Lombardia e la CGIL Lombardia, la CISL Lombardia, la UIL Lombardia, l’accordo interconfederale Regionale per la formazione 4.0.

Le aziende dove sono presenti RSU/RSA stipuleranno il loro accordo secondo quanto previsto nei rispettivi CCNL.
L’accordo è applicabile alle imprese che abbiano conferito espresso mandato alle organizzazioni datoriali firmatarie del presente Accordo e/o che applichino e rispettino integralmente i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni firmatarie del presente Accordo.
Le imprese aderenti al sistema di rappresentanza delle Parti sociali datoriali indicate in epigrafe, nelle quali non è costituita una Rappresentanza Sindacale Aziendale, in caso di stipula di accordi aziendali con CGIL, CISL, UIL, relativi all’attuazione delle normative di cui in premessa, si avvalgono dell’assistenza delle predette associazioni aventi competenza sindacale cui aderiscono o alle quali conferiscono espresso mandato.
I contenuti delle attività di formazione per le quali si intende beneficiare del credito di imposta saranno espressamente disciplinati nei piani formativi sottoposti alla condivisione delle Parti Sociali o nell’ambito dell’Ente Bilaterale regionale o con il rappresentante sindacale di bacino (RSB) oppure secondo le altre modalità individuate a livello territoriale.
Vengono costituite, preferibilmente presso gli Enti Bilaterali territoriali, apposite Commissioni Territoriali/Osservatori, con il compito di monitoraggio delle attuazioni della presente intesa, alle quali le aziende che utilizzano le disposizioni del presente Accordo dovranno inviare una comunicazione contenente il proprio piano formativo, anche avvalendosi dello schema allegato.
Per beneficiare del credito d’imposta, le attività formative dovranno:
– Essere svolte per acquisire o consolidare le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano Nazionale Impresa 4.0;
– Valorizzare e rafforzare le competenze dei neoassunti, sviluppare le competenze dei dipendenti assunti, facilitare l’acquisizione di nuove competenze e agevolare i processi di riqualificazione resi necessari alla luce delle trasformazioni in atto;
– Riguardare gli ambiti di cui all’allegato A della legge 27/12/2017, n. 205;
– Essere programmate nel rispetto dei contenuti del presente Accordo e delle indicazioni di legge.

I percorsi formativi possono essere rivolti alla totalità dei dipendenti, a una singola categoria o a una parte di essi, inclusi part time, assunti a termine, in prova e gli apprendisti.

Siglato, tra la CONFARTIGIANATO Lombardia, la CNA Lombardia, la CLAAI Lombardia, la CASARTIGIANI Lombardia e la CGIL Lombardia, la CISL Lombardia, la UIL Lombardia, l’accordo interconfederale Regionale per la formazione 4.0.

Le aziende dove sono presenti RSU/RSA stipuleranno il loro accordo secondo quanto previsto nei rispettivi CCNL.
L’accordo è applicabile alle imprese che abbiano conferito espresso mandato alle organizzazioni datoriali firmatarie del presente Accordo e/o che applichino e rispettino integralmente i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni firmatarie del presente Accordo.
Le imprese aderenti al sistema di rappresentanza delle Parti sociali datoriali indicate in epigrafe, nelle quali non è costituita una Rappresentanza Sindacale Aziendale, in caso di stipula di accordi aziendali con CGIL, CISL, UIL, relativi all’attuazione delle normative di cui in premessa, si avvalgono dell’assistenza delle predette associazioni aventi competenza sindacale cui aderiscono o alle quali conferiscono espresso mandato.
I contenuti delle attività di formazione per le quali si intende beneficiare del credito di imposta saranno espressamente disciplinati nei piani formativi sottoposti alla condivisione delle Parti Sociali o nell’ambito dell’Ente Bilaterale regionale o con il rappresentante sindacale di bacino (RSB) oppure secondo le altre modalità individuate a livello territoriale.
Vengono costituite, preferibilmente presso gli Enti Bilaterali territoriali, apposite Commissioni Territoriali/Osservatori, con il compito di monitoraggio delle attuazioni della presente intesa, alle quali le aziende che utilizzano le disposizioni del presente Accordo dovranno inviare una comunicazione contenente il proprio piano formativo, anche avvalendosi dello schema allegato.
Per beneficiare del credito d’imposta, le attività formative dovranno:
- Essere svolte per acquisire o consolidare le conoscenze delle tecnologie previste dal Piano Nazionale Impresa 4.0;
- Valorizzare e rafforzare le competenze dei neoassunti, sviluppare le competenze dei dipendenti assunti, facilitare l’acquisizione di nuove competenze e agevolare i processi di riqualificazione resi necessari alla luce delle trasformazioni in atto;
- Riguardare gli ambiti di cui all’allegato A della legge 27/12/2017, n. 205;
- Essere programmate nel rispetto dei contenuti del presente Accordo e delle indicazioni di legge.

I percorsi formativi possono essere rivolti alla totalità dei dipendenti, a una singola categoria o a una parte di essi, inclusi part time, assunti a termine, in prova e gli apprendisti.

Fondo Altea: Nuova campagna nucleo familiare 2020

Il modulo di adesione al Fondo Altea del nucleo familiare per l’anno 2020 va consegnato in azienda entro il 30 novembre 2019

Il Fondo Altea riguarda i dipendenti con contratti Legno Industria, Legno PMI Confapi, Lapidei Industria e Cemento Federmaco. La trattenuta in busta paga della contribuzione dovuta (euro 8 mensili per coniuge e convivente e euro 6 per ciascun figlio) decorrerà a partire dalla retribuzione di gennaio 2020.
Il modulo di adesione del nucleo familiare, opportunamente compilato, non va inviato ad Altea ma consegnato in azienda entro e non oltre il 30 novembre 2019. La trattenuta in busta paga della contribuzione dovuta decorrerà a partire dalla retribuzione di gennaio 2020.
Solo per il primo anno:
– le prestazioni nelle strutture convenzionate con Unisalute potranno essere effettuate dal 1° aprile 2020
– i rimborsi (ticket, indennità di ricovero, ecc.) potranno essere richiesti per prestazioni eseguite dal 1° gennaio 2020, inviando la relativa documentazione a Unisalute o al Fondo dopo il 1°aprile 2020.
Da quest’anno gli iscritti possono scegliere se inserire o meno in copertura i figli minori di anni 6.
La contribuzione di €8/mese per coniuge o convivente è di €6/mese per ciascun figlio sarà a carico dell’iscritto e sarà trattenuta mensilmente dalla retribuzione.  L’iscrizione per i nuclei familiari già inseriti per il 2018 e il 2019 si rinnova automaticamente per il 2020 (non è necessario consegnare nuovamente il modulo in azienda) salvo revoca.

Le aziende sono invitate a raccogliere i moduli di adesione e ad inviarli per mail a familiari@fondoaltea.it entro e non oltre il 10 Dicembre 2019. Sarà gradito un sistematico e progressivo invio per facilitare l’inserimento dei nominativi a sistema. Fondo Altea fornirà riscontro del complesso delle adesioni ricevute entro il 20 gennaio 2020 per la relativa contabilizzazione della trattenuta in busta paga.
L’inserimento deve riguardare tutti i componenti del nucleo familiare (coniuge/convivente e figli). Possono essere esclusi solo i familiari già in possesso di altra copertura assicurativa e i minori di anni 6 al 1° gennaio 2020.
Per legge la contribuzione al Fondo per i propri familiari non concorre alla formazione del reddito imponibile e non è quindi soggetta a tassazione.

Il modulo di adesione al Fondo Altea del nucleo familiare per l’anno 2020 va consegnato in azienda entro il 30 novembre 2019

Il Fondo Altea riguarda i dipendenti con contratti Legno Industria, Legno PMI Confapi, Lapidei Industria e Cemento Federmaco. La trattenuta in busta paga della contribuzione dovuta (euro 8 mensili per coniuge e convivente e euro 6 per ciascun figlio) decorrerà a partire dalla retribuzione di gennaio 2020.
Il modulo di adesione del nucleo familiare, opportunamente compilato, non va inviato ad Altea ma consegnato in azienda entro e non oltre il 30 novembre 2019. La trattenuta in busta paga della contribuzione dovuta decorrerà a partire dalla retribuzione di gennaio 2020.
Solo per il primo anno:
- le prestazioni nelle strutture convenzionate con Unisalute potranno essere effettuate dal 1° aprile 2020
- i rimborsi (ticket, indennità di ricovero, ecc.) potranno essere richiesti per prestazioni eseguite dal 1° gennaio 2020, inviando la relativa documentazione a Unisalute o al Fondo dopo il 1°aprile 2020.
Da quest’anno gli iscritti possono scegliere se inserire o meno in copertura i figli minori di anni 6.
La contribuzione di €8/mese per coniuge o convivente è di €6/mese per ciascun figlio sarà a carico dell’iscritto e sarà trattenuta mensilmente dalla retribuzione.  L’iscrizione per i nuclei familiari già inseriti per il 2018 e il 2019 si rinnova automaticamente per il 2020 (non è necessario consegnare nuovamente il modulo in azienda) salvo revoca.

Le aziende sono invitate a raccogliere i moduli di adesione e ad inviarli per mail a familiari@fondoaltea.it entro e non oltre il 10 Dicembre 2019. Sarà gradito un sistematico e progressivo invio per facilitare l’inserimento dei nominativi a sistema. Fondo Altea fornirà riscontro del complesso delle adesioni ricevute entro il 20 gennaio 2020 per la relativa contabilizzazione della trattenuta in busta paga.
L’inserimento deve riguardare tutti i componenti del nucleo familiare (coniuge/convivente e figli). Possono essere esclusi solo i familiari già in possesso di altra copertura assicurativa e i minori di anni 6 al 1° gennaio 2020.
Per legge la contribuzione al Fondo per i propri familiari non concorre alla formazione del reddito imponibile e non è quindi soggetta a tassazione.