Il contratto di permuta immobiliare consente di fruire del “sisma bonus”

Con la Risposta a interpello n. 354 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è possibile fruire della detrazione IRPEF cd. “sisma bonus”, per l’acquisizione della casa antisismica tramite contratto di permuta con il quale viene trasferito l’immobile di proprietà all’impresa di costruzione che attraverso interventi di demolizione e ricostruzione restituisce un’unità immobiliare a ridotto rischio sismico. In tal caso, tuttavia, non è ammessa la cessione del credito d’imposta alternativo alla detrazione IRPEF tra i comproprietari.

SISMA BONUS

Al fine di incentivare l’adeguamento antisismico degli immobili ubicati in comuni ricadenti nelle zone sismiche 1, 2 e 3 è riconosciuta una specifica detrazione d’imposta agli acquirenti di unità immobiliari vendute da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare che abbiano realizzato interventi relativi all’adozione di misure antisismiche, mediante interventi di demolizione e ricostruzione di interi edifici, dai quali derivi una riduzione del rischio sismico che determini il passaggio ad una o a due classe di rischio inferiore (cd. “sisma bonus”). Affinché sia riconosciuta la detrazione, la vendita da parte delle imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare deve essere fatta entro 18 mesi dalla data di conclusione dei lavori di ricostruzione.
La detrazione è pari al 75 o all’85 per cento (a seconda che l’intervento di demolizione e ricostruzione determini il passaggio ad una o a due classi di rischio sismico inferiore) del prezzo della singola unità immobiliare, risultante nell’atto pubblico di compravendita e, comunque, calcolata entro un ammontare massimo di spesa pari a 96.000 euro per ciascuna unità immobiliare.
In luogo della detrazione è possibile optare per la cessione del credito d’imposta corrispondente all’importo della detrazione spettante alle imprese che hanno effettuato gli interventi ovvero ad altri soggetti privati, con esclusione degli istituti di credito e degli intermediari finanziari. Il cessionario del credito può a sua volta cedere ulteriormente il credito.

IL CASO

Con la risposta a interpello n. 354 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è possibile fruire di tale detrazione anche in relazione all’operazione di permuta immobiliare, con la quale i comproprietari (familiari) trasferiscono l’immobile ad uso abitativo ad un’impresa di costruzione che, dopo aver demolito e ricostruito l’edificio, ceda in cambio due nuove unità immobiliari a ridotto rischio sismico.
In considerazione del fatto che la detrazione è determinata in rapporto al prezzo di acquisto dell’unità immobiliare, l’operazione di permuta deve comunque realizzare una cessione a fronte di un corrispettivo. Pertanto, ha precisato l’Agenzia delle Entrate, è comunque necessario indicare in atto il conguaglio pattuito dalle parti nonché il valore attribuito a ciascuno dei beni permutati.
Con riferimento alla possibilità di cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante, l’Agenzia delle Entrate ritiene che, nel caso prospettato, sia possibile nei confronti delle imprese che hanno effettuato gli interventi di demolizione e ricostruzione, con la facoltà di successiva cessione del credito medesimo; deve ritenersi esclusa, invece, la cessione fra i comproprietari delle unità immobiliari ottenute per effetto del contratto di permuta.

Con la Risposta a interpello n. 354 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è possibile fruire della detrazione IRPEF cd. "sisma bonus", per l’acquisizione della casa antisismica tramite contratto di permuta con il quale viene trasferito l’immobile di proprietà all’impresa di costruzione che attraverso interventi di demolizione e ricostruzione restituisce un’unità immobiliare a ridotto rischio sismico. In tal caso, tuttavia, non è ammessa la cessione del credito d’imposta alternativo alla detrazione IRPEF tra i comproprietari.

SISMA BONUS

Al fine di incentivare l’adeguamento antisismico degli immobili ubicati in comuni ricadenti nelle zone sismiche 1, 2 e 3 è riconosciuta una specifica detrazione d’imposta agli acquirenti di unità immobiliari vendute da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare che abbiano realizzato interventi relativi all'adozione di misure antisismiche, mediante interventi di demolizione e ricostruzione di interi edifici, dai quali derivi una riduzione del rischio sismico che determini il passaggio ad una o a due classe di rischio inferiore (cd. "sisma bonus"). Affinché sia riconosciuta la detrazione, la vendita da parte delle imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare deve essere fatta entro 18 mesi dalla data di conclusione dei lavori di ricostruzione.
La detrazione è pari al 75 o all'85 per cento (a seconda che l’intervento di demolizione e ricostruzione determini il passaggio ad una o a due classi di rischio sismico inferiore) del prezzo della singola unità immobiliare, risultante nell'atto pubblico di compravendita e, comunque, calcolata entro un ammontare massimo di spesa pari a 96.000 euro per ciascuna unità immobiliare.
In luogo della detrazione è possibile optare per la cessione del credito d’imposta corrispondente all’importo della detrazione spettante alle imprese che hanno effettuato gli interventi ovvero ad altri soggetti privati, con esclusione degli istituti di credito e degli intermediari finanziari. Il cessionario del credito può a sua volta cedere ulteriormente il credito.

IL CASO

Con la risposta a interpello n. 354 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è possibile fruire di tale detrazione anche in relazione all’operazione di permuta immobiliare, con la quale i comproprietari (familiari) trasferiscono l’immobile ad uso abitativo ad un'impresa di costruzione che, dopo aver demolito e ricostruito l’edificio, ceda in cambio due nuove unità immobiliari a ridotto rischio sismico.
In considerazione del fatto che la detrazione è determinata in rapporto al prezzo di acquisto dell’unità immobiliare, l’operazione di permuta deve comunque realizzare una cessione a fronte di un corrispettivo. Pertanto, ha precisato l’Agenzia delle Entrate, è comunque necessario indicare in atto il conguaglio pattuito dalle parti nonché il valore attribuito a ciascuno dei beni permutati.
Con riferimento alla possibilità di cessione del credito corrispondente alla detrazione spettante, l’Agenzia delle Entrate ritiene che, nel caso prospettato, sia possibile nei confronti delle imprese che hanno effettuato gli interventi di demolizione e ricostruzione, con la facoltà di successiva cessione del credito medesimo; deve ritenersi esclusa, invece, la cessione fra i comproprietari delle unità immobiliari ottenute per effetto del contratto di permuta.

Legittimo il licenziamento per la prosecuzione della pausa pranzo oltre l’orario previsto

È legittimo il licenziamento per giusta causa del lavoratore per essersi intrattenuto in diverse circostanza oltre l’orario di pranzo previsto.

Secondo i giudici la condotta risulta posta in essere con chiara consapevolezza della violazione delle regole aziendali desumibile dalle modalità stesse di svolgimento, per essersi il lavoratore intrattenuto in due occasioni assieme ad altri ben oltre l’orario di pranzo previsto, lasciando al contempo incustodita la posta assegnatagli ed il mezzo in dotazione. Il tutto senza aver completato il suo lavoro per non avere consegnato due plichi.
La Corte ha espressamente respinto il motivo di reclamo del lavoratore con cui si sosteneva che i fatti ascritti avrebbero dovuto essere sussunti nell’ipotesi prevista come punibile con sanzione conservativa dal CCNL; ha infatti ritenuto quel comportamento addebitato connotato da maggiore gravità poiché è stato posto in essere assieme ad altri dipendenti ed è stato notato dalla collettività al punto che risulta anche presentato un esposto contro il malfunzionamento del servizio dagli abitanti della zona interessata da cui poi erano scaturite le indagini; nel corso del tempo speso a pranzo oltre la pausa concessa il dipendente medesimo avrebbe ben potuto completare le ricerche utili a consegnare i plichi rimasti inevasi; il lavoratore in questione, solito a intrattenersi presso il ristorante, aveva lasciato in quelle occasioni del tutto incustodito il mezzo aziendale.
Tali elementi di fatto apprezzati dai Giudici sono certamente idonei ad escludere la riconduzione degli addebiti alla più generale previsione di abituale negligenza o di abituale inosservanza degli obblighi di servizio punibili con sanzione conservativa dalla contrattazione collettiva.

È legittimo il licenziamento per giusta causa del lavoratore per essersi intrattenuto in diverse circostanza oltre l'orario di pranzo previsto.

Secondo i giudici la condotta risulta posta in essere con chiara consapevolezza della violazione delle regole aziendali desumibile dalle modalità stesse di svolgimento, per essersi il lavoratore intrattenuto in due occasioni assieme ad altri ben oltre l'orario di pranzo previsto, lasciando al contempo incustodita la posta assegnatagli ed il mezzo in dotazione. Il tutto senza aver completato il suo lavoro per non avere consegnato due plichi.
La Corte ha espressamente respinto il motivo di reclamo del lavoratore con cui si sosteneva che i fatti ascritti avrebbero dovuto essere sussunti nell'ipotesi prevista come punibile con sanzione conservativa dal CCNL; ha infatti ritenuto quel comportamento addebitato connotato da maggiore gravità poiché è stato posto in essere assieme ad altri dipendenti ed è stato notato dalla collettività al punto che risulta anche presentato un esposto contro il malfunzionamento del servizio dagli abitanti della zona interessata da cui poi erano scaturite le indagini; nel corso del tempo speso a pranzo oltre la pausa concessa il dipendente medesimo avrebbe ben potuto completare le ricerche utili a consegnare i plichi rimasti inevasi; il lavoratore in questione, solito a intrattenersi presso il ristorante, aveva lasciato in quelle occasioni del tutto incustodito il mezzo aziendale.
Tali elementi di fatto apprezzati dai Giudici sono certamente idonei ad escludere la riconduzione degli addebiti alla più generale previsione di abituale negligenza o di abituale inosservanza degli obblighi di servizio punibili con sanzione conservativa dalla contrattazione collettiva.

Nuove retribuzioni da agosto per il CCNL Cinematografia – Confartigianato

Dal mese di agosto decorrono le nuove retribuzioni per i dipendenti dell’impresa cineaudiovisiva

 

L’accordo firmato lo scorso luglio ha previsto i seguenti minimi retributivi

 

Qualificati

 

Livello

Minimo dall’1/8/2019

7 Super Quadro A 2.233,94
7 Quadro B 2.198,60
6 1.946,18
5 Super 1.782,51
5 1.742,01
4 Super 1.699,70
4 1.600,32
3 1.458,88
2 1.314,31
1 1.185,32

 

Apprendisti Professionalizzanti

 

Livello

Da mese

A mese

Minimo dall’1/8/2019

2 1 36 1.185,32
3 1 18 1.185,32
19 36 1.314,31
4 1 18 1.314,31
19 36 1.458,88
4 S 1 18 1.458,88
19 36 1.600,32
5 1 18 1.600,32
19 36 1.699,70
5 S 1 18 1.699,70
19 36 1.742,01
6 1 18 1.742,01
19 36 1.782,51
7 1 18 1.782,51
19 36 1.946,18

Dal mese di agosto decorrono le nuove retribuzioni per i dipendenti dell’impresa cineaudiovisiva

 

L’accordo firmato lo scorso luglio ha previsto i seguenti minimi retributivi

 

Qualificati

 

Livello

Minimo dall’1/8/2019

7 Super Quadro A 2.233,94
7 Quadro B 2.198,60
6 1.946,18
5 Super 1.782,51
5 1.742,01
4 Super 1.699,70
4 1.600,32
3 1.458,88
2 1.314,31
1 1.185,32

 

Apprendisti Professionalizzanti

 

Livello

Da mese

A mese

Minimo dall’1/8/2019

2 1 36 1.185,32
3 1 18 1.185,32
19 36 1.314,31
4 1 18 1.314,31
19 36 1.458,88
4 S 1 18 1.458,88
19 36 1.600,32
5 1 18 1.600,32
19 36 1.699,70
5 S 1 18 1.699,70
19 36 1.742,01
6 1 18 1.742,01
19 36 1.782,51
7 1 18 1.782,51
19 36 1.946,18

Reddito di lavoro autonomo prodotto da un soggetto non residente: nessuna tassazione in Italia

In base alla Convenzione contro le doppie imposizioni Italia-Germania, il reddito da lavoro autonomo percepito da cittadino tedesco, fiscalmente residente in Germania, per l’incarico di docente a contratto presso un’università in Italia, non è soggetto a tassazione italiana, a condizione che non disponga in Italia di alcuna base fissa per l’esercizio delle sue attività, anche non messa a disposizione dall’università committente (Agenzia delle Entrate – risposta n. 352/2019).

La Convenzione tra Italia e Germania per evitare le doppie imposizioni sul reddito prevede che “I redditi che un residente di uno Stato contraente ritrae dall’esercizio di una libera professione o da altre attività di carattere indipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che detto residente non disponga abitualmente nell’altro Stato contraente di una base fissa per l’esercizio delle sue attività. Se egli dispone di tale base fissa, i redditi sono imponibili nell’altro Stato, ma soltanto nella misura in cui sono imputabili a detta base fissa”.

Tale disposizione convenzionale sancisce una potestà impositiva esclusiva dello Stato di residenza, sempreché il professionista non disponga abitualmente nell’altro Stato contraente di una base fissa per l’esercizio delle sue attività.

Detto questo in relazione al caso di specie, a fronte di quanto indicato nel cit. art. 14, i redditi che il contribuente ritrae dall’esercizio della sua attività di insegnamento, derivante dal conferimento di un incarico di lavoro autonomo, non sono soggetti a tassazione in Italia, a condizione che il medesimo contribuente sia un soggetto fiscalmente non residente in Italia e che eserciti la professione senza disporre in Italia di alcuna base fissa per l’esercizio delle sue attività, anche non messa a disposizione dall’Università.

In tal caso, è possibile chiedere il rimborso delle ritenute subite presentando apposita istanza al Centro Operativo dell’Agenzia delle Entrate di Pescara, via entro 48 mesi dalla data del prelevamento dell’imposta.

In base alla Convenzione contro le doppie imposizioni Italia-Germania, il reddito da lavoro autonomo percepito da cittadino tedesco, fiscalmente residente in Germania, per l’incarico di docente a contratto presso un’università in Italia, non è soggetto a tassazione italiana, a condizione che non disponga in Italia di alcuna base fissa per l’esercizio delle sue attività, anche non messa a disposizione dall’università committente (Agenzia delle Entrate - risposta n. 352/2019).

La Convenzione tra Italia e Germania per evitare le doppie imposizioni sul reddito prevede che "I redditi che un residente di uno Stato contraente ritrae dall’esercizio di una libera professione o da altre attività di carattere indipendente sono imponibili soltanto in detto Stato, a meno che detto residente non disponga abitualmente nell’altro Stato contraente di una base fissa per l’esercizio delle sue attività. Se egli dispone di tale base fissa, i redditi sono imponibili nell’altro Stato, ma soltanto nella misura in cui sono imputabili a detta base fissa".

Tale disposizione convenzionale sancisce una potestà impositiva esclusiva dello Stato di residenza, sempreché il professionista non disponga abitualmente nell’altro Stato contraente di una base fissa per l’esercizio delle sue attività.

Detto questo in relazione al caso di specie, a fronte di quanto indicato nel cit. art. 14, i redditi che il contribuente ritrae dall’esercizio della sua attività di insegnamento, derivante dal conferimento di un incarico di lavoro autonomo, non sono soggetti a tassazione in Italia, a condizione che il medesimo contribuente sia un soggetto fiscalmente non residente in Italia e che eserciti la professione senza disporre in Italia di alcuna base fissa per l’esercizio delle sue attività, anche non messa a disposizione dall’Università.

In tal caso, è possibile chiedere il rimborso delle ritenute subite presentando apposita istanza al Centro Operativo dell’Agenzia delle Entrate di Pescara, via entro 48 mesi dalla data del prelevamento dell’imposta.

L’accordo di prossimità può eliminare l’indennità di mancato preavviso

L’accordo di prossimità, al fine di ridurre le conseguenze negative della crisi aziendale, può prevedere la rinuncia al pagamento in favore dei lavoratori licenziati della indennità di mancato preavviso

E’ pienamente legittimo un accordo di prossimità sottoscritto al fine di ridurre le conseguenze negative della crisi aziendale (obiettivo di scopo, previsto dal comma 1) con effetti negativi sui livelli occupazionali, deliberando la rinuncia al pagamento in favore dei lavoratori licenziati della indennità di mancato preavviso.
Essendo quest’ultima una obbligazione di natura pecuniaria, essa può essere negoziata e costituire oggetto di rinuncia.
Tale accordo ha conservato la propria validità anche successivamente, allorquando è stato inserito in un accordo collettivo che ha chiuso la procedura di riduzione di personale.
In primo e in secondo grado era stata accertata la legittimità del licenziamento intimato al lavoratore in esito ad una procedura di licenziamento collettivo, respingendo la domanda di condanna della Banca datrice al pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso, espressamente esclusa dagli Accordi collettivi del settembre 2012.

Nel caso di specie le parti collettive, nell’accordo sottoscritto, con il quale hanno disciplinato le modalità di accesso all’esodo volontario cui era noto sarebbe poi seguita la procedura di licenziamento collettivo, hanno stabilito che l’azienda non avrebbe riconosciuto “alcun trattamento sostitutivo a titolo di mancata effettuazione del preavviso”.
Si tratta, in definitiva, di una procedura che, pur recependo una clausola con la quale si è esclusa l’erogazione dell’indennità sostitutiva del preavviso, è stata, tuttavia, caratterizzata da una chiara indicazione dei requisiti per l’individuazione dei potenziali destinatari, il che ha consentito loro di valutare ed apprezzare i rischi delle scelte individualmente adottate. In sostanza l’ Accordo con il quale è recepita la clausola si mantiene in quella prospettiva di maggior tutela dei lavoratori al fine di assicurare un minor costo sociale dell’operazione e di salvaguardare la prosecuzione dell’attività d’impresa e la relativa occupazione.
Pertanto, il ricorso del dipendente è stato rigettato.

 

L’accordo di prossimità, al fine di ridurre le conseguenze negative della crisi aziendale, può prevedere la rinuncia al pagamento in favore dei lavoratori licenziati della indennità di mancato preavviso

E’ pienamente legittimo un accordo di prossimità sottoscritto al fine di ridurre le conseguenze negative della crisi aziendale (obiettivo di scopo, previsto dal comma 1) con effetti negativi sui livelli occupazionali, deliberando la rinuncia al pagamento in favore dei lavoratori licenziati della indennità di mancato preavviso.
Essendo quest’ultima una obbligazione di natura pecuniaria, essa può essere negoziata e costituire oggetto di rinuncia.
Tale accordo ha conservato la propria validità anche successivamente, allorquando è stato inserito in un accordo collettivo che ha chiuso la procedura di riduzione di personale.
In primo e in secondo grado era stata accertata la legittimità del licenziamento intimato al lavoratore in esito ad una procedura di licenziamento collettivo, respingendo la domanda di condanna della Banca datrice al pagamento dell'indennità sostitutiva del preavviso, espressamente esclusa dagli Accordi collettivi del settembre 2012.

Nel caso di specie le parti collettive, nell'accordo sottoscritto, con il quale hanno disciplinato le modalità di accesso all'esodo volontario cui era noto sarebbe poi seguita la procedura di licenziamento collettivo, hanno stabilito che l'azienda non avrebbe riconosciuto "alcun trattamento sostitutivo a titolo di mancata effettuazione del preavviso".
Si tratta, in definitiva, di una procedura che, pur recependo una clausola con la quale si è esclusa l'erogazione dell'indennità sostitutiva del preavviso, è stata, tuttavia, caratterizzata da una chiara indicazione dei requisiti per l'individuazione dei potenziali destinatari, il che ha consentito loro di valutare ed apprezzare i rischi delle scelte individualmente adottate. In sostanza l' Accordo con il quale è recepita la clausola si mantiene in quella prospettiva di maggior tutela dei lavoratori al fine di assicurare un minor costo sociale dell'operazione e di salvaguardare la prosecuzione dell'attività d'impresa e la relativa occupazione.
Pertanto, il ricorso del dipendente è stato rigettato.

 

Nuovo modello OT23: domanda di riduzione dei premi entro il 29 febbraio 2020

Il nuovo modello OT23, che sostituisce il precedente OT24, per le istanze di riduzione del tasso medio per prevenzione, inoltrata telematicamente entro il 29 febbraio 2020.

Come per il precedente, anche il modello OT23 riguarda lo sconto dei premi assicurativi per interventi migliorativi delle condizioni di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, adottati dalle imprese assicurate nel 2019, in aggiunta a quelli previsti dalla normativa vigente in materia.
Tra le novità, le misure migliorative per il reinserimento degli infortunati da lavoro. All’interno del nuovo modello OT23 sono da segnalare l’introduzione di alcuni nuovi interventi di miglioramento come quelli previsti nella sezione C. Si riferiscono al reinserimento lavorativo di dipendenti affetti da disabilità da lavoro, alle modalità del servizio di trasporto da casa al lavoro per i lavoratori in orario notturno, e alla realizzazione di interventi per contrastare il verificarsi di rapine.
Nuova anche l’adozione delle prassi di riferimento Rsi per edilizia e artigianato. Altra novità del modello OT23 – comunica l’Inail – è l’inclusione, tra gli interventi di carattere generale ispirati alla responsabilità sociale delle imprese nonchè uno strumento di autovalutazione per piccole e medie aziende.
La documentazione certificante l’avvenuto intervento deve essere presentata insieme alla domanda. I documenti devono riportare la data e la firma del datore di lavoro, ma, a seconda degli interventi, anche di altri soggetti idonei. Per quanto attiene alle azioni riguardanti l’implementazione oppure l’adozione di “procedure”, oltre a data e firma sono necessarie anche l’esplicitazione dei contenuti e delle evidenze documentali di attuazione riferite all’anno 2019.

Il nuovo modello OT23, che sostituisce il precedente OT24, per le istanze di riduzione del tasso medio per prevenzione, inoltrata telematicamente entro il 29 febbraio 2020.

Come per il precedente, anche il modello OT23 riguarda lo sconto dei premi assicurativi per interventi migliorativi delle condizioni di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro, adottati dalle imprese assicurate nel 2019, in aggiunta a quelli previsti dalla normativa vigente in materia.
Tra le novità, le misure migliorative per il reinserimento degli infortunati da lavoro. All’interno del nuovo modello OT23 sono da segnalare l’introduzione di alcuni nuovi interventi di miglioramento come quelli previsti nella sezione C. Si riferiscono al reinserimento lavorativo di dipendenti affetti da disabilità da lavoro, alle modalità del servizio di trasporto da casa al lavoro per i lavoratori in orario notturno, e alla realizzazione di interventi per contrastare il verificarsi di rapine.
Nuova anche l’adozione delle prassi di riferimento Rsi per edilizia e artigianato. Altra novità del modello OT23 - comunica l’Inail - è l’inclusione, tra gli interventi di carattere generale ispirati alla responsabilità sociale delle imprese nonchè uno strumento di autovalutazione per piccole e medie aziende.
La documentazione certificante l’avvenuto intervento deve essere presentata insieme alla domanda. I documenti devono riportare la data e la firma del datore di lavoro, ma, a seconda degli interventi, anche di altri soggetti idonei. Per quanto attiene alle azioni riguardanti l’implementazione oppure l’adozione di "procedure", oltre a data e firma sono necessarie anche l’esplicitazione dei contenuti e delle evidenze documentali di attuazione riferite all’anno 2019.

Bonus pensionati all’estero:in caso di rientro agevolazioni solo con reddito da pensione estera

Per poter usufruire del regime fiscale opzionale per i pensionati italiani residenti all’estero che trasferiscono la residenza in un comune del Mezzogiorno, è necessario che i redditi da pensione siano di fonte estera e non siano erogati dall’Inps (Agenzia Entrate – risposta 29 agosto 2019, n. 353).

Nell’intento di favorire gli investimenti, i consumi ed il radicamento nei Comuni del Mezzogiorno con determinate caratteristiche demografiche da parte di soggetti non residenti che percepiscono redditi da pensione di fonte estera, viene riconosciuto in capo a quest’ultimi un regime fiscale opzionale in caso di trasferimento della residenza fiscale in uno dei Comuni appartenenti al territorio delle Regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, con popolazione non superiore a 20.000 abitanti.
Il regime è opzionale e consente di versare un’imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi delle persone fisiche relativamente a qualsiasi categoria di reddito prodotto all’estero.
Possono accedere i pensionati che non sono stati residenti in Italia nei cinque periodi d’imposta precedenti a quello in cui l’opzione viene esercitata.
Per poter usufruire del regime fiscale opzionale, l’Agenzia delle Entrate ha ribadito che i redditi da pensione devono essere di fonte estera. Pertanto se il reddito viene invece erogato dall’Inps, non si può usufruire del regime agevolativo qualora il pensionato decida di trasferire la propria residenza in Italia dopo aver maturato il periodo minimo di residenza estera richiesto dalla norma agevolativa (cinque periodi d’imposta).
L’accesso al regime d’imposta sostitutiva si perfeziona con la presentazione della dichiarazione dei redditi riferita al periodo d’imposta in cui avviene il trasferimento della residenza in uno dei Comuni appartenenti al territorio delle regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, con popolazione non superiore a 20.000 abitanti.
L’imposta de versare viene calcolata via forfetaria con l’aliquota del 7% sui redditi prodotti all’estero. Deve essere versata per ciascun periodo di imposta di efficacia del regime, entro la data prevista per il versamento del saldo delle imposte sui redditi.

Per poter usufruire del regime fiscale opzionale per i pensionati italiani residenti all’estero che trasferiscono la residenza in un comune del Mezzogiorno, è necessario che i redditi da pensione siano di fonte estera e non siano erogati dall’Inps (Agenzia Entrate - risposta 29 agosto 2019, n. 353).

Nell’intento di favorire gli investimenti, i consumi ed il radicamento nei Comuni del Mezzogiorno con determinate caratteristiche demografiche da parte di soggetti non residenti che percepiscono redditi da pensione di fonte estera, viene riconosciuto in capo a quest’ultimi un regime fiscale opzionale in caso di trasferimento della residenza fiscale in uno dei Comuni appartenenti al territorio delle Regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, con popolazione non superiore a 20.000 abitanti.
Il regime è opzionale e consente di versare un’imposta sostitutiva dell’imposta sui redditi delle persone fisiche relativamente a qualsiasi categoria di reddito prodotto all’estero.
Possono accedere i pensionati che non sono stati residenti in Italia nei cinque periodi d’imposta precedenti a quello in cui l’opzione viene esercitata.
Per poter usufruire del regime fiscale opzionale, l’Agenzia delle Entrate ha ribadito che i redditi da pensione devono essere di fonte estera. Pertanto se il reddito viene invece erogato dall’Inps, non si può usufruire del regime agevolativo qualora il pensionato decida di trasferire la propria residenza in Italia dopo aver maturato il periodo minimo di residenza estera richiesto dalla norma agevolativa (cinque periodi d’imposta).
L’accesso al regime d’imposta sostitutiva si perfeziona con la presentazione della dichiarazione dei redditi riferita al periodo d’imposta in cui avviene il trasferimento della residenza in uno dei Comuni appartenenti al territorio delle regioni Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia, con popolazione non superiore a 20.000 abitanti.
L’imposta de versare viene calcolata via forfetaria con l’aliquota del 7% sui redditi prodotti all’estero. Deve essere versata per ciascun periodo di imposta di efficacia del regime, entro la data prevista per il versamento del saldo delle imposte sui redditi.

Turismo : Emissione MAV al Fondo Fast

Entro il 30 settembre dovranno essere pagati i contributi per i lavoratori per i quali si sta procedendo al rinnovo dell’iscrizione al Fondo di assistenza sanitaria FAST per i dipendenti da aziende del settore turismo.

Il suddetto Fondo comunica alle aziende del settore turismo che la prossima emissione dei MAV avverrà il 19 settembre 2019 e riguarderà i MAV richiesti entro il 17 settembre.
I relativi pagamenti dovranno avvenire entro il 30 settembre 2019.

Entro il 30 settembre dovranno essere pagati i contributi per i lavoratori per i quali si sta procedendo al rinnovo dell'iscrizione al Fondo di assistenza sanitaria FAST per i dipendenti da aziende del settore turismo.

Il suddetto Fondo comunica alle aziende del settore turismo che la prossima emissione dei MAV avverrà il 19 settembre 2019 e riguarderà i MAV richiesti entro il 17 settembre.
I relativi pagamenti dovranno avvenire entro il 30 settembre 2019.

Diritto di rivalsa dell’IVA pagata per la definizione agevolata del pvc

Al pari dell’IVA pagata in relazione ad avvisi di accertamento o di rettifica, deve essere ammessa la rivalsa nei confronti dei cessionari/committenti per l’IVA pagata ai fini della definizione agevolata dei processi verbali di constatazione consegnati entro il 24 ottobre 2018 prevista dal cd. “decreto fiscale 2018”. Presupposto per la rivalsa è l’effettivo versamento dell’imposta. A sua volta, il cessionario/committente può esercitare il diritto alla detrazione per l’IVA addebitata ed effettivamente pagata per effetto della rivalsa (Agenzia delle Entrate – Risposta a interpello n. 349 del 2019)

RIVALSA DELL’IVA ACCERTATA

Il decreto IVA stabilisce che “il contribuente ha diritto di rivalersi dell’imposta o della maggiore imposta relativa ad avvisi di accertamento o rettifica nei confronti dei cessionari dei beni o dei committenti dei servizi soltanto a seguito del pagamento dell’imposta o della maggiore imposta, delle sanzioni e degli interessi. In tal caso, il cessionario o il committente può esercitare il diritto alla detrazione, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui ha corrisposto l’imposta o la maggiore imposta addebitata in via di rivalsa ed alle condizioni esistenti al momento di effettuazione della originaria operazione”.
La norma ha lo scopo di ripristinare la neutralità dell’IVA nelle ipotesi di accertamento di omessa fatturazione o di omessa applicazione dell’imposta su operazioni imponibili, in considerazione della natura dell’IVA, che deve gravare sui consumatori finali e non sugli operatori economici.
Dunque al contribuente accertato è riconosciuto il diritto di esercitare la rivalsa dopo aver effettivamente pagato l’imposta accertata (oltre le sanzioni e gli interessi dovuti). Conseguentemente, l’esercizio del diritto di detrazione da parte del cessionario o committente è subordinato, in deroga agli ordinari principi, all’avvenuto pagamento dell’IVA addebitatagli in via di rivalsa dal cedente o prestatore.

QUESITO DELL’INTERPELLO

Siccome la norma fa esplicito richiamo all’imposta versata sulla base di avvisi di accertamento o rettifica, con l’interpello esaminato dall’Agenzia delle Entrate è stato chiesto se la norma sia applicabile anche con riferimento all’IVA versata a seguito di definizione agevolata di un processo verbale di constatazione ai sensi dell’articolo 1 del cd. “Decreto fiscale 2018 (decreto legge n. 119 del 2018).
Si ricorda che quest’ultima disposizione ha previsto la possibilità di definire in via agevolata entro il 31 maggio 2019 il contenuto “integrale” dei processi verbali di constatazione consegnati entro il 24 ottobre 2018.

PARERE DEL FISCO

In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha affermato che una lettura della norma orientata al rispetto del principio di neutralità dell’imposta porta a ritenere che, anche in carenza di un atto impositivo propriamente detto (quali l’avviso di accertamento o di rettifica), debba ammettersi la rivalsa della maggiore IVA, constatata dagli organi accertatori e versata dal contribuente, a condizione che il pagamento dell’imposta sia stato effettuato a titolo definitivo.
Tale ultima condizione, afferente alla definitività del pagamento, può ritenersi soddisfatta anche nel caso di valida definizione agevolata del processo verbale di constatazione disciplinata dal citato “Decreto fiscale 2018”. Di conseguenza, deve essere riconosciuto il diritto alla rivalsa per l’IVA effettivamente pagata per la definizione.
Nel caso di pagamento rateale della somma dovuta ai fini della definizione il diritto di rivalsa può essere esercitato in proporzione al valore delle singole rate pagate. A sua volta, il cessionario/committente può esercitare il diritto alla detrazione dell’IVA corrisposta a titolo di rivalsa.

Al pari dell’IVA pagata in relazione ad avvisi di accertamento o di rettifica, deve essere ammessa la rivalsa nei confronti dei cessionari/committenti per l’IVA pagata ai fini della definizione agevolata dei processi verbali di constatazione consegnati entro il 24 ottobre 2018 prevista dal cd. "decreto fiscale 2018". Presupposto per la rivalsa è l’effettivo versamento dell’imposta. A sua volta, il cessionario/committente può esercitare il diritto alla detrazione per l’IVA addebitata ed effettivamente pagata per effetto della rivalsa (Agenzia delle Entrate - Risposta a interpello n. 349 del 2019)

RIVALSA DELL’IVA ACCERTATA

Il decreto IVA stabilisce che "il contribuente ha diritto di rivalersi dell'imposta o della maggiore imposta relativa ad avvisi di accertamento o rettifica nei confronti dei cessionari dei beni o dei committenti dei servizi soltanto a seguito del pagamento dell'imposta o della maggiore imposta, delle sanzioni e degli interessi. In tal caso, il cessionario o il committente può esercitare il diritto alla detrazione, al più tardi, con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui ha corrisposto l'imposta o la maggiore imposta addebitata in via di rivalsa ed alle condizioni esistenti al momento di effettuazione della originaria operazione".
La norma ha lo scopo di ripristinare la neutralità dell'IVA nelle ipotesi di accertamento di omessa fatturazione o di omessa applicazione dell’imposta su operazioni imponibili, in considerazione della natura dell’IVA, che deve gravare sui consumatori finali e non sugli operatori economici.
Dunque al contribuente accertato è riconosciuto il diritto di esercitare la rivalsa dopo aver effettivamente pagato l'imposta accertata (oltre le sanzioni e gli interessi dovuti). Conseguentemente, l'esercizio del diritto di detrazione da parte del cessionario o committente è subordinato, in deroga agli ordinari principi, all'avvenuto pagamento dell'IVA addebitatagli in via di rivalsa dal cedente o prestatore.

QUESITO DELL’INTERPELLO

Siccome la norma fa esplicito richiamo all’imposta versata sulla base di avvisi di accertamento o rettifica, con l’interpello esaminato dall’Agenzia delle Entrate è stato chiesto se la norma sia applicabile anche con riferimento all’IVA versata a seguito di definizione agevolata di un processo verbale di constatazione ai sensi dell'articolo 1 del cd. "Decreto fiscale 2018 (decreto legge n. 119 del 2018).
Si ricorda che quest’ultima disposizione ha previsto la possibilità di definire in via agevolata entro il 31 maggio 2019 il contenuto "integrale" dei processi verbali di constatazione consegnati entro il 24 ottobre 2018.

PARERE DEL FISCO

In proposito, l’Agenzia delle Entrate ha affermato che una lettura della norma orientata al rispetto del principio di neutralità dell'imposta porta a ritenere che, anche in carenza di un atto impositivo propriamente detto (quali l’avviso di accertamento o di rettifica), debba ammettersi la rivalsa della maggiore IVA, constatata dagli organi accertatori e versata dal contribuente, a condizione che il pagamento dell'imposta sia stato effettuato a titolo definitivo.
Tale ultima condizione, afferente alla definitività del pagamento, può ritenersi soddisfatta anche nel caso di valida definizione agevolata del processo verbale di constatazione disciplinata dal citato "Decreto fiscale 2018". Di conseguenza, deve essere riconosciuto il diritto alla rivalsa per l’IVA effettivamente pagata per la definizione.
Nel caso di pagamento rateale della somma dovuta ai fini della definizione il diritto di rivalsa può essere esercitato in proporzione al valore delle singole rate pagate. A sua volta, il cessionario/committente può esercitare il diritto alla detrazione dell'IVA corrisposta a titolo di rivalsa.

Resto al Sud: attesa finita per gli under46 e professionisti

A breve la pubblicazione in G.U. del decreto attuativo, relativo all’ampliamento della platea dei beneficiari delle agevolazioni “Resto al Sud”, che darà il via alla presentazione delle domande agli under 46 e ai professionisti, nuovi destinatari della misura (Ministero Sviluppo Economico – comunicato 05 agosto 2019).

La Legge di Bilancio 2019, ha ampliato la platea dei potenziali beneficiari delle agevolazioni di Resto al Sud, che offrono contributi per l’avvio di imprese nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, elevando da 35 a 45 anni l’età massima degli stessi ed estendendo le agevolazioni previste alle attività di libero professionista.
Quest’ultimi, però, che intendono accedere al beneficio:
– nei dodici mesi che precedono la richiesta di agevolazione, non devono essere titolari di partita Iva per un’attività analoga a quella proposta per il finanziamento;
– devono mantenere la sede operativa nelle regioni del Mezzogiorno interessate.

Non tutti i professionisti possono accedere alle agevolazioni, ma esclusivamente quelli in possesso dei requisiti anzidetti.

Va ribadito che il finanziamento Resto al Sud copre il 100% delle spese ammissibili e consiste in:
– contributo a fondo perduto pari al 35% dell’investimento complessivo;
– finanziamento bancario pari al 65% dell’investimento complessivo, garantito dal Fondo di Garanzia per le PMI.

L’importo massimo del finanziamento erogabile è di 50mila euro. Per le istanze presentate da più soggetti già costituiti o che intendono costituirsi in forma societaria, ivi incluse le società cooperative, l’importo massimo erogabile è pari a 50mila euro per socio, fino ad un importo massimo complessivo di 200mila euro.

L’incentivo del Governo è gestito da Invitalia. Pertanto le domande, corredate da tutta la documentazione relativa al progetto imprenditoriale, vanno inviate a Invitalia, attraverso la piattaforma dedicata, accessibile dal sito www.invitalia.it.
Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto attuativo relativo all’ampliamento della platea dei beneficiari delle agevolazioni, Invitalia procederà alla riapertura della piattaforma di presentazione delle domande ai nuovi destinatari della misura, ossia giovani imprenditori e liberi professionisti di età compresa tra i 18 e 45 anni.

A breve la pubblicazione in G.U. del decreto attuativo, relativo all’ampliamento della platea dei beneficiari delle agevolazioni "Resto al Sud", che darà il via alla presentazione delle domande agli under 46 e ai professionisti, nuovi destinatari della misura (Ministero Sviluppo Economico - comunicato 05 agosto 2019).

La Legge di Bilancio 2019, ha ampliato la platea dei potenziali beneficiari delle agevolazioni di Resto al Sud, che offrono contributi per l’avvio di imprese nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia, elevando da 35 a 45 anni l’età massima degli stessi ed estendendo le agevolazioni previste alle attività di libero professionista.
Quest’ultimi, però, che intendono accedere al beneficio:
- nei dodici mesi che precedono la richiesta di agevolazione, non devono essere titolari di partita Iva per un'attività analoga a quella proposta per il finanziamento;
- devono mantenere la sede operativa nelle regioni del Mezzogiorno interessate.

Non tutti i professionisti possono accedere alle agevolazioni, ma esclusivamente quelli in possesso dei requisiti anzidetti.

Va ribadito che il finanziamento Resto al Sud copre il 100% delle spese ammissibili e consiste in:
- contributo a fondo perduto pari al 35% dell’investimento complessivo;
- finanziamento bancario pari al 65% dell’investimento complessivo, garantito dal Fondo di Garanzia per le PMI.

L'importo massimo del finanziamento erogabile è di 50mila euro. Per le istanze presentate da più soggetti già costituiti o che intendono costituirsi in forma societaria, ivi incluse le società cooperative, l’importo massimo erogabile è pari a 50mila euro per socio, fino ad un importo massimo complessivo di 200mila euro.

L’incentivo del Governo è gestito da Invitalia. Pertanto le domande, corredate da tutta la documentazione relativa al progetto imprenditoriale, vanno inviate a Invitalia, attraverso la piattaforma dedicata, accessibile dal sito www.invitalia.it.
Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto attuativo relativo all’ampliamento della platea dei beneficiari delle agevolazioni, Invitalia procederà alla riapertura della piattaforma di presentazione delle domande ai nuovi destinatari della misura, ossia giovani imprenditori e liberi professionisti di età compresa tra i 18 e 45 anni.