Contratto di espansione

La legge di conversione del cd. DL Crescita, appovata ieri in Senato, ha introdotto il contratto di espansione che sostituirà i contratti di solidarietà espansiva e lo “scivolo” che consentirà il pensionamento con 5 anni di anticipo, al fine di incentivare il turnover nell’organico aziendale.

In via sperimentale per gli anni 2019 e 2020, nell’ambito dei processi di reindustrializzazione e riorganizzazione delle imprese con un organico superiore a 1.000 unità lavorative che implicano, in tutto o in parte, una modifica strutturale dei processi aziendali finalizzati al progresso e allo sviluppo tecnologico dell’attività, nonché la conseguente esigenza di modificare le competenze professionali in organico mediante un loro più razionale impiego e, in ogni caso, prevedendo l’assunzione di nuove professionalità, l’impresa può avviare una procedura di consultazione, secondo le modalità e i termini di cui all’articolo 24, L. n. 408/2015 finalizzata a stipulare in sede governativa un contratto di espansione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e con le associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o con le loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero con la rappresentanza sindacale unitaria.
Il contratto di espansione è di natura gestionale e deve contenere:
il numero dei lavoratori da assumere e l’indicazione dei relativi profili professionali compatibili con i piani di reindustrializzazione o riorganizzazione;
– la programmazione temporale delle assunzioni;
– l’indicazione della durata a tempo indeterminato dei contratti di lavoro, compreso il contratto di apprendistato professionalizzante;
– relativamente alle professionalità in organico, la riduzione complessiva media dell’orario di lavoro e il numero dei lavoratori interessati, nonché il numero dei lavoratori che possono accedere al trattamento previsto dal comma 5, art. 41, cit.
Il comma appena citato stabilisce che, per i lavoratori che si trovino a non più di 60 mesi dal conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia, che abbiano maturato il requisito minimo contributivo, o anticipata di cui all’articolo 24, comma 10, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, nell’ambito di accordi di non opposizione e previo esplicito consenso in forma scritta dei lavoratori interessati, il datore di lavoro riconosce per tutto il periodo e fino al raggiungimento del primo diritto a pensione, a fronte della risoluzione del rapporto di lavoro, un’indennità mensile, ove spettante comprensiva dell’indennità NASpI, commisurata al trattamento pensionistico lordo maturato dal lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro, così come determinato dall’INPS. 
Per i lavoratori che non si trovano nella condizione di beneficiare della prestazione di cui sopra è consentita una riduzione oraria. La riduzione media oraria non può essere superiore al 30 per cento dell’orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati al contratto di espansione. Per ciascun lavoratore, la percentuale di riduzione complessiva dell’orario di lavoro può essere concordata, ove necessario, fino al 100 per cento nell’arco dell’intero periodo per il quale il contratto di espansione è stipulato.
L’impresa è tenuta a presentare un progetto di formazione e di riqualificazione che può intendersi assolto, previa idonea certificazione definita con successivo provvedimento.
Gli accordi stipulati e l’elenco dei lavoratori che accettano l’indennità, ai fini della loro efficacia, devono essere depositati secondo le modalità stabilite dal decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 25 marzo 2016.
I contratti di solidarietà espansiva sottoscritti ai sensi dell’articolo 41 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148, nel testo vigente prima della data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto crescita, e le relative agevolazioni continuano a produrre effetti fino alla loro naturale scadenza.

La legge di conversione del cd. DL Crescita, appovata ieri in Senato, ha introdotto il contratto di espansione che sostituirà i contratti di solidarietà espansiva e lo "scivolo" che consentirà il pensionamento con 5 anni di anticipo, al fine di incentivare il turnover nell’organico aziendale.

In via sperimentale per gli anni 2019 e 2020, nell'ambito dei processi di reindustrializzazione e riorganizzazione delle imprese con un organico superiore a 1.000 unità lavorative che implicano, in tutto o in parte, una modifica strutturale dei processi aziendali finalizzati al progresso e allo sviluppo tecnologico dell'attività, nonché la conseguente esigenza di modificare le competenze professionali in organico mediante un loro più razionale impiego e, in ogni caso, prevedendo l'assunzione di nuove professionalità, l'impresa può avviare una procedura di consultazione, secondo le modalità e i termini di cui all'articolo 24, L. n. 408/2015 finalizzata a stipulare in sede governativa un contratto di espansione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali e con le associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o con le loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero con la rappresentanza sindacale unitaria.
Il contratto di espansione è di natura gestionale e deve contenere:
- il numero dei lavoratori da assumere e l'indicazione dei relativi profili professionali compatibili con i piani di reindustrializzazione o riorganizzazione;
- la programmazione temporale delle assunzioni;
- l'indicazione della durata a tempo indeterminato dei contratti di lavoro, compreso il contratto di apprendistato professionalizzante;
- relativamente alle professionalità in organico, la riduzione complessiva media dell'orario di lavoro e il numero dei lavoratori interessati, nonché il numero dei lavoratori che possono accedere al trattamento previsto dal comma 5, art. 41, cit.
Il comma appena citato stabilisce che, per i lavoratori che si trovino a non più di 60 mesi dal conseguimento del diritto alla pensione di vecchiaia, che abbiano maturato il requisito minimo contributivo, o anticipata di cui all'articolo 24, comma 10, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, nell'ambito di accordi di non opposizione e previo esplicito consenso in forma scritta dei lavoratori interessati, il datore di lavoro riconosce per tutto il periodo e fino al raggiungimento del primo diritto a pensione, a fronte della risoluzione del rapporto di lavoro, un'indennità mensile, ove spettante comprensiva dell'indennità NASpI, commisurata al trattamento pensionistico lordo maturato dal lavoratore al momento della cessazione del rapporto di lavoro, così come determinato dall'INPS. 
Per i lavoratori che non si trovano nella condizione di beneficiare della prestazione di cui sopra è consentita una riduzione oraria. La riduzione media oraria non può essere superiore al 30 per cento dell'orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati al contratto di espansione. Per ciascun lavoratore, la percentuale di riduzione complessiva dell'orario di lavoro può essere concordata, ove necessario, fino al 100 per cento nell'arco dell'intero periodo per il quale il contratto di espansione è stipulato.
L'impresa è tenuta a presentare un progetto di formazione e di riqualificazione che può intendersi assolto, previa idonea certificazione definita con successivo provvedimento.
Gli accordi stipulati e l'elenco dei lavoratori che accettano l'indennità, ai fini della loro efficacia, devono essere depositati secondo le modalità stabilite dal decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 25 marzo 2016.
I contratti di solidarietà espansiva sottoscritti ai sensi dell'articolo 41 del decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 148, nel testo vigente prima della data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto crescita, e le relative agevolazioni continuano a produrre effetti fino alla loro naturale scadenza.

Demansionamento, prova e criteri di liquidazione del danno patrimoniale

Con riferimento al tema della prova e della liquidazione del danno professionale da demansionamento, il giudice del merito può desumere l’esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale, determinandone anche l’entità in via equitativa, in base agli elementi di fatto relativi a qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, professionalità colpita, durata del demansionamento, esito finale della dequalificazione ed altre circostanze del caso. In ogni caso, pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato in motivazione, a rendere evidente il percorso logico seguito ed a consentirne il sindacato (Corte di Cassazione, ordinanza 20 giugno 2019, n. 16595)

Un Tribunale di prime cure aveva accolto in parte le domande proposte da un lavoratore e condannato il suo datore di lavoro al risarcimento del danno professionale per demansionamento. Tale pronuncia veniva parzialmente riformata dalla Corte distrettuale che riduceva l’ammontare del risarcimento del danno patrimoniale nella misura del 30% delle retribuzioni maturate nel periodo controverso, condannando altresì la società datoriale al risarcimento del danno biologico ed alla reputazione, che liquidava in via equitativa.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, lamentando che la Corte di merito in sede di liquidazione del danno patrimoniale, aveva tenuto conto esclusivamente del danno alla professionalità, trascurando le ulteriori specifiche voci rivendicate (quali i mancati incrementi retributivi, la perdita di benefit). Nel procedere a tale nuova quantificazione del pregiudizio risentito, nella ridotta misura del 30%, il giudice del gravame non aveva indicato le ragioni per le quali il criterio adottato fosse stato ritenuto come il più adeguato a quantificare, in rapporto alla fattispecie concreta, l’ammontare del danno.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Come noto, il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte (art. 2103, co. 1, c.c.). La norma è violata, avuto riguardo alla libertà ed alla dignità del lavoratore nei luoghi in cui presta la sua attività ed al sistema di tutela del suo bagaglio professionale, quando il dipendente venga assegnato a mansioni inferiori. In siffatto ambito, l’inadempimento datoriale può comportare un danno da perdita della professionalità di contenuto patrimoniale che può consistere sia nell’impoverimento della capacità professionale del lavoratore e nella mancata acquisizione di un maggior saper fare, sia nel pregiudizio subito per la perdita di chance, ossia di ulteriori possibilità di guadagno o di ulteriori potenzialità occupazionali (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 10 giugno 2004, n. 11045). Invero, la violazione può pregiudicare quel complesso di capacità e di attitudini definibile con il termine professionalità, che è di certo bene economicamente valutabile, posto che esso rappresenta uno dei principali parametri per la determinazione del valore di un dipendente sul mercato del lavoro. Orbene, con riferimento al tema della prova e della liquidazione del danno professionale, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in Cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l’esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l’entità in via equitativa, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all’esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 26 febbraio 2009, n. 4652; Corte di Cassazione, sentenza 19 settembre 2014, n. 19778). Inoltre, sempre avuto riguardo alla questione probatoria, il danno derivante da demansionamento e dequalificazione professionale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale, ma può essere provato dal lavoratore anche mediante il meccanismo presuntivo, attraverso l’allegazione di elementi gravi, precisi e concordanti (Corte di Cassazione, sentenza 3 gennaio 2019 n. 21). In definitiva, una volta adempiuto l’onere di allegazione da parte del lavoratore, compete al giudicante di procedere alla quantificazione del danno, anche in via equitativa. In tale prospettiva, la liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. “pura”, consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché, pur nell’esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato in motivazione, a rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell’integralità del risarcimento.

Con riferimento al tema della prova e della liquidazione del danno professionale da demansionamento, il giudice del merito può desumere l'esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale, determinandone anche l'entità in via equitativa, in base agli elementi di fatto relativi a qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, professionalità colpita, durata del demansionamento, esito finale della dequalificazione ed altre circostanze del caso. In ogni caso, pur nell'esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato in motivazione, a rendere evidente il percorso logico seguito ed a consentirne il sindacato (Corte di Cassazione, ordinanza 20 giugno 2019, n. 16595)

Un Tribunale di prime cure aveva accolto in parte le domande proposte da un lavoratore e condannato il suo datore di lavoro al risarcimento del danno professionale per demansionamento. Tale pronuncia veniva parzialmente riformata dalla Corte distrettuale che riduceva l'ammontare del risarcimento del danno patrimoniale nella misura del 30% delle retribuzioni maturate nel periodo controverso, condannando altresì la società datoriale al risarcimento del danno biologico ed alla reputazione, che liquidava in via equitativa.
Ricorre così in Cassazione il lavoratore, lamentando che la Corte di merito in sede di liquidazione del danno patrimoniale, aveva tenuto conto esclusivamente del danno alla professionalità, trascurando le ulteriori specifiche voci rivendicate (quali i mancati incrementi retributivi, la perdita di benefit). Nel procedere a tale nuova quantificazione del pregiudizio risentito, nella ridotta misura del 30%, il giudice del gravame non aveva indicato le ragioni per le quali il criterio adottato fosse stato ritenuto come il più adeguato a quantificare, in rapporto alla fattispecie concreta, l'ammontare del danno.
Per la Suprema Corte il motivo è fondato. Come noto, il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto ovvero a mansioni equivalenti alle ultime effettivamente svolte (art. 2103, co. 1, c.c.). La norma è violata, avuto riguardo alla libertà ed alla dignità del lavoratore nei luoghi in cui presta la sua attività ed al sistema di tutela del suo bagaglio professionale, quando il dipendente venga assegnato a mansioni inferiori. In siffatto ambito, l'inadempimento datoriale può comportare un danno da perdita della professionalità di contenuto patrimoniale che può consistere sia nell'impoverimento della capacità professionale del lavoratore e nella mancata acquisizione di un maggior saper fare, sia nel pregiudizio subito per la perdita di chance, ossia di ulteriori possibilità di guadagno o di ulteriori potenzialità occupazionali (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 10 giugno 2004, n. 11045). Invero, la violazione può pregiudicare quel complesso di capacità e di attitudini definibile con il termine professionalità, che è di certo bene economicamente valutabile, posto che esso rappresenta uno dei principali parametri per la determinazione del valore di un dipendente sul mercato del lavoro. Orbene, con riferimento al tema della prova e della liquidazione del danno professionale, il giudice del merito, con apprezzamento di fatto incensurabile in Cassazione se adeguatamente motivato, può desumere l'esistenza del relativo danno, avente natura patrimoniale e il cui onere di allegazione incombe sul lavoratore, determinandone anche l'entità in via equitativa, in base agli elementi di fatto relativi alla qualità e quantità della esperienza lavorativa pregressa, al tipo di professionalità colpita, alla durata del demansionamento, all'esito finale della dequalificazione e alle altre circostanze del caso concreto (ex multis, Corte di Cassazione, sentenza 26 febbraio 2009, n. 4652; Corte di Cassazione, sentenza 19 settembre 2014, n. 19778). Inoltre, sempre avuto riguardo alla questione probatoria, il danno derivante da demansionamento e dequalificazione professionale non ricorre automaticamente in tutti i casi di inadempimento datoriale, ma può essere provato dal lavoratore anche mediante il meccanismo presuntivo, attraverso l'allegazione di elementi gravi, precisi e concordanti (Corte di Cassazione, sentenza 3 gennaio 2019 n. 21). In definitiva, una volta adempiuto l'onere di allegazione da parte del lavoratore, compete al giudicante di procedere alla quantificazione del danno, anche in via equitativa. In tale prospettiva, la liquidazione equitativa, anche nella sua forma cd. "pura", consiste in un giudizio di prudente contemperamento dei vari fattori di probabile incidenza sul danno nel caso concreto, sicché, pur nell'esercizio di un potere di carattere discrezionale, il giudice è chiamato in motivazione, a rendere evidente il percorso logico seguito nella propria determinazione e consentire il sindacato del rispetto dei principi del danno effettivo e dell'integralità del risarcimento.

Corresponsione della quattordicesima per l’anno 2019

L’Inps comunica che, nel mese di luglio 2019, l’Istituto provvederà d’ufficio ad erogare la somma aggiuntiva, c.d. quattordicesima, a favore dei soggetti con età pari o superiore a 64 anni e che siano titolari di uno o più trattamenti pensionistici a carico dell’assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima, gestite da enti pubblici di previdenza obbligatoria.

La verifica del diritto alla somma in parola viene effettuata, in caso di prima concessione, sulla base dei criteri previsti (“in sede di prima liquidazione di una prestazione il reddito di riferimento è quello dell’anno in corso, dichiarato in via presuntiva”), nell’ipotesi di concessione del beneficio successiva alla prima “ai fini della liquidazione o della ricostituzione delle prestazioni previdenziali ed assistenziali collegate al reddito, il reddito di riferimento è quello conseguito dal beneficiario e dal coniuge nell’anno solare precedente. Per le prestazioni collegate al reddito rilevano i redditi conseguiti nello stesso anno per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati”.
Per il 2019, devono essere quindi valutati i seguenti redditi: nel caso di prima concessione, tutti i redditi posseduti dal soggetto nell’anno 2019 (rientrano in tale casistica tutti coloro che negli anni precedenti non abbiano percepito la somma aggiuntiva); nel caso di concessione successiva alla prima: i redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati, conseguiti nel 2019; i redditi diversi da quelli di cui al punto precedente, conseguiti nel 2018.
Dunque, per l’anno corrente sono sempre utilizzati i redditi da prestazione memorizzati nel Casellario centrale dei pensionati al momento dell’elaborazione, riferiti all’anno 2019.
Per i redditi diversi sono presi in esame quelli conseguiti nell’anno 2018 ovvero, per le prime concessioni, nell’anno 2019.
Per i redditi diversi da quelli da prestazione, in assenza delle informazioni relative agli anni 2019 o 2018, sono stati utilizzati i redditi degli anni precedenti, risalendo fino al 2015.
In assenza dei redditi relativi agli anni dal 2015 o successivi, il beneficio non è stato attribuito.
Pertanto, la somma aggiuntiva viene corrisposta a luglio 2019 in via provvisoria e la sussistenza del diritto sarà verificata sulla base della dichiarazione dei redditi a consuntivo.
Per il diritto al beneficio viene preso in considerazione il reddito annuo del richiedente; tale reddito, in relazione agli anni di contribuzione, deve essere inferiore ai limiti indicati (ved. tabella riportata al paragrafo 1.3 del messaggio in argomento).
L’Inps rammenta che dal 2017, a parità di contribuzione, gli importi vengono differenziati in base alla fascia di reddito nella quale si inquadra il beneficiario, ossia fino a 1,5 volte il trattamento minimo ovvero fino a 2 volte il trattamento minimo.
Il tetto massimo reddituale, oltre il quale il beneficio non spetta, viene incrementato dell’importo del beneficio, diverso per ciascuna fascia contributiva. Infatti, la c.d. clausola di salvaguardia prevede che, nel caso in cui il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 1,5 volte ovvero a 2 volte il trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della somma aggiuntiva spettante, l’importo in parola viene corrisposto fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

L’Inps comunica che, nel mese di luglio 2019, l’Istituto provvederà d’ufficio ad erogare la somma aggiuntiva, c.d. quattordicesima, a favore dei soggetti con età pari o superiore a 64 anni e che siano titolari di uno o più trattamenti pensionistici a carico dell'assicurazione generale obbligatoria e delle forme sostitutive, esclusive ed esonerative della medesima, gestite da enti pubblici di previdenza obbligatoria.

La verifica del diritto alla somma in parola viene effettuata, in caso di prima concessione, sulla base dei criteri previsti ("in sede di prima liquidazione di una prestazione il reddito di riferimento è quello dell'anno in corso, dichiarato in via presuntiva"), nell’ipotesi di concessione del beneficio successiva alla prima "ai fini della liquidazione o della ricostituzione delle prestazioni previdenziali ed assistenziali collegate al reddito, il reddito di riferimento è quello conseguito dal beneficiario e dal coniuge nell'anno solare precedente. Per le prestazioni collegate al reddito rilevano i redditi conseguiti nello stesso anno per prestazioni per le quali sussiste l'obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati".
Per il 2019, devono essere quindi valutati i seguenti redditi: nel caso di prima concessione, tutti i redditi posseduti dal soggetto nell’anno 2019 (rientrano in tale casistica tutti coloro che negli anni precedenti non abbiano percepito la somma aggiuntiva); nel caso di concessione successiva alla prima: i redditi per prestazioni per le quali sussiste l’obbligo di comunicazione al Casellario centrale dei pensionati, conseguiti nel 2019; i redditi diversi da quelli di cui al punto precedente, conseguiti nel 2018.
Dunque, per l’anno corrente sono sempre utilizzati i redditi da prestazione memorizzati nel Casellario centrale dei pensionati al momento dell’elaborazione, riferiti all’anno 2019.
Per i redditi diversi sono presi in esame quelli conseguiti nell’anno 2018 ovvero, per le prime concessioni, nell’anno 2019.
Per i redditi diversi da quelli da prestazione, in assenza delle informazioni relative agli anni 2019 o 2018, sono stati utilizzati i redditi degli anni precedenti, risalendo fino al 2015.
In assenza dei redditi relativi agli anni dal 2015 o successivi, il beneficio non è stato attribuito.
Pertanto, la somma aggiuntiva viene corrisposta a luglio 2019 in via provvisoria e la sussistenza del diritto sarà verificata sulla base della dichiarazione dei redditi a consuntivo.
Per il diritto al beneficio viene preso in considerazione il reddito annuo del richiedente; tale reddito, in relazione agli anni di contribuzione, deve essere inferiore ai limiti indicati (ved. tabella riportata al paragrafo 1.3 del messaggio in argomento).
L’Inps rammenta che dal 2017, a parità di contribuzione, gli importi vengono differenziati in base alla fascia di reddito nella quale si inquadra il beneficiario, ossia fino a 1,5 volte il trattamento minimo ovvero fino a 2 volte il trattamento minimo.
Il tetto massimo reddituale, oltre il quale il beneficio non spetta, viene incrementato dell’importo del beneficio, diverso per ciascuna fascia contributiva. Infatti, la c.d. clausola di salvaguardia prevede che, nel caso in cui il reddito complessivo individuale annuo risulti superiore a 1,5 volte ovvero a 2 volte il trattamento minimo e inferiore a tale limite incrementato della somma aggiuntiva spettante, l’importo in parola viene corrisposto fino a concorrenza del predetto limite maggiorato.

Fatturazione elettronica e ritenuta a titolo di acconto IRPEF per il compenso CTU

Il Fisco chiarisce che il reddito derivante dall’attività di consulente tecnico d’ufficio (CTU) resa nell’ambito di un giudizio civile, se è svolta con carattere di abitualità da parte del professionista, dovrà essere assoggettato al regime del reddito di lavoro autonomo (AGENZIA DELLE ENTRATE – Risposta 27 giugno 2019, n. 211)

In tali ipotesi, troverà applicazione la disciplina prevista per i redditi di natura professionale che implica, sotto il profilo dell’Imposta sul valore aggiunto, non solo il necessario possesso (o apertura) della partita IVA, ma anche l’obbligo di fatturazione elettronica, salva le ipotesi in cui forme alternative di documentazione siano legislativamente previste.
In merito alla disciplina della scissione dei pagamenti, è stato precisato che, con riguardo ai compensi e onorari relativi alle prestazioni rese dal CTU, titolare passivo del rapporto di debito è la parte esposta all’obbligo di sopportare l’onere economico. Tale soggetto è tenuto, infatti, in base al provvedimento del Giudice, al pagamento del compenso per le prestazioni professionali rese a favore dell’Amministrazione della Giustizia, committente ma non esecutrice del pagamento. Conseguentemente, il CTU deve ritenersi obbligato, tra l’altro, ad emettere fattura nei confronti dell’Amministrazione della Giustizia nella quale dovrà essere evidenziato, tuttavia, che la “solutio” avviene con denaro fornito dalla/e parte/i individuata/e dal provvedimento del Giudice.
In tali fattispecie, dunque, la P.A. (Amministrazione della Giustizia), pur essendo riconducibile nell’ambito soggettivo di applicazione della scissione dei pagamenti, non effettua alcun pagamento del corrispettivo nei confronti del CTU.
Infatti, l’applicazione della scissione dei pagamenti comporterebbe l’onere, per la parte obbligata al pagamento del compenso del CTU, di versare a quest’ultimo soltanto l’imponibile, mentre l’Iva relativa alla prestazione del CTU dovrebbe essere riversata all’Amministrazione della Giustizia affinché quest’ultima, a sua volta, versi tale importo all’Erario, nell’ambito della scissione dei pagamenti.
Tale doppio versamento costituirebbe un aggravio delle procedure e giustifica la non applicazione della disciplina della scissione dei pagamenti nel caso in argomento.
Ad analoghe conclusioni, si ritiene debba giungersi in relazione al versamento della ritenuta d’acconto IRPEF, che, pertanto, dovrà essere versata all’Erario non dall’Amministrazione della Giustizia, ma dalla parte soccombente, titolare passivo del rapporto di debito nei confronti del consulente ed esposta all’obbligo di sopportare l’onere economico, sempreché quest’ultima sia ricompresa tra i soggetti che rivestono la qualifica di sostituto d’imposta.
Solo in tale ipotesi, quindi, la fattura, che andrà emessa nei confronti dell’Amministrazione della giustizia, dovrà evidenziare la ritenuta d’acconto IRPEF dovuta in caso di corresponsione di compensi costituenti per il percipiente reddito di lavoro autonomo. Laddove, invece, la parte soccombente, titolare passivo del rapporto di debito esposta all’obbligo di sopportare l’onere economico, non rivestisse la qualifica di sostituto d’imposta, la ritenuta d’acconto IRPEF non dovrà essere operata e, pertanto, non dovrà essere evidenziata in fattura dal consulente.

Il Fisco chiarisce che il reddito derivante dall’attività di consulente tecnico d’ufficio (CTU) resa nell'ambito di un giudizio civile, se è svolta con carattere di abitualità da parte del professionista, dovrà essere assoggettato al regime del reddito di lavoro autonomo (AGENZIA DELLE ENTRATE - Risposta 27 giugno 2019, n. 211)

In tali ipotesi, troverà applicazione la disciplina prevista per i redditi di natura professionale che implica, sotto il profilo dell'Imposta sul valore aggiunto, non solo il necessario possesso (o apertura) della partita IVA, ma anche l'obbligo di fatturazione elettronica, salva le ipotesi in cui forme alternative di documentazione siano legislativamente previste.
In merito alla disciplina della scissione dei pagamenti, è stato precisato che, con riguardo ai compensi e onorari relativi alle prestazioni rese dal CTU, titolare passivo del rapporto di debito è la parte esposta all’obbligo di sopportare l’onere economico. Tale soggetto è tenuto, infatti, in base al provvedimento del Giudice, al pagamento del compenso per le prestazioni professionali rese a favore dell’Amministrazione della Giustizia, committente ma non esecutrice del pagamento. Conseguentemente, il CTU deve ritenersi obbligato, tra l’altro, ad emettere fattura nei confronti dell’Amministrazione della Giustizia nella quale dovrà essere evidenziato, tuttavia, che la "solutio" avviene con denaro fornito dalla/e parte/i individuata/e dal provvedimento del Giudice.
In tali fattispecie, dunque, la P.A. (Amministrazione della Giustizia), pur essendo riconducibile nell’ambito soggettivo di applicazione della scissione dei pagamenti, non effettua alcun pagamento del corrispettivo nei confronti del CTU.
Infatti, l’applicazione della scissione dei pagamenti comporterebbe l’onere, per la parte obbligata al pagamento del compenso del CTU, di versare a quest’ultimo soltanto l’imponibile, mentre l’Iva relativa alla prestazione del CTU dovrebbe essere riversata all’Amministrazione della Giustizia affinché quest’ultima, a sua volta, versi tale importo all’Erario, nell’ambito della scissione dei pagamenti.
Tale doppio versamento costituirebbe un aggravio delle procedure e giustifica la non applicazione della disciplina della scissione dei pagamenti nel caso in argomento.
Ad analoghe conclusioni, si ritiene debba giungersi in relazione al versamento della ritenuta d’acconto IRPEF, che, pertanto, dovrà essere versata all’Erario non dall’Amministrazione della Giustizia, ma dalla parte soccombente, titolare passivo del rapporto di debito nei confronti del consulente ed esposta all’obbligo di sopportare l’onere economico, sempreché quest’ultima sia ricompresa tra i soggetti che rivestono la qualifica di sostituto d’imposta.
Solo in tale ipotesi, quindi, la fattura, che andrà emessa nei confronti dell'Amministrazione della giustizia, dovrà evidenziare la ritenuta d'acconto IRPEF dovuta in caso di corresponsione di compensi costituenti per il percipiente reddito di lavoro autonomo. Laddove, invece, la parte soccombente, titolare passivo del rapporto di debito esposta all’obbligo di sopportare l’onere economico, non rivestisse la qualifica di sostituto d’imposta, la ritenuta d’acconto IRPEF non dovrà essere operata e, pertanto, non dovrà essere evidenziata in fattura dal consulente.

Elemento perequativo a giugno per il CCNL Metalmeccanica Confapi

 

Con la busta paga del mese di giugno spetta, ai dipendenti delle piccole e medie imprese associate ad UNIONMECCANICA, l’elemento perequativo

Ai lavoratori in forza al 1° gennaio di ogni anno, nelle aziende prive di contrattazione di secondo livello con contenuti economici e che nel corso dell’anno precedente (1° gennaio – 31 dicembre) abbiano percepito un trattamento retributivo composto esclusivamente da importi retributivi fissati dal Ccnl (lavoratori privi di superminimi collettivi o individuali, premi annui o altri compensi comunque soggetti a contribuzione), è corrisposta, a titolo perequativo, con la retribuzione del mese di giugno, una cifra annua pari a 485 Euro onnicomprensiva e non incidente sul trattamento di fine rapporto, ovvero una cifra inferiore, fino a concorrenza, in caso di presenza di retribuzioni aggiuntive a quelle fissate dal Ccnl, in funzione della durata, anche non consecutiva, del rapporto di lavoro nel corso dell’anno precedente. La frazione di mese superiore a 15 giorni sarà considerata, a questi effetti, come mese intero.
Nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro antecedente il momento di corresponsione dell’elemento perequativo, fermo restando i criteri di maturazione dello stesso, il suddetto importo verrà corrisposto all’atto della liquidazione delle competenze.
L’elemento perequativo come sopra definito sarà ad ogni effetto di competenza dell’anno di erogazione in quanto il riferimento ai trattamenti retributivi percepiti è assunto dalle parti quale parametro di riferimento ai fini del riconoscimento dell’istituto.

 

Con la busta paga del mese di giugno spetta, ai dipendenti delle piccole e medie imprese associate ad UNIONMECCANICA, l’elemento perequativo

Ai lavoratori in forza al 1° gennaio di ogni anno, nelle aziende prive di contrattazione di secondo livello con contenuti economici e che nel corso dell’anno precedente (1° gennaio - 31 dicembre) abbiano percepito un trattamento retributivo composto esclusivamente da importi retributivi fissati dal Ccnl (lavoratori privi di superminimi collettivi o individuali, premi annui o altri compensi comunque soggetti a contribuzione), è corrisposta, a titolo perequativo, con la retribuzione del mese di giugno, una cifra annua pari a 485 Euro onnicomprensiva e non incidente sul trattamento di fine rapporto, ovvero una cifra inferiore, fino a concorrenza, in caso di presenza di retribuzioni aggiuntive a quelle fissate dal Ccnl, in funzione della durata, anche non consecutiva, del rapporto di lavoro nel corso dell’anno precedente. La frazione di mese superiore a 15 giorni sarà considerata, a questi effetti, come mese intero.
Nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro antecedente il momento di corresponsione dell’elemento perequativo, fermo restando i criteri di maturazione dello stesso, il suddetto importo verrà corrisposto all’atto della liquidazione delle competenze.
L’elemento perequativo come sopra definito sarà ad ogni effetto di competenza dell’anno di erogazione in quanto il riferimento ai trattamenti retributivi percepiti è assunto dalle parti quale parametro di riferimento ai fini del riconoscimento dell’istituto.

Modelli per rilascio/richiesta del Certificato unico debiti tributari

Approvati i modelli e le relative istruzioni per il rilascio del Certificato unico debiti tributari e per la richiesta del certificato medesimo da parte dei soggetti interessati (Agenzia delle Entrate – Provvedimento 27 giugno 2019, n. 224245).

Nello specifico, il modello Certificato unico debiti tributari contiene l’indicazione dei debiti risultanti dall’interrogazione al sistema informativo dell’anagrafe tributaria relativi agli atti, alle contestazioni in corso e a quelle già definite per le quali i debiti non sono stati soddisfatti, in materia di imposte dirette, imposta sul valore aggiunto e altre imposte indirette.
I suddetti modelli (di rilascio e di richiesta) sono utilizzabili ai fini delle procedure disciplinate dal Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza.

Approvati i modelli e le relative istruzioni per il rilascio del Certificato unico debiti tributari e per la richiesta del certificato medesimo da parte dei soggetti interessati (Agenzia delle Entrate - Provvedimento 27 giugno 2019, n. 224245).

Nello specifico, il modello Certificato unico debiti tributari contiene l’indicazione dei debiti risultanti dall’interrogazione al sistema informativo dell’anagrafe tributaria relativi agli atti, alle contestazioni in corso e a quelle già definite per le quali i debiti non sono stati soddisfatti, in materia di imposte dirette, imposta sul valore aggiunto e altre imposte indirette.
I suddetti modelli (di rilascio e di richiesta) sono utilizzabili ai fini delle procedure disciplinate dal Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza.

Contributo IDI per la Formazione dei Dirigenti e QS Confapi

La Fondazione IDI segnala la scadenza del 31/7/2019 per il versamento del contributo per la formazione dei  Dirigenti e Quadri Superiori come previsto dal CCNL 16/11/2016

L’accordo del 16/11/2016, siglato tra Confapi e Federmanager per il rinnovo del contratto collettivo nazionale per i Dirigenti e Quadri Superiori delle piccole e medie aziende industriali di beni e servizi, ha confermato il complessivo impianto normativo, già previsto dal precedente rinnovo, in particolare ha confermato la figura, definita convenzionalmente “Quadro Superiore”, che intende valorizzare, in chiave manageriale, le diverse configurazioni e i distinti livelli di responsabilità che sono affidati, nell’organizzazione aziendale, ai lavoratori appartenenti alla categoria dei quadri ex art. 2095 c.c.
Pertanto, le aziende dovranno versare in unica soluzione entro il 31 luglio 2019 il contributo previsto dal CCNL alla Fondazione IDI, la struttura paritetica che si occupa della formazione dei Dirigenti e dei Quadri Superiori.
L’importo di cui sopra è pari a:
– Euro 300,00 per ogni Dirigente
– Euro 200,00 per ogni Quadro Superiore.

Il contributo è paritetico tra azienda – dirigente e/o quadro superiore: 50% a carico dell’azienda e 50% a carico del dirigente o del quadro superiore.
La fondazione IDI nel mese di giugno ha inviato a tutte le aziende associate che applicano ai loro dirigenti e quadri superiori il CCNL sopra citato un bollettino bancario mav per il versamento della quota 2019.
E’ comunque possibile versare il contributo tramite bonifico bancario intestato a fondazione IDI.
Riportiamo di seguito gli estremi bancari utilizzabili:
Intesa San Paolo – IBAN IT 97 V 030690 96061 00000129117
Finecobank S.p.A. – IBAN IT 22 M 03015 03200 000003123750

La Fondazione IDI segnala la scadenza del 31/7/2019 per il versamento del contributo per la formazione dei  Dirigenti e Quadri Superiori come previsto dal CCNL 16/11/2016

L’accordo del 16/11/2016, siglato tra Confapi e Federmanager per il rinnovo del contratto collettivo nazionale per i Dirigenti e Quadri Superiori delle piccole e medie aziende industriali di beni e servizi, ha confermato il complessivo impianto normativo, già previsto dal precedente rinnovo, in particolare ha confermato la figura, definita convenzionalmente "Quadro Superiore", che intende valorizzare, in chiave manageriale, le diverse configurazioni e i distinti livelli di responsabilità che sono affidati, nell’organizzazione aziendale, ai lavoratori appartenenti alla categoria dei quadri ex art. 2095 c.c.
Pertanto, le aziende dovranno versare in unica soluzione entro il 31 luglio 2019 il contributo previsto dal CCNL alla Fondazione IDI, la struttura paritetica che si occupa della formazione dei Dirigenti e dei Quadri Superiori.
L'importo di cui sopra è pari a:
- Euro 300,00 per ogni Dirigente
- Euro 200,00 per ogni Quadro Superiore.

Il contributo è paritetico tra azienda - dirigente e/o quadro superiore: 50% a carico dell’azienda e 50% a carico del dirigente o del quadro superiore.
La fondazione IDI nel mese di giugno ha inviato a tutte le aziende associate che applicano ai loro dirigenti e quadri superiori il CCNL sopra citato un bollettino bancario mav per il versamento della quota 2019.
E’ comunque possibile versare il contributo tramite bonifico bancario intestato a fondazione IDI.
Riportiamo di seguito gli estremi bancari utilizzabili:
Intesa San Paolo - IBAN IT 97 V 030690 96061 00000129117
Finecobank S.p.A. - IBAN IT 22 M 03015 03200 000003123750

Anomalie studi di settore 2015-2017: invio delle comunicazioni

Individuate le anomalie nei dati degli studi di settore, afferenti il triennio di imposta 2015-2017, che sono comunicate ai contribuenti interessati mediante pubblicazione nel proprio “Cassetto Fiscale”, consultabile accedendo al sito internet dell’Agenzia delle entrate (Provvedimento 27 giugno 2019, n. 224117).

Tali comunicazioni di anomalie sono trasmesse dall’Agenzia delle entrate, via Entratel, all’intermediario, se il contribuente ha effettuato questa scelta al momento della presentazione di REDDITI 2018, per il periodo di imposta 2017, e se tale intermediario ha accettato, nella medesima dichiarazione, di riceverle.
Nel caso in cui il contribuente non abbia delegato l’intermediario a ricevere le comunicazioni di anomalie, l’Agenzia delle entrate comunica agli indirizzi di Posta Elettronica Certificata, attivati dai contribuenti, che la sezione degli studi di settore del “Cassetto fiscale” è stata aggiornata.
Inoltre, per i contribuenti abilitati ai servizi telematici dell’Agenzia delle entrate viene visualizzato un avviso personalizzato nell’area autenticata e inviato, ai riferimenti dallo stesso indicati, un messaggio di posta elettronica e/o tramite Short Message Service, con cui è data comunicazione che la sezione degli studi di settore del “Cassetto fiscale” è stata aggiornata con l’invio delle citate comunicazioni di anomalie.

Individuate le anomalie nei dati degli studi di settore, afferenti il triennio di imposta 2015-2017, che sono comunicate ai contribuenti interessati mediante pubblicazione nel proprio "Cassetto Fiscale", consultabile accedendo al sito internet dell’Agenzia delle entrate (Provvedimento 27 giugno 2019, n. 224117).

Tali comunicazioni di anomalie sono trasmesse dall’Agenzia delle entrate, via Entratel, all’intermediario, se il contribuente ha effettuato questa scelta al momento della presentazione di REDDITI 2018, per il periodo di imposta 2017, e se tale intermediario ha accettato, nella medesima dichiarazione, di riceverle.
Nel caso in cui il contribuente non abbia delegato l’intermediario a ricevere le comunicazioni di anomalie, l’Agenzia delle entrate comunica agli indirizzi di Posta Elettronica Certificata, attivati dai contribuenti, che la sezione degli studi di settore del "Cassetto fiscale" è stata aggiornata.
Inoltre, per i contribuenti abilitati ai servizi telematici dell’Agenzia delle entrate viene visualizzato un avviso personalizzato nell’area autenticata e inviato, ai riferimenti dallo stesso indicati, un messaggio di posta elettronica e/o tramite Short Message Service, con cui è data comunicazione che la sezione degli studi di settore del "Cassetto fiscale" è stata aggiornata con l’invio delle citate comunicazioni di anomalie.

Misure per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro nel DL Crescita

Il Senato rinnova la fiducia al Governo approvando la conversione in legge, con modificazioni, del DL n. 34/2019, nel testo licenziato dalla Camera dei deputati. Fra le novità di interesse lavoristico, la previsione di misure volte a potenziare l’apprendimento delle competenze professionali richieste dal mercato del lavoro.

Al fine di favorire l’apprendimento delle competenze professionali richieste dal mercato del lavoro e l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, a coloro che dispongono erogazioni liberali per un importo non inferiore, nell’arco di un anno, a 10.000 euro per la realizzazione, la riqualificazione e l’ammodernamento di laboratori professionalizzanti in favore di istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado con percorsi di istruzione tecnica o di istruzione professionale, anche a indirizzo agrario, e che assumono, a conclusione del loro ciclo scolastico, giovani diplomati presso le medesime istituzioni scolastiche con contratto di lavoro a tempo indeterminato è riconosciuto un incentivo, sotto forma di parziale esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi e dei contributi dovuti all’INAIL, per un periodo massimo di dodici mesi decorrenti dalla data di assunzione.
Ai fini del riconoscimento dell’incentivo, sono ammesse le seguenti tipologie di interventi:
laboratori professionalizzanti per lo sviluppo delle competenze;
laboratori e ambienti di apprendimento innovativi per l’utilizzo delle tecnologie;
ambienti digitali e innovativi per la didattica integrata;
– attrezzature e dispositivi hardware e software per la didattica.
L’incentivo è riconosciuto, a decorrere dall’esercizio finanziario 2021, ai titolari di reddito di impresa e non è cumulabile con altre agevolazioni previste per le medesime spese.
Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, saranno definiti le modalità e i tempi per disporre le erogazioni liberali, la misura dell’incentivo, sulla base di criteri di proporzionalità, nonché le modalità per garantire il rispetto, anche in via prospettica, del limite di spesa. L’INPS provvederà, nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, al riconoscimento dell’incentivo.
 

Il Senato rinnova la fiducia al Governo approvando la conversione in legge, con modificazioni, del DL n. 34/2019, nel testo licenziato dalla Camera dei deputati. Fra le novità di interesse lavoristico, la previsione di misure volte a potenziare l'apprendimento delle competenze professionali richieste dal mercato del lavoro.

Al fine di favorire l'apprendimento delle competenze professionali richieste dal mercato del lavoro e l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro, a coloro che dispongono erogazioni liberali per un importo non inferiore, nell'arco di un anno, a 10.000 euro per la realizzazione, la riqualificazione e l'ammodernamento di laboratori professionalizzanti in favore di istituzioni scolastiche secondarie di secondo grado con percorsi di istruzione tecnica o di istruzione professionale, anche a indirizzo agrario, e che assumono, a conclusione del loro ciclo scolastico, giovani diplomati presso le medesime istituzioni scolastiche con contratto di lavoro a tempo indeterminato è riconosciuto un incentivo, sotto forma di parziale esonero dal versamento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con esclusione dei premi e dei contributi dovuti all'INAIL, per un periodo massimo di dodici mesi decorrenti dalla data di assunzione.
Ai fini del riconoscimento dell'incentivo, sono ammesse le seguenti tipologie di interventi:
- laboratori professionalizzanti per lo sviluppo delle competenze;
- laboratori e ambienti di apprendimento innovativi per l'utilizzo delle tecnologie;
- ambienti digitali e innovativi per la didattica integrata;
- attrezzature e dispositivi hardware e software per la didattica.
L'incentivo è riconosciuto, a decorrere dall'esercizio finanziario 2021, ai titolari di reddito di impresa e non è cumulabile con altre agevolazioni previste per le medesime spese.
Con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, saranno definiti le modalità e i tempi per disporre le erogazioni liberali, la misura dell'incentivo, sulla base di criteri di proporzionalità, nonché le modalità per garantire il rispetto, anche in via prospettica, del limite di spesa. L'INPS provvederà, nei limiti delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, al riconoscimento dell'incentivo.
 

Detassazione dei premi di risultato e deposito del contratto collettivo

In appresso si evidenziano gli adempimenti cui sono tenuti i datori di lavoro, ai fini dell’applicazione della detassazione e dell’agevolazione contributiva su premi di risultato ed utili, riguardanti il deposito del contratto collettivo

Al fine dell’applicazione dell’imposta sostitutiva e dell’agevolazione contributiva connessa al coinvolgimento paritetico dei lavoratori, tanto i premi di risultato quanto gli utili da distribuire devono essere erogati in esecuzione dei contratti aziendali o territoriali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o di contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria. Qualora l’azienda sia priva di rappresentanza sindacale interna, è possibile recepire il contratto collettivo territoriale di settore e, conseguentemente, al ricorrere delle condizioni richieste, applicare l’imposta sostitutiva sui premi di risultato erogati in esecuzione di tale contratto territoriale. In ogni caso, nell’ipotesi in cui non sia stato stipulato un contratto territoriale di settore, l’azienda può adottare il contratto territoriale che ritiene più aderente alla propria realtà, dandone comunicazione ai lavoratori, il quale sarà recepito non solo per la previsione agevolativa, ma anche per la regolamentazione di altri aspetti del rapporto di lavoro. (Agenzia delle Entrate, circolare n. 5/E del 2018). Di contro, sono esclusi dall’agevolazione gli elementi retributivi premiali erogati in attuazione di accordi o contratti collettivi nazionali di lavoro ovvero di accordi individuali tra datore di lavoro e prestatore di lavoro (Agenzia delle entrate, circolare n. 28/E del 15 giugno 2016). Il contratto collettivo aziendale o territoriale deve essere depositato presso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro entro 30 giorni dalla loro sottoscrizione, unitamente alla dichiarazione di conformità di tali contratti al quadro normativo in materia (art. 5, D.M. 25 marzo 2016). In linea generale, il termine di 30 giorni previsto è da riferirsi al deposito dei soli contratti, mentre la dichiarazione di conformità può essere compilata e trasmessa dal datore di lavoro anche successivamente a tale termine. In ogni caso, il termine di 30 giorni ha carattere ordinatorio. Pur tuttavia, ai fini dell’applicazione del regime agevolato, sia il contratto che la dichiarazione di conformità devono risultare depositati al momento dell’erogazione dei premi di risultato o delle somme a titolo di partecipazione agli utili di impresa (Agenzia delle Entrate, circolare n. 5/E del 2018). Il deposito del contratto e la relativa dichiarazione vanno effettuati utilizzando la modalità telematica messa a disposizione nella sezione “Servizi” del sito internet istituzionale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali all’indirizzo “www.lavoro.gov.it”.

In appresso si evidenziano gli adempimenti cui sono tenuti i datori di lavoro, ai fini dell’applicazione della detassazione e dell’agevolazione contributiva su premi di risultato ed utili, riguardanti il deposito del contratto collettivo

Al fine dell’applicazione dell’imposta sostitutiva e dell’agevolazione contributiva connessa al coinvolgimento paritetico dei lavoratori, tanto i premi di risultato quanto gli utili da distribuire devono essere erogati in esecuzione dei contratti aziendali o territoriali stipulati da associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale o di contratti collettivi aziendali stipulati dalle loro rappresentanze sindacali aziendali ovvero dalla rappresentanza sindacale unitaria. Qualora l’azienda sia priva di rappresentanza sindacale interna, è possibile recepire il contratto collettivo territoriale di settore e, conseguentemente, al ricorrere delle condizioni richieste, applicare l’imposta sostitutiva sui premi di risultato erogati in esecuzione di tale contratto territoriale. In ogni caso, nell’ipotesi in cui non sia stato stipulato un contratto territoriale di settore, l'azienda può adottare il contratto territoriale che ritiene più aderente alla propria realtà, dandone comunicazione ai lavoratori, il quale sarà recepito non solo per la previsione agevolativa, ma anche per la regolamentazione di altri aspetti del rapporto di lavoro. (Agenzia delle Entrate, circolare n. 5/E del 2018). Di contro, sono esclusi dall’agevolazione gli elementi retributivi premiali erogati in attuazione di accordi o contratti collettivi nazionali di lavoro ovvero di accordi individuali tra datore di lavoro e prestatore di lavoro (Agenzia delle entrate, circolare n. 28/E del 15 giugno 2016). Il contratto collettivo aziendale o territoriale deve essere depositato presso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro entro 30 giorni dalla loro sottoscrizione, unitamente alla dichiarazione di conformità di tali contratti al quadro normativo in materia (art. 5, D.M. 25 marzo 2016). In linea generale, il termine di 30 giorni previsto è da riferirsi al deposito dei soli contratti, mentre la dichiarazione di conformità può essere compilata e trasmessa dal datore di lavoro anche successivamente a tale termine. In ogni caso, il termine di 30 giorni ha carattere ordinatorio. Pur tuttavia, ai fini dell’applicazione del regime agevolato, sia il contratto che la dichiarazione di conformità devono risultare depositati al momento dell’erogazione dei premi di risultato o delle somme a titolo di partecipazione agli utili di impresa (Agenzia delle Entrate, circolare n. 5/E del 2018). Il deposito del contratto e la relativa dichiarazione vanno effettuati utilizzando la modalità telematica messa a disposizione nella sezione "Servizi" del sito internet istituzionale del Ministero del lavoro e delle politiche sociali all’indirizzo "www.lavoro.gov.it".