Enti associativi: precisazioni sul numero massimo di deleghe per ogni associato

SI forniscono precisazioni sul numero massimo di deleghe conferibili ad ogni associato.

Con la nota del 28 maggio, il Ministero del lavoro ha osservato come, nel corso dell’esame degli statuti trasmessi successivamente all’avvenuto adeguamento al Codice del Terzo settore, risulti frequentemente che anche in caso di enti associativi (Organizzazioni di volontariato e Associazioni di promozione sociale) di dimensioni pari o prossime alla soglia minima di associati (sette/otto soci), il numero di deleghe previsto dagli statuti si attesta su quello massimo di tre deleghe per ogni associato per gli enti con meno di cinquecento soci.
Da ciò potrebbe derivare un pregiudizio alla democraticità dell’ente, in quanto, in ipotesi estreme, potrebbe verificarsi che anche una sola persona possa determinarne gli indirizzi associativi.
Ebbene, il Ministero del lavoro non ritiene che l’amministrazione preposta possa condizionare l’accettazione di uno statuto di una piccola o piccolissima associazione alla previsione di un numero di deleghe inferiori a quello massimo consentito dalla legge. Anche in un ipotetico caso di specie, l’associazione nell’ambito delle soglie disposte dalla legge (fino a tre fino a cinquecento associati) dovrebbe essere libera di decidere autonomamente se attenersi ad esse o derogarvi al ribasso.

SI forniscono precisazioni sul numero massimo di deleghe conferibili ad ogni associato.

Con la nota del 28 maggio, il Ministero del lavoro ha osservato come, nel corso dell’esame degli statuti trasmessi successivamente all’avvenuto adeguamento al Codice del Terzo settore, risulti frequentemente che anche in caso di enti associativi (Organizzazioni di volontariato e Associazioni di promozione sociale) di dimensioni pari o prossime alla soglia minima di associati (sette/otto soci), il numero di deleghe previsto dagli statuti si attesta su quello massimo di tre deleghe per ogni associato per gli enti con meno di cinquecento soci.
Da ciò potrebbe derivare un pregiudizio alla democraticità dell’ente, in quanto, in ipotesi estreme, potrebbe verificarsi che anche una sola persona possa determinarne gli indirizzi associativi.
Ebbene, il Ministero del lavoro non ritiene che l’amministrazione preposta possa condizionare l’accettazione di uno statuto di una piccola o piccolissima associazione alla previsione di un numero di deleghe inferiori a quello massimo consentito dalla legge. Anche in un ipotetico caso di specie, l’associazione nell’ambito delle soglie disposte dalla legge (fino a tre fino a cinquecento associati) dovrebbe essere libera di decidere autonomamente se attenersi ad esse o derogarvi al ribasso.

Versamento Fondo FVG di Categoria CIRL Alimentare e Panificazione

Il CIRL del settore Alimentare e della Panificazione stabilisce le quote e le modalità di versamento del Fondo Regionale di categoria e i relativi importi.

Il versamento dell’importo complessivo del Fondo Regionale di categoria deve essere effettuato entro il 15 giugno considerando:
– a carico delle aziende una quota annuale di euro 15,00 per ogni lavoratore dipendente in forza al 31 maggio;
– a carico del lavoratore in forza al 31 maggio una quota annuale di euro 6,00 da  trattenersi dalla retribuzione del mese di maggio di ogni anno a cura del datore di lavoro.
Il bonifico va effettuato utilizzando le seguenti coordinate
Conto corrente: IBAN  IT 21 D 03032 12301 010000004337
acceso presso la CREDEM – FILIALE DI UDINE 
intestato ad EBIART – CCRL SETTORE ALIMENTARE
Largo dei Cappuccini, 1/c – 33100 Udine

Il CIRL del settore Alimentare e della Panificazione stabilisce le quote e le modalità di versamento del Fondo Regionale di categoria e i relativi importi.

Il versamento dell’importo complessivo del Fondo Regionale di categoria deve essere effettuato entro il 15 giugno considerando:
- a carico delle aziende una quota annuale di euro 15,00 per ogni lavoratore dipendente in forza al 31 maggio;
- a carico del lavoratore in forza al 31 maggio una quota annuale di euro 6,00 da  trattenersi dalla retribuzione del mese di maggio di ogni anno a cura del datore di lavoro.
Il bonifico va effettuato utilizzando le seguenti coordinate
Conto corrente: IBAN  IT 21 D 03032 12301 010000004337
acceso presso la CREDEM - FILIALE DI UDINE 
intestato ad EBIART – CCRL SETTORE ALIMENTARE
Largo dei Cappuccini, 1/c – 33100 Udine

Cause ostative all’applicazione del “regime forfetario”

L’Agenzia delle entrate scioglie ulteriori dubbi sulle cause ostative all’applicazione del regime c.d. forfetario con le risposte del 30 maggio 2019, nn. 169 e 171.

La legge n. 190 del 2014, all’articolo 1, commi da 54 a 89, ha introdotto un regime fiscale agevolato, c.d. regime forfetario, rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti. La legge di bilancio 2019 ha modificato, con portata estensiva, l’ambito di applicazione del regime forfetario. Tra le altre modifiche apportate, si rileva la riformulazione di alcune delle cause ostative all’applicazione del regime forfetario tra cui di quella indicata alla lettera d) del comma 57 dell’articolo 1 della legge n. 190 del 2014.
In particolare, la lettera d) del comma 57 prevede che non possono applicare il regime forfetario gli esercenti attività d’impresa, arti o professioni che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni, affinché, operi tale causa ostativa è necessaria la compresenza:
1) del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata e
2) dell’esercizio da parte della stessa di attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d’impresa, arti o professioni.
In assenza di una delle predette condizioni, la causa ostativa non opera e il contribuente può applicare o permanere nel regime forfetario.
Riguardo alla decorrenza della causa ostativa, ai fini della verifica delle stessa assume rilevanza l’anno di applicazione del regime e non l’anno precedente, dal momento che solo nell’anno di applicazione del regime può essere verificata la riconducibilità diretta o indiretta delle attività economiche svolte dalla s.r.l. a quelle esercitate dal contribuente in regime forfetario.
Di segutio si riportano due casi esaminati dall’Amministrazione finanziaria e le risposte indicate in oggetto.
Nel primo caso, il contribuente istante dichiara di svolgere dal 2001 la professione di architetto in forma autonoma (codice ATECO 71.11.00) e di aver percepito nel 2018 compensi inferiori a 65.000,00 euro; inoltre, riferisce di detenere, già dal 2018, due quote di partecipazione di minoranza in due SRL, dove quelle di maggioranza sono possedute da suo padre, entrambe esercenti attività di gestione immobiliare, consistente nella locazione degli immobili posseduti. Tra l’altro afferma di essere amministratore unico delle società e che i compensi percepiti per tale carica rappresentano il reddito prevalente da lui fatturato tramite la propria partita IVA.
Il contribuente può aderire per il 2019 al regime forfetario in quanto la presenza della causa ostativa va valutata in detto anno, e ove ne sia accertata l’esistenza, comporterà la decadenza dal regime nel 2020.
Nella fattispecie si rileva il ricorrere di entrambe le condizioni, che ove nessuna delle due dovesse essere rimossa nel 2019 si determinerebbe la fuoriuscita dell’Istante dal regime forfetario a decorrere dal periodo d’imposta 2020.
Nel secondo caso il contribuente istante riferisce di essere rappresentante legale e socio di maggioranza di una SRLS, iscritta nel registro imprese sezione “Start up innovative” della CCIAA, la quale svolge l’attività contraddistinta dal codice ATECO 620909, “Altre attività di servizi connessi a tecnologie informatiche”.
L’istante intende, nel corso del presente anno di imposta, chiudere la società e successivamente, ma sempre nel corso del 2019, fare richiesta di partita IVA in qualità di lavoratore autonomo, applicando il regime forfetario.
L’istante, precisando che la futura attività svolta in qualità di lavoratore autonomo sarà riconducibile allo stesso ambito dell’attività economica esercitata dalla società, espone il dubbio che il proprio caso personale possa ricadere tra quelli esclusi dall’applicazione del regime forfetario in parola.
Con riferimento alla fattispecie rappresentata nell’istanza, il contribuente può aderire per il 2019 al regime forfetario in quanto la presenza della causa ostativa va valutata in detto anno e, ove ne sia accertata l’esistenza, comporterà la decadenza dal regime nel 2020.
Con riferimento al caso di specie, si rileva il ricorrere della prima condizione, costituita dal controllo diretto di cui all’articolo 2359, primo comma, n. 2, del codice civile. Venendo alla seconda condizione, il contribuente ribadisce espressamente in istanza la riconducibilità dell’attività economica esercitata dalla società all’attività che egli intende svolgere personalmente. Tuttavia, l’istante afferma che inizierà la propria attività di lavoro autonomo in regime forfetario, nel corso del 2019, solo dopo aver provveduto alla liquidazione della società controllata, operazione sulla quale rimane fermo ogni potere di controllo dell’amministrazione finanziaria. Ciò premesso, sul presupposto che l’istante liquidi effettivamente e cancelli dal registro delle imprese la società controllata prima di avviare l’attività di lavoro autonomo, non opererà nei suoi confronti la causa ostativa in parola.

L’Agenzia delle entrate scioglie ulteriori dubbi sulle cause ostative all’applicazione del regime c.d. forfetario con le risposte del 30 maggio 2019, nn. 169 e 171.

La legge n. 190 del 2014, all'articolo 1, commi da 54 a 89, ha introdotto un regime fiscale agevolato, c.d. regime forfetario, rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d'impresa, arti o professioni in possesso di determinati requisiti. La legge di bilancio 2019 ha modificato, con portata estensiva, l'ambito di applicazione del regime forfetario. Tra le altre modifiche apportate, si rileva la riformulazione di alcune delle cause ostative all'applicazione del regime forfetario tra cui di quella indicata alla lettera d) del comma 57 dell'articolo 1 della legge n. 190 del 2014.
In particolare, la lettera d) del comma 57 prevede che non possono applicare il regime forfetario gli esercenti attività d'impresa, arti o professioni che controllano direttamente o indirettamente società a responsabilità limitata, le quali esercitano attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d'impresa, arti o professioni, affinché, operi tale causa ostativa è necessaria la compresenza:
1) del controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata e
2) dell'esercizio da parte della stessa di attività economiche direttamente o indirettamente riconducibili a quelle svolte dagli esercenti attività d'impresa, arti o professioni.
In assenza di una delle predette condizioni, la causa ostativa non opera e il contribuente può applicare o permanere nel regime forfetario.
Riguardo alla decorrenza della causa ostativa, ai fini della verifica delle stessa assume rilevanza l'anno di applicazione del regime e non l'anno precedente, dal momento che solo nell'anno di applicazione del regime può essere verificata la riconducibilità diretta o indiretta delle attività economiche svolte dalla s.r.l. a quelle esercitate dal contribuente in regime forfetario.
Di segutio si riportano due casi esaminati dall’Amministrazione finanziaria e le risposte indicate in oggetto.
Nel primo caso, il contribuente istante dichiara di svolgere dal 2001 la professione di architetto in forma autonoma (codice ATECO 71.11.00) e di aver percepito nel 2018 compensi inferiori a 65.000,00 euro; inoltre, riferisce di detenere, già dal 2018, due quote di partecipazione di minoranza in due SRL, dove quelle di maggioranza sono possedute da suo padre, entrambe esercenti attività di gestione immobiliare, consistente nella locazione degli immobili posseduti. Tra l’altro afferma di essere amministratore unico delle società e che i compensi percepiti per tale carica rappresentano il reddito prevalente da lui fatturato tramite la propria partita IVA.
Il contribuente può aderire per il 2019 al regime forfetario in quanto la presenza della causa ostativa va valutata in detto anno, e ove ne sia accertata l'esistenza, comporterà la decadenza dal regime nel 2020.
Nella fattispecie si rileva il ricorrere di entrambe le condizioni, che ove nessuna delle due dovesse essere rimossa nel 2019 si determinerebbe la fuoriuscita dell’Istante dal regime forfetario a decorrere dal periodo d’imposta 2020.
Nel secondo caso il contribuente istante riferisce di essere rappresentante legale e socio di maggioranza di una SRLS, iscritta nel registro imprese sezione "Start up innovative" della CCIAA, la quale svolge l’attività contraddistinta dal codice ATECO 620909, "Altre attività di servizi connessi a tecnologie informatiche".
L’istante intende, nel corso del presente anno di imposta, chiudere la società e successivamente, ma sempre nel corso del 2019, fare richiesta di partita IVA in qualità di lavoratore autonomo, applicando il regime forfetario.
L’istante, precisando che la futura attività svolta in qualità di lavoratore autonomo sarà riconducibile allo stesso ambito dell’attività economica esercitata dalla società, espone il dubbio che il proprio caso personale possa ricadere tra quelli esclusi dall'applicazione del regime forfetario in parola.
Con riferimento alla fattispecie rappresentata nell’istanza, il contribuente può aderire per il 2019 al regime forfetario in quanto la presenza della causa ostativa va valutata in detto anno e, ove ne sia accertata l’esistenza, comporterà la decadenza dal regime nel 2020.
Con riferimento al caso di specie, si rileva il ricorrere della prima condizione, costituita dal controllo diretto di cui all’articolo 2359, primo comma, n. 2, del codice civile. Venendo alla seconda condizione, il contribuente ribadisce espressamente in istanza la riconducibilità dell’attività economica esercitata dalla società all’attività che egli intende svolgere personalmente. Tuttavia, l’istante afferma che inizierà la propria attività di lavoro autonomo in regime forfetario, nel corso del 2019, solo dopo aver provveduto alla liquidazione della società controllata, operazione sulla quale rimane fermo ogni potere di controllo dell’amministrazione finanziaria. Ciò premesso, sul presupposto che l’istante liquidi effettivamente e cancelli dal registro delle imprese la società controllata prima di avviare l’attività di lavoro autonomo, non opererà nei suoi confronti la causa ostativa in parola.

Fatturazione elettronica: più tempo per aderire al servizio di consultazione

Con il Provvedimento n. 164664 del 30 maggio 2019, l’Agenzia delle Entrate ha modificato le regole tecniche del processo di fatturazione elettronica tramite SDI, ampliando i termini per l’adesione al servizio di “consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche ricevute dal Sistema di Interscambio”, messo a disposizione dalla stessa Agenzia delle Entrate. Sarà possibile aderire a detto servizio dal 1° luglio 2019 fino al 31 ottobre 2019.

Nell’ambito del processo di fatturazione elettronica, reso obbligatorio dal 1° gennaio 2019 in relazione alle operazioni di cessioni di beni e prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti e stabiliti nel territorio dello Stato, utilizzando il Sistema di Interscambio, l’Agenzia delle Entrate memorizza e rende disponibili in consultazione agli operatori IVA, o agli intermediari dagli stessi delegati, le fatture emesse e ricevute nonché, ai consumatori finali, le fatture ricevute.
A tal fine è prevista l’attivazione di un apposito servizio di “Consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche o dei loro duplicati informatici”, disponibile nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle Entrate, previa esplicita adesione.
La funzionalità di adesione al predetto servizio, doveva essere attivata a decorrere dal 31 maggio 2019, con un intervallo di tempo per effettuare l’adesione fino al 2 settembre 2019. Tuttavia, preso atto delle richieste da parte degli ordini professionali e delle associazioni di categoria di un ampliamento dei termini, l’Agenzia delle Entrate ha disposto che l’adesione al servizio di “Consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche o dei loro duplicati informatici” sarà possibile a decorrere dal 1° luglio 2019 fino al 31 ottobre 2019.
Pertanto, tutte le fatture elettroniche ricevute dal Sistema di Interscambio durante il suddetto periodo saranno temporaneamente memorizzate dall’Agenzia delle Entrate e rese disponibili in consultazione al cedente/prestatore, al cessionario/committente e agli intermediari da questi delegati.
In caso di mancata adesione al servizio, i file delle fatture elettroniche memorizzate saranno definitivamente cancellati dall’Agenzia delle Entrate entro i 60 giorni successivi alla scadenza del termine di adesione (entro il 30 dicembre 2019).
In caso di adesione al servizio effettuata da almeno una delle parti – cedente/prestatore o cessionario/committente -, invece, l’Agenzia delle Entrate rende disponibili, esclusivamente al soggetto che ha effettuato l’adesione, i dati dei file delle fatture elettroniche sino al 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di ricezione da parte del Sistema di Interscambio. Tali dati saranno cancellati entro 60 giorni – in luogo dei 30 giorni inizialmente previsti – dal termine del periodo di consultazione.

Con il Provvedimento n. 164664 del 30 maggio 2019, l’Agenzia delle Entrate ha modificato le regole tecniche del processo di fatturazione elettronica tramite SDI, ampliando i termini per l’adesione al servizio di "consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche ricevute dal Sistema di Interscambio", messo a disposizione dalla stessa Agenzia delle Entrate. Sarà possibile aderire a detto servizio dal 1° luglio 2019 fino al 31 ottobre 2019.

Nell’ambito del processo di fatturazione elettronica, reso obbligatorio dal 1° gennaio 2019 in relazione alle operazioni di cessioni di beni e prestazioni di servizi effettuate tra soggetti residenti e stabiliti nel territorio dello Stato, utilizzando il Sistema di Interscambio, l’Agenzia delle Entrate memorizza e rende disponibili in consultazione agli operatori IVA, o agli intermediari dagli stessi delegati, le fatture emesse e ricevute nonché, ai consumatori finali, le fatture ricevute.
A tal fine è prevista l’attivazione di un apposito servizio di "Consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche o dei loro duplicati informatici", disponibile nell’area riservata del sito internet dell’Agenzia delle Entrate, previa esplicita adesione.
La funzionalità di adesione al predetto servizio, doveva essere attivata a decorrere dal 31 maggio 2019, con un intervallo di tempo per effettuare l’adesione fino al 2 settembre 2019. Tuttavia, preso atto delle richieste da parte degli ordini professionali e delle associazioni di categoria di un ampliamento dei termini, l’Agenzia delle Entrate ha disposto che l’adesione al servizio di "Consultazione e acquisizione delle fatture elettroniche o dei loro duplicati informatici" sarà possibile a decorrere dal 1° luglio 2019 fino al 31 ottobre 2019.
Pertanto, tutte le fatture elettroniche ricevute dal Sistema di Interscambio durante il suddetto periodo saranno temporaneamente memorizzate dall’Agenzia delle Entrate e rese disponibili in consultazione al cedente/prestatore, al cessionario/committente e agli intermediari da questi delegati.
In caso di mancata adesione al servizio, i file delle fatture elettroniche memorizzate saranno definitivamente cancellati dall’Agenzia delle Entrate entro i 60 giorni successivi alla scadenza del termine di adesione (entro il 30 dicembre 2019).
In caso di adesione al servizio effettuata da almeno una delle parti - cedente/prestatore o cessionario/committente -, invece, l’Agenzia delle Entrate rende disponibili, esclusivamente al soggetto che ha effettuato l’adesione, i dati dei file delle fatture elettroniche sino al 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di ricezione da parte del Sistema di Interscambio. Tali dati saranno cancellati entro 60 giorni - in luogo dei 30 giorni inizialmente previsti - dal termine del periodo di consultazione.

Confapi/Cgil-Cisl-Uil: incontro per l’avvio della contribuzione ad Enfea Salute

Sottoscritto il giorno 15/5/2019, tra Confapi e CGIL, CISL, UIL, l’accordo per l’avvio della contribuzione al Fondo Sanitario ENFEA Salute

Con accordo del 15/5/2019 CONFAPI e CGIL, CISL e UIL, hanno concordato l’avvio della contribuzione prevista dalle precedenti intese, al Fondo di assistenza sanitaria “Enfea Salute”. Successivamente alla firma dell’accordo, Confapi ha fornito il 28/5/2019, apposite istruzioni operative.

Premesso che:
– sono tenute al versamento della contribuzione ad Enfea Salute le aziende che applicano i CCNL sottoscritti dalle Unioni di categoria datoriali del Sistema Confapi (Unionchimica, Unigec, Unimatica, Uniontessile e Unionalimentari) e le Federazioni di categoria sindacale CGIL, CISL, UIL;
– sono iscritti ad Enfea Salute tutti i lavoratori dipendenti – superato il periodo di prova – rientranti nelle seguenti tipologie contrattuali:
– contratti a tempo indeterminato comprensivi anche dei lavoratori in part – time o a domicilio;
– contratti a tempo determinato di durata non inferiore a sei mesi a decorrere dalla data di assunzione;
– apprendistato;
– la contribuzione annua dovuta ad Enfea Salute è fissata in 120 euro (10 euro mese) per ciascun lavoratore a carico dell’azienda e che è dovuta a decorrere dall’1/1/2019, o dal mese di assunzione se successivo;

Le parti, preso atto del ritardo di attribuzione del codice da parte dell’Inps, hanno convenuto quanto segue:
1. in via transitoria, fermo restando che la decorrenza della contribuzione è fissata a far data dal mese di gennaio 2019, la raccolta della contribuzione a Enfea Salute, che verrà attuata attraverso il codice ENFE, avrà decorrenza dal mese di maggio 2019;
2. i versamenti relativi al mese di maggio, giugno, luglio ed agosto 2019 vengono fissati in euro 20,00 per ogni lavoratore, che sono comprensivi delle mensilità arretrate dal mese di gennaio 2019. Pertanto il versamento complessivo delle aziende per i suddetti mesi sarà pari a euro 24,50 per lavoratore di cui euro 20,00 per Enfea Salute ed euro 4,50 per Enfea;
3. rimane confermato che con decorrenza dal versamento di settembre 2019 l’importo per Enfea Salute sarà pari a euro 10,00 mensili e il versamento complessivo sarà pari a 14,50 euro per lavoratore;
4. l’avvio delle prestazioni sanitarie ai lavoratori sarà immediatamente successivo alla comunicazione da parte dell’INPS dei flussi UNIEMENS relativi al primo versamento;
5. in caso di versamenti inferiori alle quote previste, resta confermato che comunque andranno imputati in via prioritaria i versamenti destinati ad Enfea Salute;
6. ulteriori modalità di gestione dei flussi relativi ai versamenti attraverso la procedura definita, saranno individuati in apposito regolamento demandato ad un comitato paritetico tecnico costituito tra Confapi / CGIL, CISL, UIL che dovrà ultimare i propri lavori entro la data del 15/6/2019;
7. di tutto quanto sopra, verrà data comunicazione sui siti Enfea ed Enfea Salute.

Sottoscritto il giorno 15/5/2019, tra Confapi e CGIL, CISL, UIL, l’accordo per l’avvio della contribuzione al Fondo Sanitario ENFEA Salute

Con accordo del 15/5/2019 CONFAPI e CGIL, CISL e UIL, hanno concordato l’avvio della contribuzione prevista dalle precedenti intese, al Fondo di assistenza sanitaria "Enfea Salute". Successivamente alla firma dell’accordo, Confapi ha fornito il 28/5/2019, apposite istruzioni operative.

Premesso che:
- sono tenute al versamento della contribuzione ad Enfea Salute le aziende che applicano i CCNL sottoscritti dalle Unioni di categoria datoriali del Sistema Confapi (Unionchimica, Unigec, Unimatica, Uniontessile e Unionalimentari) e le Federazioni di categoria sindacale CGIL, CISL, UIL;
- sono iscritti ad Enfea Salute tutti i lavoratori dipendenti - superato il periodo di prova - rientranti nelle seguenti tipologie contrattuali:
- contratti a tempo indeterminato comprensivi anche dei lavoratori in part - time o a domicilio;
- contratti a tempo determinato di durata non inferiore a sei mesi a decorrere dalla data di assunzione;
- apprendistato;
- la contribuzione annua dovuta ad Enfea Salute è fissata in 120 euro (10 euro mese) per ciascun lavoratore a carico dell’azienda e che è dovuta a decorrere dall’1/1/2019, o dal mese di assunzione se successivo;

Le parti, preso atto del ritardo di attribuzione del codice da parte dell’Inps, hanno convenuto quanto segue:
1. in via transitoria, fermo restando che la decorrenza della contribuzione è fissata a far data dal mese di gennaio 2019, la raccolta della contribuzione a Enfea Salute, che verrà attuata attraverso il codice ENFE, avrà decorrenza dal mese di maggio 2019;
2. i versamenti relativi al mese di maggio, giugno, luglio ed agosto 2019 vengono fissati in euro 20,00 per ogni lavoratore, che sono comprensivi delle mensilità arretrate dal mese di gennaio 2019. Pertanto il versamento complessivo delle aziende per i suddetti mesi sarà pari a euro 24,50 per lavoratore di cui euro 20,00 per Enfea Salute ed euro 4,50 per Enfea;
3. rimane confermato che con decorrenza dal versamento di settembre 2019 l'importo per Enfea Salute sarà pari a euro 10,00 mensili e il versamento complessivo sarà pari a 14,50 euro per lavoratore;
4. l'avvio delle prestazioni sanitarie ai lavoratori sarà immediatamente successivo alla comunicazione da parte dell'INPS dei flussi UNIEMENS relativi al primo versamento;
5. in caso di versamenti inferiori alle quote previste, resta confermato che comunque andranno imputati in via prioritaria i versamenti destinati ad Enfea Salute;
6. ulteriori modalità di gestione dei flussi relativi ai versamenti attraverso la procedura definita, saranno individuati in apposito regolamento demandato ad un comitato paritetico tecnico costituito tra Confapi / CGIL, CISL, UIL che dovrà ultimare i propri lavori entro la data del 15/6/2019;
7. di tutto quanto sopra, verrà data comunicazione sui siti Enfea ed Enfea Salute.

Riduzione dell’orario di lavoro: la prova anche per “facta concludentia”

In merito alla prova di un accordo di riduzione dell’orario di lavoro, il differente regime formale del rapporto a tempo pieno rispetto a quello a tempo parziale comporta una diversa e coerente modulazione dell’onere della prova, per cui esso può essere assolto quanto alla modifica delle originarie condizioni contrattuali per “facta concludentia”, anche se il contratto originario sia stato stipulato per iscritto.

Una Corte d’appello territoriale, in accoglimento del gravame di un datore di lavoro, aveva rigettato integralmente la domanda di un lavoratore e confermato la revoca del decreto ingiuntivo ottenuto dal medesimo per il pagamento di differenze retributive, in relazione al maggiore orario lavorativo previsto dal CCNL Cooperative Sociali (38 ore settimanali), a fronte del minore orario lavorato di 36 ore. Dall’istruttoria era emerso che il datore di lavoro si era reso aggiudicatario del servizio di asilo nido in una struttura comunale e che l’Amministrazione aveva imposto orari di apertura e chiusura della struttura. Inizialmente, era stata effettuata una turnazione con orario a tempo pieno per tutte le educatrici, tuttavia tale orario non era risultato compatibile finanziariamente con i termini dell’aggiudicazione e le variabili necessità della struttura, sicché, per evitare licenziamenti, era stato concordemente deciso di ridurre le ore settimanali a 34-36, con predisposizione di turnazioni. La Corte, dunque, aveva ritenuto che la riduzione di orario, mediamente a 36 ore settimanali, fosse stata predisposta ed accettata da tutti i lavoratori.
Avverso tale decisione, ricorre in Cassazione il lavoratore, sostenendo che la trasformazione dal rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno in rapporto a tempo parziale non possa avvenire a seguito di determinazione unilaterale del datore di lavoro, ma necessiti in ogni caso dell’esplicito consenso scritto del lavoratore.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. Preliminarmente, si evidenzia che il rapporto di lavoro subordinato, in assenza della prova di un rapporto part-time, nascente da atto scritto, si presume a tempo pieno ed è onere del datore di lavoro che alleghi invece la durata limitata dell’orario di lavoro ordinario, fornire la prova della consensuale riduzione della prestazione lavorativa. In ordine poi alla variazione in diminuzione dell’orario lavorativo, il datore di lavoro non può unilateralmente ridurre l’attività lavorativa e specularmente rifiutare di corrispondere la retribuzione, salva la prova a carico del medesimo di una impossibilità sopravvenuta, fondata sull’inutilizzabilità della prestazione lavorativa per fatti non addebitabili al predetto, perché non prevedibili, né evitabili, né riferibili a carenze di programmazione o di organizzazione aziendale ovvero ad un calo di commesse o a crisi economiche o congiunturali o strutturali e “salvo comunque un eventuale accordo tra le parti”. Orbene, in merito alla prova di un tale accordo di riduzione dell’orario di lavoro, l’onere può essere assolto anche per “facta concludentia”, anche se il contratto sia stato stipulato per iscritto.

In merito alla prova di un accordo di riduzione dell’orario di lavoro, il differente regime formale del rapporto a tempo pieno rispetto a quello a tempo parziale comporta una diversa e coerente modulazione dell'onere della prova, per cui esso può essere assolto quanto alla modifica delle originarie condizioni contrattuali per "facta concludentia", anche se il contratto originario sia stato stipulato per iscritto.

Una Corte d'appello territoriale, in accoglimento del gravame di un datore di lavoro, aveva rigettato integralmente la domanda di un lavoratore e confermato la revoca del decreto ingiuntivo ottenuto dal medesimo per il pagamento di differenze retributive, in relazione al maggiore orario lavorativo previsto dal CCNL Cooperative Sociali (38 ore settimanali), a fronte del minore orario lavorato di 36 ore. Dall'istruttoria era emerso che il datore di lavoro si era reso aggiudicatario del servizio di asilo nido in una struttura comunale e che l'Amministrazione aveva imposto orari di apertura e chiusura della struttura. Inizialmente, era stata effettuata una turnazione con orario a tempo pieno per tutte le educatrici, tuttavia tale orario non era risultato compatibile finanziariamente con i termini dell'aggiudicazione e le variabili necessità della struttura, sicché, per evitare licenziamenti, era stato concordemente deciso di ridurre le ore settimanali a 34-36, con predisposizione di turnazioni. La Corte, dunque, aveva ritenuto che la riduzione di orario, mediamente a 36 ore settimanali, fosse stata predisposta ed accettata da tutti i lavoratori.
Avverso tale decisione, ricorre in Cassazione il lavoratore, sostenendo che la trasformazione dal rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno in rapporto a tempo parziale non possa avvenire a seguito di determinazione unilaterale del datore di lavoro, ma necessiti in ogni caso dell'esplicito consenso scritto del lavoratore.
Per la Suprema Corte il motivo è infondato. Preliminarmente, si evidenzia che il rapporto di lavoro subordinato, in assenza della prova di un rapporto part-time, nascente da atto scritto, si presume a tempo pieno ed è onere del datore di lavoro che alleghi invece la durata limitata dell’orario di lavoro ordinario, fornire la prova della consensuale riduzione della prestazione lavorativa. In ordine poi alla variazione in diminuzione dell'orario lavorativo, il datore di lavoro non può unilateralmente ridurre l'attività lavorativa e specularmente rifiutare di corrispondere la retribuzione, salva la prova a carico del medesimo di una impossibilità sopravvenuta, fondata sull'inutilizzabilità della prestazione lavorativa per fatti non addebitabili al predetto, perché non prevedibili, né evitabili, né riferibili a carenze di programmazione o di organizzazione aziendale ovvero ad un calo di commesse o a crisi economiche o congiunturali o strutturali e "salvo comunque un eventuale accordo tra le parti". Orbene, in merito alla prova di un tale accordo di riduzione dell’orario di lavoro, l'onere può essere assolto anche per "facta concludentia", anche se il contratto sia stato stipulato per iscritto.

Variazioni in diminuzione in presenza di sconti e abbuoni

Forniti chiarimenti in merito all’emissione di note di debito relative a sconti e abbuoni, con la precisazione che nelle operazioni tra soggetti passivi d’imposta le richieste del cessionario/committente al cedente/prestatore di variazioni non sono gestite dal Sistema di Interscambio (Agenzia delle Entrate – risposta 30 maggio 2019, n. 172).

Qualora un’operazione per la quale sia stata emessa fattura, successivamente alla registrazione, viene meno in tutto o in parte, o se ne riduce l’ammontare imponibile, in conseguenza dell’applicazione di abbuoni o sconti previsti contrattualmente, il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione l’imposta corrispondente alla variazione, procedendo a registrazione.
Tale disposizione regola le variazioni in diminuzione dell’imponibile e dell’imposta il cui esercizio, diversamente dalle variazioni in aumento, ha natura facoltativa ed è limitato ai casi espressamente previsti dal legislatore, tra i quali rientrano le ipotesi di riduzione del prezzo iniziale per la concessione di sconti o abbuoni previsti contrattualmente, o comunque frutto di successivo accordo tra le parti entro un anno dall’effettuazione dell’operazione imponibile.
Il soggetto legittimato a procedere è solo il cedente/prestatore, risultando il cessionario/committente impossibilitato ad emettere una nota di variazione che riduca l’ammontare imponibile o l’imposta dell’originaria operazione.

Le richieste del cessionario/committente al cedente/prestatore di variazioni non sono gestite dal Sistema di Interscambio SdI. Lo SdI, infatti, esclude qualsiasi richiesta (documento o nota) non espressamente prevista da una disposizione normativa; quali, ad esempio, note di debito c.d. ‘anomale’ del cessionario/committente, emesse in sostituzione delle note di variazione in diminuzione del cedente/prestatore.

Le note di debito dei cessionari/committenti possono comunque essere utilizzate dal cessionario/committente ai fini delle imposte dirette, per rettificare, esclusivamente sul piano finanziario, il documento originario, a condizione che ciò avvenga in presenza di idonea documentazione.

Forniti chiarimenti in merito all’emissione di note di debito relative a sconti e abbuoni, con la precisazione che nelle operazioni tra soggetti passivi d’imposta le richieste del cessionario/committente al cedente/prestatore di variazioni non sono gestite dal Sistema di Interscambio (Agenzia delle Entrate - risposta 30 maggio 2019, n. 172).

Qualora un’operazione per la quale sia stata emessa fattura, successivamente alla registrazione, viene meno in tutto o in parte, o se ne riduce l’ammontare imponibile, in conseguenza dell’applicazione di abbuoni o sconti previsti contrattualmente, il cedente del bene o prestatore del servizio ha diritto di portare in detrazione l’imposta corrispondente alla variazione, procedendo a registrazione.
Tale disposizione regola le variazioni in diminuzione dell’imponibile e dell’imposta il cui esercizio, diversamente dalle variazioni in aumento, ha natura facoltativa ed è limitato ai casi espressamente previsti dal legislatore, tra i quali rientrano le ipotesi di riduzione del prezzo iniziale per la concessione di sconti o abbuoni previsti contrattualmente, o comunque frutto di successivo accordo tra le parti entro un anno dall’effettuazione dell’operazione imponibile.
Il soggetto legittimato a procedere è solo il cedente/prestatore, risultando il cessionario/committente impossibilitato ad emettere una nota di variazione che riduca l’ammontare imponibile o l’imposta dell’originaria operazione.

Le richieste del cessionario/committente al cedente/prestatore di variazioni non sono gestite dal Sistema di Interscambio SdI. Lo SdI, infatti, esclude qualsiasi richiesta (documento o nota) non espressamente prevista da una disposizione normativa; quali, ad esempio, note di debito c.d. ‘anomale’ del cessionario/committente, emesse in sostituzione delle note di variazione in diminuzione del cedente/prestatore.

Le note di debito dei cessionari/committenti possono comunque essere utilizzate dal cessionario/committente ai fini delle imposte dirette, per rettificare, esclusivamente sul piano finanziario, il documento originario, a condizione che ciò avvenga in presenza di idonea documentazione.

Doppio rapporto dipendente e autonomo: compatibilità col regime forfetario per i medici

Con la Risposta all’Interpello n. 170 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in presenza di un doppio rapporto di lavoro instaurato dal medico con la medesima struttura sanitaria, uno di natura subordinata e l’altro per prestazioni professionali extra SSN, deve ritenersi compatibile l’applicazione del regime forfetario se il rapporto di lavoro subordinato permane invariato

IL CASO

Il medico ha instaurato con la medesima struttura sanitaria un duplice rapporto di lavoro:
– di lavoro subordinato a tempo indeterminato per svolgere l’attività di medico aiuto c/o l’unità operativa di cardiologia;
– di lavoro autonomo per svolgere all’interno della stessa struttura l’attività professionale di “Medico Professionista Cardiologo per prestazioni professionali extra SSN”.
La struttura sanitaria è al tempo stesso datore di lavoro e principale committente nell’ambito dell’attività di lavoro autonomo e, sulla base degli accordi contrattuali, sia il contratto di lavoro subordinato e sia quello di lavoro autonomo sono stati stipulati simultaneamente a inizio 2018 e cesseranno, altrettanto simultaneamente, in caso di risoluzione del contratto di lavoro subordinato.

DISCIPLINA DEL REGIME FORFETARIO

A decorrere dal 1° gennaio 2019 il regime forfetario è rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni che nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a euro 65.000.
Contestualmente all’ampliamento dell’ambito di applicazione del regime fiscale agevolato, sono state ridefinite le cause ostative. Tra queste, è prevista che non possono avvalersi del regime forfetario le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili ai suddetti datori di lavoro, a esclusione dei soggetti che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatorio ai fini dell’esercizio di arti o professioni.

PARERE DEL FISCO

Riguardo all’applicazione della causa ostativa, con riferimento al caso in esame, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che, qualora per l’intero periodo di sorveglianza il duplice rapporto di lavoro (autonomo e dipendente) permanga senza subire alcuna modifica sostanziale, non potrà operare la predetta causa ostativa, con conseguente applicazione del regime forfetario, fermi restando gli ulteriori requisiti e cause ostative previsti per legge ai fini dell’accesso e della permanenza nel regime agevolato.
Viceversa, qualora il duplice rapporto di lavoro (autonomo e dipendente) dovesse subire, durante il periodo di sorveglianza, modifiche sostanziali volte a traslare una quota di redditi percepiti dalla tipologia di redditi di lavoro dipendente a quella di redditi di lavoro autonomo per poter usufruire sulla maggiore quota di redditi di lavoro autonomo del regime forfetario, si applicherà la causa ostativa in esame che comporterà la fuoriuscita dal regime forfetario nel periodo d’imposta successivo a quello in cui si verifica il predetto mutamento sostanziale.

Con la Risposta all’Interpello n. 170 del 2019, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che in presenza di un doppio rapporto di lavoro instaurato dal medico con la medesima struttura sanitaria, uno di natura subordinata e l’altro per prestazioni professionali extra SSN, deve ritenersi compatibile l’applicazione del regime forfetario se il rapporto di lavoro subordinato permane invariato

IL CASO

Il medico ha instaurato con la medesima struttura sanitaria un duplice rapporto di lavoro:
- di lavoro subordinato a tempo indeterminato per svolgere l’attività di medico aiuto c/o l’unità operativa di cardiologia;
- di lavoro autonomo per svolgere all’interno della stessa struttura l’attività professionale di "Medico Professionista Cardiologo per prestazioni professionali extra SSN".
La struttura sanitaria è al tempo stesso datore di lavoro e principale committente nell’ambito dell’attività di lavoro autonomo e, sulla base degli accordi contrattuali, sia il contratto di lavoro subordinato e sia quello di lavoro autonomo sono stati stipulati simultaneamente a inizio 2018 e cesseranno, altrettanto simultaneamente, in caso di risoluzione del contratto di lavoro subordinato.

DISCIPLINA DEL REGIME FORFETARIO

A decorrere dal 1° gennaio 2019 il regime forfetario è rivolto ai contribuenti persone fisiche esercenti attività d’impresa, arti o professioni che nell’anno precedente hanno conseguito ricavi ovvero hanno percepito compensi, ragguagliati ad anno, non superiori a euro 65.000.
Contestualmente all’ampliamento dell’ambito di applicazione del regime fiscale agevolato, sono state ridefinite le cause ostative. Tra queste, è prevista che non possono avvalersi del regime forfetario le persone fisiche la cui attività sia esercitata prevalentemente nei confronti di datori di lavoro con i quali sono in corso rapporti di lavoro o erano intercorsi rapporti di lavoro nei due precedenti periodi d’imposta ovvero nei confronti di soggetti direttamente o indirettamente riconducibili ai suddetti datori di lavoro, a esclusione dei soggetti che iniziano una nuova attività dopo aver svolto il periodo di pratica obbligatorio ai fini dell’esercizio di arti o professioni.

PARERE DEL FISCO

Riguardo all’applicazione della causa ostativa, con riferimento al caso in esame, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che, qualora per l’intero periodo di sorveglianza il duplice rapporto di lavoro (autonomo e dipendente) permanga senza subire alcuna modifica sostanziale, non potrà operare la predetta causa ostativa, con conseguente applicazione del regime forfetario, fermi restando gli ulteriori requisiti e cause ostative previsti per legge ai fini dell’accesso e della permanenza nel regime agevolato.
Viceversa, qualora il duplice rapporto di lavoro (autonomo e dipendente) dovesse subire, durante il periodo di sorveglianza, modifiche sostanziali volte a traslare una quota di redditi percepiti dalla tipologia di redditi di lavoro dipendente a quella di redditi di lavoro autonomo per poter usufruire sulla maggiore quota di redditi di lavoro autonomo del regime forfetario, si applicherà la causa ostativa in esame che comporterà la fuoriuscita dal regime forfetario nel periodo d’imposta successivo a quello in cui si verifica il predetto mutamento sostanziale.

Nuovi contributi alla Cassa Edile di Padova

 

Pubblicati i contributi da versare alla Cassa Edile di Padova in vigore dall’1/5/2019

Tabella contributiva vigente con decorrenza 1° maggio 2019

TIPO CONTRIBUTO

ALIQUOTE CONTRIBUTI

TOTALE

ALIQUOTE

a carico imprese a carico operai
1. Quota Paritetica Nazionale di

Adesione Contrattuale

0,22% 0,22% 0,44%
2. Quota Paritetica Provinciale di

Adesione Contrattuale

0,61% 0,61% 1,22%
3. Fondo Assistenza 2,08% 0,42% 2,50%
4. Fondo Formazione e Sicurezza 0,845%   0,845%
5. Fondo Nazionale Anzianità Professionale

Edile

4,43%   4,43%
6.Fondo Prepensionamento 0,20%   0,20%
7. Contributo Associazione Sicurezza

 Costruzioni del Veneto

0,055%   0,055%
8. Fondo incentivo all’occupazione 0,10%   0,10%
TOTALE 8,54% 1,25% 9,79%

CONTRIBUTO FONDO SANITARIO NAZIONALE OPERAI

TIPO CONTRIBUTO

ALIQUOTE CONTRIBUTI

TOTALE

ALIQUOTE

a carico imprese a carico operai
Contributo fondo sanitario nazionale operai 0,35% 0,35%

CONTRIBUTO FONDO SANITARIO NAZIONALE IMPIEGATI

TIPO CONTRIBUTO

ALIQUOTE CONTRIBUTI

TOTALE

ALIQUOTE

a carico imprese a carico operai
Contributo fondo sanitario nazionale impiegati 0,26% 0,26%

 

Pubblicati i contributi da versare alla Cassa Edile di Padova in vigore dall’1/5/2019

Tabella contributiva vigente con decorrenza 1° maggio 2019

TIPO CONTRIBUTO

ALIQUOTE CONTRIBUTI

TOTALE

ALIQUOTE

a carico imprese a carico operai
1. Quota Paritetica Nazionale di

Adesione Contrattuale

0,22% 0,22% 0,44%
2. Quota Paritetica Provinciale di

Adesione Contrattuale

0,61% 0,61% 1,22%
3. Fondo Assistenza 2,08% 0,42% 2,50%
4. Fondo Formazione e Sicurezza 0,845%   0,845%
5. Fondo Nazionale Anzianità Professionale

Edile

4,43%   4,43%
6.Fondo Prepensionamento 0,20%   0,20%
7. Contributo Associazione Sicurezza

 Costruzioni del Veneto

0,055%   0,055%
8. Fondo incentivo all'occupazione 0,10%   0,10%
TOTALE 8,54% 1,25% 9,79%

CONTRIBUTO FONDO SANITARIO NAZIONALE OPERAI

TIPO CONTRIBUTO

ALIQUOTE CONTRIBUTI

TOTALE

ALIQUOTE

a carico imprese a carico operai
Contributo fondo sanitario nazionale operai 0,35% 0,35%

CONTRIBUTO FONDO SANITARIO NAZIONALE IMPIEGATI

TIPO CONTRIBUTO

ALIQUOTE CONTRIBUTI

TOTALE

ALIQUOTE

a carico imprese a carico operai
Contributo fondo sanitario nazionale impiegati 0,26% 0,26%

Garante: le comunicazioni dei data breach non devono essere generiche

Le comunicazioni agli utenti dei data breach non devono essere generiche e devono fornire precise indicazioni su come proteggersi da usi illeciti dei propri dati, primo fra tutti il furto di identità.

Lo ha affermato il Garante della privacy nell’ambito di un procedimento avviato a seguito della notifica di data breach trasmessa al Garante dall’azienda (uno tra i principali fornitori nazionali di servizi di posta elettronica). Nella notificazione dell’incidente di sicurezza, la società dichiarava che il 20 febbraio scorso le analisi tecniche avevano evidenziato un accesso fraudolento tramite un hotspot della rete Wifi, dal quale era derivata la violazione di circa un milione e mezzo di credenziali di utenti che avevano avuto accesso tramite webmail.
Al fine di arginare le possibili conseguenze, la società coinvolta aveva sollecitato gli utenti a reimpostare la password e predisposto una pagina apposita sul proprio sito per informare della violazione, in attesa di inviare una mail a tutti agli interessati colpiti dall’incidente. Mail effettivamente inviata, ma risultata carente e non in linea con quanto previsto dalla normativa sulla tutela dei dati personali.
La violazione era descritta come “attività anomala sui sistemi” e a chi aveva cambiato la password non veniva suggerita alcuna ulteriore azione correttiva, affermando che il cambio di password aveva reso inutilizzabili le credenziali precedenti; a chi, invece, non aveva provveduto alla modifica si suggeriva solamente di cambiare la password per “eliminare il rischio di accesso indesiderato alla casella mail”. Informazioni ritenute dall’Autorità insufficienti, a fronte dei possibili e gravi rischi ai quali sono stati esposti gli utenti.
La società in questione dovrà pertanto procedere ad effettuare una nuova comunicazione sul data breach subito nei mesi scorsi. La nuova comunicazione dovrà contenere una descrizione della natura della violazione e delle sue possibili conseguenze e dovrà fornire agli utenti precise indicazioni sugli accorgimenti da adottare per evitare ulteriori rischi. In particolare, nel caso specifico, dovrà ad esempio essere spiegato agli utenti di non utilizzare più le credenziali compromesse nonché di modificare la password utilizzata per l’accesso a qualsiasi altro servizio online se uguale o simile a quella violata (Garante privacy, Nota n. 453/2019).

Le comunicazioni agli utenti dei data breach non devono essere generiche e devono fornire precise indicazioni su come proteggersi da usi illeciti dei propri dati, primo fra tutti il furto di identità.

Lo ha affermato il Garante della privacy nell’ambito di un procedimento avviato a seguito della notifica di data breach trasmessa al Garante dall’azienda (uno tra i principali fornitori nazionali di servizi di posta elettronica). Nella notificazione dell’incidente di sicurezza, la società dichiarava che il 20 febbraio scorso le analisi tecniche avevano evidenziato un accesso fraudolento tramite un hotspot della rete Wifi, dal quale era derivata la violazione di circa un milione e mezzo di credenziali di utenti che avevano avuto accesso tramite webmail.
Al fine di arginare le possibili conseguenze, la società coinvolta aveva sollecitato gli utenti a reimpostare la password e predisposto una pagina apposita sul proprio sito per informare della violazione, in attesa di inviare una mail a tutti agli interessati colpiti dall’incidente. Mail effettivamente inviata, ma risultata carente e non in linea con quanto previsto dalla normativa sulla tutela dei dati personali.
La violazione era descritta come "attività anomala sui sistemi" e a chi aveva cambiato la password non veniva suggerita alcuna ulteriore azione correttiva, affermando che il cambio di password aveva reso inutilizzabili le credenziali precedenti; a chi, invece, non aveva provveduto alla modifica si suggeriva solamente di cambiare la password per "eliminare il rischio di accesso indesiderato alla casella mail". Informazioni ritenute dall’Autorità insufficienti, a fronte dei possibili e gravi rischi ai quali sono stati esposti gli utenti.
La società in questione dovrà pertanto procedere ad effettuare una nuova comunicazione sul data breach subito nei mesi scorsi. La nuova comunicazione dovrà contenere una descrizione della natura della violazione e delle sue possibili conseguenze e dovrà fornire agli utenti precise indicazioni sugli accorgimenti da adottare per evitare ulteriori rischi. In particolare, nel caso specifico, dovrà ad esempio essere spiegato agli utenti di non utilizzare più le credenziali compromesse nonché di modificare la password utilizzata per l’accesso a qualsiasi altro servizio online se uguale o simile a quella violata (Garante privacy, Nota n. 453/2019).