Compensazione crediti fiscali con contributi dovuti al fondo Metasalute tramite F24

Tramite F24 è possibile, da parte delle aziende, compensare i crediti di natura fiscale per il pagamento dei contributi al Fondo mètaSalute.

Metasalute ha fornito dettagliate istruzioni con allegati format di F24 esemplificativi di possibili casi di compensazione.
Nell’apposita sezione Erario del modello F24, l’azienda può, a fronte di un credito nei confronti dell’Erario, inserire nella colonna “importo a credito” il totale del credito vantato dall’azienda e quindi nella sezione INPS nella colonna “importo a debito” (codice MET1) quanto dovuto per il contributo a mètaSalute.
Si rammenta inoltre che, nel caso di aziende che avessero una posizione a debito nei confronti di mètaSalute oltre la contribuzione ordinaria, nella sezione INPS dell’F24 l’azienda deve compilare nella sezione “importo a debito” (codice MET1) due righe. Nel caso in cui l’azienda abbia, invece, una posizione a credito nei confronti di mètaSalute può versare direttamente la differenza (debito mètaSalute meno credito mètaSalute) nella sezione “importo a debito”. Questa seconda opzione è possibile solo nel caso in cui l’importo a debito, ovvero quanto dovuto per contribuzione meno il credito dovuto da mètaSalute all’azienda sia superiore a zero.

Tramite F24 è possibile, da parte delle aziende, compensare i crediti di natura fiscale per il pagamento dei contributi al Fondo mètaSalute.

Metasalute ha fornito dettagliate istruzioni con allegati format di F24 esemplificativi di possibili casi di compensazione.
Nell'apposita sezione Erario del modello F24, l'azienda può, a fronte di un credito nei confronti dell'Erario, inserire nella colonna "importo a credito" il totale del credito vantato dall'azienda e quindi nella sezione INPS nella colonna "importo a debito" (codice MET1) quanto dovuto per il contributo a mètaSalute.
Si rammenta inoltre che, nel caso di aziende che avessero una posizione a debito nei confronti di mètaSalute oltre la contribuzione ordinaria, nella sezione INPS dell'F24 l'azienda deve compilare nella sezione "importo a debito" (codice MET1) due righe. Nel caso in cui l'azienda abbia, invece, una posizione a credito nei confronti di mètaSalute può versare direttamente la differenza (debito mètaSalute meno credito mètaSalute) nella sezione "importo a debito". Questa seconda opzione è possibile solo nel caso in cui l'importo a debito, ovvero quanto dovuto per contribuzione meno il credito dovuto da mètaSalute all'azienda sia superiore a zero.

Requisito dell’anzianità lavorativa dei 90 giorni in caso di Cigs

Si forniscono chiarimenti sul requisito dell’anzianità lavorativa dei 90 giorni richiesto per accedere al trattamento di integrazione salariale al momento della presentazione delle domande.

È noto che, per accedere al trattamento di integrazione salariale, i lavoratori devono possedere presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento medesimo, un’anzianità di effettivo lavoro di almeno 90 giorni alla data di presentazione della relativa domanda di concessione, relativamente ai programmi di riorganizzazione aziendale, crisi aziendale o contratti di solidarietà difensivi.
Nel valutare i programmi aziendali, è stato riscontrato che tale previsione non tiene conto delle esigenze che può avere un’azienda di trasferire i lavoratori da un sito produttivo ad un altro al fine di fronteggiare inefficienze della struttura gestionale, commerciale o produttiva e garantire la continuazione dell’attività con la salvaguardia almeno parziale dell’occupazione. In questo caso, per valutare la sussistenza del suddetto requisito di anzianità di effettivo lavoro, nel corso dei programmi di cui sopra, non hanno rilevanza gli spostamenti dei lavoratori da un sito ad un altro, entrambi interessati dalla Cigs.
Quindi, detto requisito deve essere verificato dall’INPS solo relativamente alla data di presentazione della domanda di trattamento di integrazione salariale.

Si forniscono chiarimenti sul requisito dell’anzianità lavorativa dei 90 giorni richiesto per accedere al trattamento di integrazione salariale al momento della presentazione delle domande.

È noto che, per accedere al trattamento di integrazione salariale, i lavoratori devono possedere presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento medesimo, un’anzianità di effettivo lavoro di almeno 90 giorni alla data di presentazione della relativa domanda di concessione, relativamente ai programmi di riorganizzazione aziendale, crisi aziendale o contratti di solidarietà difensivi.
Nel valutare i programmi aziendali, è stato riscontrato che tale previsione non tiene conto delle esigenze che può avere un’azienda di trasferire i lavoratori da un sito produttivo ad un altro al fine di fronteggiare inefficienze della struttura gestionale, commerciale o produttiva e garantire la continuazione dell’attività con la salvaguardia almeno parziale dell’occupazione. In questo caso, per valutare la sussistenza del suddetto requisito di anzianità di effettivo lavoro, nel corso dei programmi di cui sopra, non hanno rilevanza gli spostamenti dei lavoratori da un sito ad un altro, entrambi interessati dalla Cigs.
Quindi, detto requisito deve essere verificato dall’INPS solo relativamente alla data di presentazione della domanda di trattamento di integrazione salariale.

Nuovi minimi retributivi da luglio per l’industria della ceramica e delle piastrelle

Nuovi minimi retributivi da luglio per l’industria della ceramica e delle piastrelle

A decorrere dalla retribuzione del mese di luglio decorrono i nuovi minimi retributivi per il CCNL dell’industria delle piastrelle, della ceramica e dei materiali refrattari

A decorrere dal mese di luglio 2017 spettano nuove retribuzioni agli addetti all’industria delle piastrelle di ceramica, dei materiali refrattari, ceramica sanitaria, di porcellane e ceramiche per uso domestico e ornamentale, di ceramica tecnica, di tubi in gres.

PIASTRELLE

Categoria e P.O.

Minimo dall’1/7/2017

IPO dall’1/7/2017

A.1 2.372,60
B.1 2.138,17 126,38
B.2 2.138,17
C.1 1.862,10 104,92
C.2 1.862,10 59,83
C.3 1.862,10
D.1 1.684,06 129,69
D.2 1.684,06 48,37
D.3 1.684,06
E.1 1.539,49 62,01
E.2 1.539,49
F 1.444,68

MATERIALI REFRATTARI

Categoria e P.O.

Minimo dall’1/7/2017

IPO dall’1/7/2017

A.1 2.371,31
B.1 2.137,01 126,31
B.2 2.137,01
C.1 1.861,08 104,85
C.2 1.861,08 59,79
C.3 1.861,08
D.1 1.683,18 129,57
D.2 1.683,18 48,31
D.3 1.683,18
E.1 1.538,74 61,93
E.2 1.538,74
F 1.444,00

CERAMICA SANITARIA E STOVIGLIERIA

Categoria e P.O.

Minimo dall’1/7/2017

IPO dall’1/7/2017

A.1 2.068,51 285,48
B.1 1.916,44 264,47
B.2 1.916,44 139,00
C.1 1.696,30 207,76
C.2 1.696,30 167,21
C.3 1.696,29 118,67
D.1 1.528,44 242,06
D.2 1.528,44 132,03
D.3 1.528,44 93,14
E.1 1.429,95 136,77
E.2 1.429,95 66,31
E.3 1.429,94 25,67
F 1.413,78

Nuovi minimi retributivi da luglio per l’industria della ceramica e delle piastrelle

A decorrere dalla retribuzione del mese di luglio decorrono i nuovi minimi retributivi per il CCNL dell’industria delle piastrelle, della ceramica e dei materiali refrattari

A decorrere dal mese di luglio 2017 spettano nuove retribuzioni agli addetti all'industria delle piastrelle di ceramica, dei materiali refrattari, ceramica sanitaria, di porcellane e ceramiche per uso domestico e ornamentale, di ceramica tecnica, di tubi in gres.

PIASTRELLE

Categoria e P.O.

Minimo dall’1/7/2017

IPO dall’1/7/2017

A.1 2.372,60 -
B.1 2.138,17 126,38
B.2 2.138,17 -
C.1 1.862,10 104,92
C.2 1.862,10 59,83
C.3 1.862,10 -
D.1 1.684,06 129,69
D.2 1.684,06 48,37
D.3 1.684,06 -
E.1 1.539,49 62,01
E.2 1.539,49 -
F 1.444,68 -

MATERIALI REFRATTARI

Categoria e P.O.

Minimo dall’1/7/2017

IPO dall’1/7/2017

A.1 2.371,31 -
B.1 2.137,01 126,31
B.2 2.137,01 -
C.1 1.861,08 104,85
C.2 1.861,08 59,79
C.3 1.861,08 -
D.1 1.683,18 129,57
D.2 1.683,18 48,31
D.3 1.683,18 -
E.1 1.538,74 61,93
E.2 1.538,74 -
F 1.444,00 -

CERAMICA SANITARIA E STOVIGLIERIA

Categoria e P.O.

Minimo dall’1/7/2017

IPO dall’1/7/2017

A.1 2.068,51 285,48
B.1 1.916,44 264,47
B.2 1.916,44 139,00
C.1 1.696,30 207,76
C.2 1.696,30 167,21
C.3 1.696,29 118,67
D.1 1.528,44 242,06
D.2 1.528,44 132,03
D.3 1.528,44 93,14
E.1 1.429,95 136,77
E.2 1.429,95 66,31
E.3 1.429,94 25,67
F 1.413,78 -

Sanzioni civili illegittime, il termine di prescrizione del rimborso

I soggetti assicuranti che avessero regolarmente versato le sanzioni civili di importo non inferiore a 3.000 euro, indipendentemente dalla durata della prestazione accertata per il lavoratore in nero, poi dichiarate illegittime, devono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente, che provvederà a calcolare la sanzione civile corretta e a rimborsare la differenza. Il termine prescrizionale per chiedere il rimborso, trattandosi di indebito previdenziale, è quello decennale, decorrente dalla data del versamento

Come noto, la Corte Costituzionale con sentenza del 13 novembre 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che prevedeva che l’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore in nero (non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria) non potesse essere inferiore a 3.000 euro, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata. A giudizio della Corte, poiché le sanzioni civili connesse all’omesso versamento di contributi e premi hanno una funzione essenzialmente risarcitoria, essendo volte a quantificare, in via preventiva e forfetaria, il danno subito dall’ente previdenziale, la previsione di una soglia minima disancorata dalla durata della prestazione lavorativa accertata, dalla quale dipendesse l’entità dell’inadempimento contributivo e del relativo danno, era irragionevole.
Tali sanzioni civili sono così quantificate:
– nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie, una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti, fermo restando il limite del 40% dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge (cd. “omissione contributiva”);
– in caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, cioè nel caso in cui il datore di lavoro, con l’intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate, una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al 30, fermo restando il limite del 60% dell’importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge (cd. “evasione contributiva”). In ogni caso, se la denuncia della situazione debitoria sia effettuata spontaneamente prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori e comunque entro 12 mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e sempreché il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro 30 giorni dalla denuncia stessa, i soggetti sono tenuti al pagamento di una sanzione per “omissione contributiva”.
Orbene, visto che le pronunce di accoglimento della Corte Costituzionale hanno effetto retroattivo, salvo il limite delle situazioni giuridiche ormai esaurite per effetto di eventi che l’ordinamento giuridico riconosce idonei a produrre tale effetto (sentenze passate in giudicato, i diritti per cui è maturata la prescrizione o i poteri per i quali è scattata la decadenza), i soggetti assicuranti, che a suo tempo avessero regolarmente versato le sanzioni civili “minime”, devono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente, che provvederà a calcolare la sanzione civile corretta e a rimborsare la differenza. Il termine prescrizionale per chiedere il rimborso, trattandosi di indebito previdenziale, è quello decennale, decorrente dalla data del versamento. Per le società che risultano cancellate dal Registro delle imprese rimangono ferme le sanzioni civili già accertate e incassate, trattandosi di rapporti giuridici esauriti.

I soggetti assicuranti che avessero regolarmente versato le sanzioni civili di importo non inferiore a 3.000 euro, indipendentemente dalla durata della prestazione accertata per il lavoratore in nero, poi dichiarate illegittime, devono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente, che provvederà a calcolare la sanzione civile corretta e a rimborsare la differenza. Il termine prescrizionale per chiedere il rimborso, trattandosi di indebito previdenziale, è quello decennale, decorrente dalla data del versamento

Come noto, la Corte Costituzionale con sentenza del 13 novembre 2014, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che prevedeva che l’importo delle sanzioni civili connesse all’omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore in nero (non risultante dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria) non potesse essere inferiore a 3.000 euro, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata. A giudizio della Corte, poiché le sanzioni civili connesse all’omesso versamento di contributi e premi hanno una funzione essenzialmente risarcitoria, essendo volte a quantificare, in via preventiva e forfetaria, il danno subito dall’ente previdenziale, la previsione di una soglia minima disancorata dalla durata della prestazione lavorativa accertata, dalla quale dipendesse l’entità dell’inadempimento contributivo e del relativo danno, era irragionevole.
Tali sanzioni civili sono così quantificate:
- nel caso di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi, il cui ammontare è rilevabile dalle denunce e/o registrazioni obbligatorie, una sanzione civile, in ragione d'anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti, fermo restando il limite del 40% dell'importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge (cd. "omissione contributiva");
- in caso di evasione connessa a registrazioni o denunce obbligatorie omesse o non conformi al vero, cioè nel caso in cui il datore di lavoro, con l'intenzione specifica di non versare i contributi o premi, occulta rapporti di lavoro in essere ovvero le retribuzioni erogate, una sanzione civile, in ragione d'anno, pari al 30, fermo restando il limite del 60% dell'importo dei contributi o premi non corrisposti entro la scadenza di legge (cd. "evasione contributiva"). In ogni caso, se la denuncia della situazione debitoria sia effettuata spontaneamente prima di contestazioni o richieste da parte degli enti impositori e comunque entro 12 mesi dal termine stabilito per il pagamento dei contributi o premi e sempreché il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro 30 giorni dalla denuncia stessa, i soggetti sono tenuti al pagamento di una sanzione per "omissione contributiva".
Orbene, visto che le pronunce di accoglimento della Corte Costituzionale hanno effetto retroattivo, salvo il limite delle situazioni giuridiche ormai esaurite per effetto di eventi che l'ordinamento giuridico riconosce idonei a produrre tale effetto (sentenze passate in giudicato, i diritti per cui è maturata la prescrizione o i poteri per i quali è scattata la decadenza), i soggetti assicuranti, che a suo tempo avessero regolarmente versato le sanzioni civili "minime", devono presentare domanda di rimborso alla Sede Inail competente, che provvederà a calcolare la sanzione civile corretta e a rimborsare la differenza. Il termine prescrizionale per chiedere il rimborso, trattandosi di indebito previdenziale, è quello decennale, decorrente dalla data del versamento. Per le società che risultano cancellate dal Registro delle imprese rimangono ferme le sanzioni civili già accertate e incassate, trattandosi di rapporti giuridici esauriti.

Locazione di immobili e obbligo di iscrizione alla gestione commercianti

La società di persone che svolge un’attività di locazione di immobili di sua proprietà ed alla riscossione dei canoni, non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che essa non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare.

Un socio lavoratore aveva proposto opposizione contro l’avviso di addebito notificato dall’Inps, avente ad oggetto il pagamento di contributi da versare alla Gestione commercianti. Rigettata la domanda in primo grado, la Corte d’appello ha accolto il successivo gravame, ritenendo insussistenti i requisiti per l’iscrizione nella Gestione commercianti. Nello specifico, la Corte ha osservato che non vi è prova dello svolgimento da parte dell’opponente, di un’attività imprenditoriale, con abitualità e prevalenza, organizzata e diretta con il lavoro proprio, e che la sola attività svolta dalla società di cui il lavoratore era socio, consisteva nella riscossione dei canoni di locazione dell’unico bene immobile di cui essa era proprietaria.
L’Inps propone così ricorso in Cassazione, deducendo la falsa applicazione della normativa che regola l’obbligo di iscrizione alla speciale gestione previdenziale degli esercenti attività commerciali.
La Cassazione respinge il ricorso, alla luce dei principi affermati dalla medesima Corte in fattispecie analoghe ed in epoca antecedente.
Presupposto per l’iscrizione alla gestione commercianti è lo svolgimento da parte dell’interessato di attività commerciale, tuttavia la società di persone che svolge un’attività volta alla locazione di immobili di sua proprietà ed alla riscossione dei canoni di locazione, non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che essa non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare. Oltretutto, non rileva di per sé il contenuto dell’oggetto sociale, ma si deve considerare lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale.

La società di persone che svolge un'attività di locazione di immobili di sua proprietà ed alla riscossione dei canoni, non svolge un'attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che essa non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l'attività di intermediazione immobiliare.

Un socio lavoratore aveva proposto opposizione contro l’avviso di addebito notificato dall’Inps, avente ad oggetto il pagamento di contributi da versare alla Gestione commercianti. Rigettata la domanda in primo grado, la Corte d’appello ha accolto il successivo gravame, ritenendo insussistenti i requisiti per l’iscrizione nella Gestione commercianti. Nello specifico, la Corte ha osservato che non vi è prova dello svolgimento da parte dell’opponente, di un’attività imprenditoriale, con abitualità e prevalenza, organizzata e diretta con il lavoro proprio, e che la sola attività svolta dalla società di cui il lavoratore era socio, consisteva nella riscossione dei canoni di locazione dell’unico bene immobile di cui essa era proprietaria.
L’Inps propone così ricorso in Cassazione, deducendo la falsa applicazione della normativa che regola l’obbligo di iscrizione alla speciale gestione previdenziale degli esercenti attività commerciali.
La Cassazione respinge il ricorso, alla luce dei principi affermati dalla medesima Corte in fattispecie analoghe ed in epoca antecedente.
Presupposto per l'iscrizione alla gestione commercianti è lo svolgimento da parte dell'interessato di attività commerciale, tuttavia la società di persone che svolge un'attività volta alla locazione di immobili di sua proprietà ed alla riscossione dei canoni di locazione, non svolge un'attività commerciale ai fini previdenziali, a meno che essa non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l'attività di intermediazione immobiliare. Oltretutto, non rileva di per sé il contenuto dell’oggetto sociale, ma si deve considerare lo svolgimento in concreto di un'attività commerciale.

Minimi da corrispondere ai dipendenti delle lavanderie industriali

Di seguito si riportano le tabelle retributive valide dall’1/7/2017 per i dipendenti delle imprese esercenti l’attività di lavanderia industriali.

Questi i nuovi minimi contrattuali da corrispondere con la busta paga di luglio

 

Qualificati

 

Livello

Minimo

C3 – Area Tecnica Consolidato 1.868,04
D2 – Area Direttiva Centrato 1.868,04
C2 – Area Tecnica Centrato 1.559,77
C1 – Area Tecnica Base 1.353,58
B3 – Area Qualificata Consolidato 1.287,42
B3 – Area Qaulificata Centrato 1.153,89
B1 – Area Qualifcata Base 1.085,17
A3 – Area Operativa Consolidato 1.057,47
A2 – Area Operativa Centrato 982,88
A1 – Area Operativa Base 814,25

Di seguito si riportano le tabelle retributive valide dall’1/7/2017 per i dipendenti delle imprese esercenti l'attività di lavanderia industriali.

Questi i nuovi minimi contrattuali da corrispondere con la busta paga di luglio

 

Qualificati

 

Livello

Minimo

C3 - Area Tecnica Consolidato 1.868,04
D2 - Area Direttiva Centrato 1.868,04
C2 - Area Tecnica Centrato 1.559,77
C1 - Area Tecnica Base 1.353,58
B3 - Area Qualificata Consolidato 1.287,42
B3 - Area Qaulificata Centrato 1.153,89
B1 - Area Qualifcata Base 1.085,17
A3 - Area Operativa Consolidato 1.057,47
A2 - Area Operativa Centrato 982,88
A1 - Area Operativa Base 814,25

Ravvedimento degli errori nelle comunicazioni trimestrali IVA

Con la Risoluzione n. 104/E del 28 luglio 2017, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è possibile ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso per correggere errori ed omissioni relative alle comunicazioni trimestrali delle liquidazioni IVA ed a quelle riguardanti i dati delle fatture emesse e ricevute, beneficiando di una sanzione ridotta.

In risposta alle richieste di chiarimenti ricevute, l’Agenzia delle Entrate ha confermato l’applicabilità del ravvedimento operoso alle violazioni riguardanti, sia la comunicazione dei dati delle fatture, sia la comunicazione dei dati delle liquidazioni periodiche IVA.
In particolare, alla sanzione determinata secondo la specifica disciplina di ciascuno dei due adempimenti, si applica la riduzione prevista dal ravvedimento operoso in relazione alla data di regolarizzazione.
A tal proposito, si ricorda che:
– in caso di omissione o errata trasmissione dei dati delle fatture, è prevista la sanzione amministrativa per ogni fattura, di 2,00 euro per ogni fattura, con un limite massimo di 1.000 euro per ciascun trimestre. Qualora, entro 15 giorni dalla scadenza ordinaria, viene effettuata la trasmissione omessa ovvero corretti gli errori, la sanzione è ridotta alla metà con un limite massimo di 500 euro per ciascun trimestre;
– in caso di omissione o errata trasmissione dei dati relativi alle liquidazioni periodiche, è prevista la sanzione amministrativa da 500 euro a 2.000 euro. Qualora, entro 15 giorni dalla scadenza ordinaria, viene effettuata la trasmissione omessa ovvero corretti gli errori, la sanzione è ridotta alla metà.
Riguardo alle concrete modalità di ravvedimento di una comunicazione di dati delle fatture, ad esempio, in caso di errata comunicazione dei dati di 180 fatture relative al primo trimestre del 2017 (scadenza 16 settembre 2017), qualora si proceda al ravvedimento in data 3 novembre 2017 (48 gg), deve essere inviata una nuova comunicazione con i dati corretti e versata la sanzione ridotta pari a 40 euro, vale a dire la sanzione base di euro 360 (180 x 2 euro) ridotta a 1/9.

Con riferimento alla regolarizzazione delle comunicazioni dei dati delle liquidazioni periodiche IVA, invece, occorre tenere presente che, fermo il versamento della sanzione, eventualmente ridotta per effetto del ravvedimento:
– qualora la regolarizzazione intervenga prima della presentazione della dichiarazione annuale IVA, è necessario comunque inviare la comunicazione inizialmente omessa/incompleta/errata;
– laddove, invece, la regolarizzazione intervenga direttamente con la dichiarazione annuale IVA ovvero successivamente alla sua presentazione, l’obbligo di invio della comunicazione inizialmente omessa/incompleta/errata viene meno, e i dati vanno corretti in sede di dichiarazione annuale.
Ad esempio, in caso di omessa comunicazione della liquidazione periodica relativa al primo trimestre del 2017 (scadenza 12 giugno 2017), se si procede al ravvedimento in data:
– 31 agosto 2017, deve essere inviata la comunicazione e versata la sanzione ridotta pari a 55,56 euro (sanzione base di 500 euro, ridotta a 1/9);
– 10 settembre 2018, avendo indicato correttamente nella dichiarazione IVA 2018 (scadenza 30 aprile 2018) i dati della comunicazione trimestrale omessa, deve essere versata la sanzione ridotta pari a 62,50 euro (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/8);
– 10 settembre 2018, ma nella dichiarazione IVA 2018 non sono stati correttamente riepilogati i dati della comunicazione trimestrale omessa, deve essere presentata la dichiarazione integrativa versando la relativa sanzione, a cui si aggiunge quella di 71,43 euro (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/7).

Allo scopo di facilitare le attività di regolarizzazione, in ordine alle concrete modalità di applicazione del ravvedimento operoso, l’Agenzia ha elaborato distinte tabelle esemplificative con la determinazione della sanzione ridotta, dovuta in funzione della data di regolarizzazione.

COMUNICAZIONE DATI FATTURE (N. 180 FATTURE ERRATE) –

RAVVEDIMENTO

SANZIONE – CORREZIONE ENTRO 15 gg

SANZIONE – CORREZIONE DAL 15° GIORNO IN POI

Entro 90 gg. Euro 20 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/9) Euro 40 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/9)
Entro la dichiarazione annuale (anno di riferimento) Euro 22,50 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/8) Euro 45 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/8)
Entro la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 25,71 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/7) Euro 51,43 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/7)
Oltre la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 30 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/6) Euro 60 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/6)
Dopo la constatazione della violazione con p.v.c., (fino alla notifica dell’atto impositivo) Euro 36 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/5) Euro 72 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/5)

COMUNICAZIONE DATI LIQUIDAZIONI PERIODICHE IVA

RAVVEDIMENTO

SANZIONE – CORREZIONE ENTRO 15 gg

SANZIONE – CORREZIONE DAL 15° GIORNO IN POI

Entro 90 gg. Euro 27,78 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/9) Euro 55,56 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/9)
Entro la dichiarazione annuale (anno di riferimento) Euro 31,25 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/8) Euro 62,50 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/8)
Entro la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 35,71 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/7) Euro 71,43 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/7)
Oltre la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 41,67 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/6) Euro 83,33 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/6)
Dopo la constatazione della violazione con p.v.c. (fino alla notifica dell’atto impositivo) Euro 50 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/5) Euro 100 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/5)

Con la Risoluzione n. 104/E del 28 luglio 2017, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che è possibile ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso per correggere errori ed omissioni relative alle comunicazioni trimestrali delle liquidazioni IVA ed a quelle riguardanti i dati delle fatture emesse e ricevute, beneficiando di una sanzione ridotta.

In risposta alle richieste di chiarimenti ricevute, l’Agenzia delle Entrate ha confermato l’applicabilità del ravvedimento operoso alle violazioni riguardanti, sia la comunicazione dei dati delle fatture, sia la comunicazione dei dati delle liquidazioni periodiche IVA.
In particolare, alla sanzione determinata secondo la specifica disciplina di ciascuno dei due adempimenti, si applica la riduzione prevista dal ravvedimento operoso in relazione alla data di regolarizzazione.
A tal proposito, si ricorda che:
- in caso di omissione o errata trasmissione dei dati delle fatture, è prevista la sanzione amministrativa per ogni fattura, di 2,00 euro per ogni fattura, con un limite massimo di 1.000 euro per ciascun trimestre. Qualora, entro 15 giorni dalla scadenza ordinaria, viene effettuata la trasmissione omessa ovvero corretti gli errori, la sanzione è ridotta alla metà con un limite massimo di 500 euro per ciascun trimestre;
- in caso di omissione o errata trasmissione dei dati relativi alle liquidazioni periodiche, è prevista la sanzione amministrativa da 500 euro a 2.000 euro. Qualora, entro 15 giorni dalla scadenza ordinaria, viene effettuata la trasmissione omessa ovvero corretti gli errori, la sanzione è ridotta alla metà.
Riguardo alle concrete modalità di ravvedimento di una comunicazione di dati delle fatture, ad esempio, in caso di errata comunicazione dei dati di 180 fatture relative al primo trimestre del 2017 (scadenza 16 settembre 2017), qualora si proceda al ravvedimento in data 3 novembre 2017 (48 gg), deve essere inviata una nuova comunicazione con i dati corretti e versata la sanzione ridotta pari a 40 euro, vale a dire la sanzione base di euro 360 (180 x 2 euro) ridotta a 1/9.

Con riferimento alla regolarizzazione delle comunicazioni dei dati delle liquidazioni periodiche IVA, invece, occorre tenere presente che, fermo il versamento della sanzione, eventualmente ridotta per effetto del ravvedimento:
- qualora la regolarizzazione intervenga prima della presentazione della dichiarazione annuale IVA, è necessario comunque inviare la comunicazione inizialmente omessa/incompleta/errata;
- laddove, invece, la regolarizzazione intervenga direttamente con la dichiarazione annuale IVA ovvero successivamente alla sua presentazione, l’obbligo di invio della comunicazione inizialmente omessa/incompleta/errata viene meno, e i dati vanno corretti in sede di dichiarazione annuale.
Ad esempio, in caso di omessa comunicazione della liquidazione periodica relativa al primo trimestre del 2017 (scadenza 12 giugno 2017), se si procede al ravvedimento in data:
- 31 agosto 2017, deve essere inviata la comunicazione e versata la sanzione ridotta pari a 55,56 euro (sanzione base di 500 euro, ridotta a 1/9);
- 10 settembre 2018, avendo indicato correttamente nella dichiarazione IVA 2018 (scadenza 30 aprile 2018) i dati della comunicazione trimestrale omessa, deve essere versata la sanzione ridotta pari a 62,50 euro (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/8);
- 10 settembre 2018, ma nella dichiarazione IVA 2018 non sono stati correttamente riepilogati i dati della comunicazione trimestrale omessa, deve essere presentata la dichiarazione integrativa versando la relativa sanzione, a cui si aggiunge quella di 71,43 euro (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/7).

Allo scopo di facilitare le attività di regolarizzazione, in ordine alle concrete modalità di applicazione del ravvedimento operoso, l’Agenzia ha elaborato distinte tabelle esemplificative con la determinazione della sanzione ridotta, dovuta in funzione della data di regolarizzazione.

COMUNICAZIONE DATI FATTURE (N. 180 FATTURE ERRATE) -

RAVVEDIMENTO

SANZIONE - CORREZIONE ENTRO 15 gg

SANZIONE - CORREZIONE DAL 15° GIORNO IN POI

Entro 90 gg. Euro 20 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/9) Euro 40 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/9)
Entro la dichiarazione annuale (anno di riferimento) Euro 22,50 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/8) Euro 45 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/8)
Entro la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 25,71 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/7) Euro 51,43 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/7)
Oltre la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 30 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/6) Euro 60 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/6)
Dopo la constatazione della violazione con p.v.c., (fino alla notifica dell’atto impositivo) Euro 36 (sanzione base di euro 180, ridotta a 1/5) Euro 72 (sanzione base di euro 360, ridotta a 1/5)

COMUNICAZIONE DATI LIQUIDAZIONI PERIODICHE IVA

RAVVEDIMENTO

SANZIONE - CORREZIONE ENTRO 15 gg

SANZIONE - CORREZIONE DAL 15° GIORNO IN POI

Entro 90 gg. Euro 27,78 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/9) Euro 55,56 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/9)
Entro la dichiarazione annuale (anno di riferimento) Euro 31,25 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/8) Euro 62,50 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/8)
Entro la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 35,71 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/7) Euro 71,43 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/7)
Oltre la dichiarazione annuale (anno successivo) Euro 41,67 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/6) Euro 83,33 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/6)
Dopo la constatazione della violazione con p.v.c. (fino alla notifica dell’atto impositivo) Euro 50 (sanzione base di euro 250, ridotta a 1/5) Euro 100 (sanzione base di euro 500, ridotta a 1/5)

Riduzione di personale: lamentato vizio di motivazione

Il ricorso per cassazione deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata e inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite tassativamente dall’art. 360, co. 1, c.p.c., pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o, l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi.

Il Tribunale di Roma aveva respinto l’impugnativa – rigetto confermato anche in grado d’appello – di una serie di licenziamenti all’esito d’una procedura di riduzione di personale ex lege n. 223/91.
Con il primo motivo di ricorso in Cassazione, gli interessati denunciano vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla lamentata scorrettezza della procedura di mobilità, dapprima iniziata per 93 posizioni lavorative, poi ridotte a 41, ma in realtà sostanzialmente finalizzata ad eliminare dalla compagine sociale i ricorrenti in quanto lavoratori scomodi perché determinati a far valere i propri diritti. Il motivo è stato però disatteso in Cassazione perché sostanzialmente sollecita una rivisitazione nel merito della vicenda e delle risultanze processuali affinché se ne fornisca un diverso apprezzamento.
Il secondo motivo censura la sentenza per omessa motivazione in ordine ad un fatto controverso per il giudizio, consistente nel carattere discriminatorio e punitivo dell’espulsione dei ricorrenti, nonostante che essi avessero dimostrato che la società, pur licenziando, alla fine, soltanto 4 dipendenti ritenuti in esubero, aveva contemporaneamente ricercato sul mercato del lavoro nuove posizioni. Il motivo è stato considerato infondato perché, in realtà, la sentenza impugnata ha implicitamente risposto nel momento in cui ha considerato non arbitrari né discrezionali i criteri applicati nell’individuare i lavoratori in esubero.
Con il terzo motivo si lamenta l’omessa motivazione in ordine alla mancata ammissione dei mezzi di prova (come i libri paga e matricola, ora LUL) intesi a dimostrare l’aumento dei ricavi (contrariamente a quanto sostenuto dalla società), le nuove assunzioni durante l’espletamento della procedura di mobilità in corso di procedura. Anche tale motivo è inammissibile perché deduce come vizio di motivazione quello che, invece, deve qualificarsi come error in procedendo. Già precedentemente infatti si era affermato che il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360, comma 1, cod. proc. civ., deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata e inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla norma citata, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o, l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi.
Pertanto, si deve dichiarare inammissibile il gravame che lamenti un vizio di motivazione anziché un motivo di nullità della sentenza per violazione di legge processuale.
Infine, il quarto motivo prospetta violazione e falsa applicazione dell’art. 4 legge n. 223 del 1991 circa le modalità applicative dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare e la formazione della relativa graduatoria. Anche rispetto a tale doglianza vale quanto sopra affermato, i ricorrenti sostanzialmente sollecitano una rivisitazione nel merito della vicenda e delle risultanze processuali affinché se ne fornisca un diverso apprezzamento, che richiederebbe un accesso diretto agli atti e una loro delibazione non consentita in sede di legittimità.
In conclusione, il ricorso è da rigettarsi (Cassazione n. 18666/2017).

Il ricorso per cassazione deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata e inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite tassativamente dall'art. 360, co. 1, c.p.c., pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o, l'esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi.

Il Tribunale di Roma aveva respinto l'impugnativa - rigetto confermato anche in grado d’appello - di una serie di licenziamenti all'esito d'una procedura di riduzione di personale ex lege n. 223/91.
Con il primo motivo di ricorso in Cassazione, gli interessati denunciano vizio di insufficiente e contraddittoria motivazione in ordine alla lamentata scorrettezza della procedura di mobilità, dapprima iniziata per 93 posizioni lavorative, poi ridotte a 41, ma in realtà sostanzialmente finalizzata ad eliminare dalla compagine sociale i ricorrenti in quanto lavoratori scomodi perché determinati a far valere i propri diritti. Il motivo è stato però disatteso in Cassazione perché sostanzialmente sollecita una rivisitazione nel merito della vicenda e delle risultanze processuali affinché se ne fornisca un diverso apprezzamento.
Il secondo motivo censura la sentenza per omessa motivazione in ordine ad un fatto controverso per il giudizio, consistente nel carattere discriminatorio e punitivo dell'espulsione dei ricorrenti, nonostante che essi avessero dimostrato che la società, pur licenziando, alla fine, soltanto 4 dipendenti ritenuti in esubero, aveva contemporaneamente ricercato sul mercato del lavoro nuove posizioni. Il motivo è stato considerato infondato perché, in realtà, la sentenza impugnata ha implicitamente risposto nel momento in cui ha considerato non arbitrari né discrezionali i criteri applicati nell'individuare i lavoratori in esubero.
Con il terzo motivo si lamenta l’omessa motivazione in ordine alla mancata ammissione dei mezzi di prova (come i libri paga e matricola, ora LUL) intesi a dimostrare l'aumento dei ricavi (contrariamente a quanto sostenuto dalla società), le nuove assunzioni durante l'espletamento della procedura di mobilità in corso di procedura. Anche tale motivo è inammissibile perché deduce come vizio di motivazione quello che, invece, deve qualificarsi come error in procedendo. Già precedentemente infatti si era affermato che il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall'art. 360, comma 1, cod. proc. civ., deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata e inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla norma citata, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o, l'esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi.
Pertanto, si deve dichiarare inammissibile il gravame che lamenti un vizio di motivazione anziché un motivo di nullità della sentenza per violazione di legge processuale.
Infine, il quarto motivo prospetta violazione e falsa applicazione dell'art. 4 legge n. 223 del 1991 circa le modalità applicative dei criteri di scelta dei lavoratori da licenziare e la formazione della relativa graduatoria. Anche rispetto a tale doglianza vale quanto sopra affermato, i ricorrenti sostanzialmente sollecitano una rivisitazione nel merito della vicenda e delle risultanze processuali affinché se ne fornisca un diverso apprezzamento, che richiederebbe un accesso diretto agli atti e una loro delibazione non consentita in sede di legittimità.
In conclusione, il ricorso è da rigettarsi (Cassazione n. 18666/2017).

Definizione agevolata delle controversie tributarie pendenti, i chiarimenti del Fisco

Con la circolare 28 Luglio 2017 n. 22/E l’Agenzia delle Entrate illustra gli effetti e le modalità della procedura introdotta dal Dl n. 50/2017 per definire le liti con il Fisco ed estinguere il giudizio.

La definizione agevolata è rivolta ai contribuenti che, entro il 2 ottobre 2017, decidono di presentare la domanda e di versare gli importi contenuti nell’atto impugnato, contestati nel ricorso di primo grado, e gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo, al netto delle sanzioni collegate ai tributi e degli interessi di mora. Se la lite riguarda esclusivamente interessi di mora o sanzioni non collegate ai tributi, la definizione può, invece, essere effettuata versando il 40 per cento degli importi contestati.
La procedura in esame è possibile per le controversie rientranti nella giurisdizione tributaria in cui è parte l’Agenzia delle Entrate, pendenti in ogni stato e grado di giudizio, compreso quello in Cassazione e anche a seguito di rinvio e nelle quali il ricorso di primo grado sia stato notificato entro il 24 aprile 2017.
Inoltre, alla data di presentazione della domanda di definizione, il processo non deve essersi concluso con pronuncia definitiva.
Non sono, invece, definibili le liti pendenti in materie diverse da quella tributaria, erroneamente instaurate innanzi alle commissioni tributarie e quelle nelle quali è parte unicamente l’agente della riscossione. Rimangono, inoltre, escluse dall’agevolazione le liti in cui non è possibile determinare il quantum dovuto dal contribuente e quelle relative, ad esempio, ai dinieghi espressi o taciti di rimborso.
La definizione della lite si perfeziona con il pagamento, entro il 2 ottobre 2017, dell’intero importo netto dovuto oppure della prima rata, e con la presentazione della domanda entro lo stesso termine. Dall’importo lordo dovuto vanno scomputati gli importi già versati per effetto delle disposizioni sulla riscossione in pendenza di giudizio e quelli dovuti per la rottamazione dei carichi affidati all’agente della riscossione, in quest’ultimo caso a prescindere dalla circostanza che all’atto della definizione della lite tali somme siano ancora da pagare o siano state pagate in tutto o in parte. Se le somme versate in pendenza di giudizio o dovute per la definizione dei carichi sono di ammontare maggiore o uguale all’importo lordo dovuto per la definizione agevolata della lite, quest’ultima si perfeziona senza effettuare alcun versamento, vale a dire con la sola presentazione della domanda entro il termine perentorio del 2 ottobre 2017. Per ciascuna controversia autonoma va fatto un separato versamento, così come va presentata una distinta domanda di definizione.
La chiusura delle liti si perfeziona con il pagamento, entro il termine perentorio del 2 ottobre 2017, dell’intera somma da versare (importo netto dovuto), oppure della prima rata, e con la presentazione della domanda entro lo stesso termine. Qualora non vi siano importi da versare, la definizione si perfeziona con la sola presentazione della domanda, sempre entro il medesimo termine. Riguardo al pagamento rateale, questa soluzione è ammessa soltanto nel caso in cui l’importo netto dovuto ecceda i 2mila euro per ciascuna controversia, mentre le somme inferiori o pari a tale cifra vanno sempre versate in un’unica soluzione, entro il termine del 2 ottobre 2017.
Le somme superiori a 2mila euro si possono versare in un massimo di 3 rate:
-la prima, d’importo pari al 40 per cento del totale, entro il 2 ottobre 2017;
-la seconda, pari all’ulteriore 40 per cento, entro il 30 novembre;
-la terza, d’importo pari al residuo 20 per cento, entro il 30 giugno 2018, che in quanto cadente di sabato è prorogato al 2 luglio 2018.
I pagamenti sono eseguiti mediante modello F24, qualunque sia il tipo di tributo cui la lite si riferisce.
Le controversie definibili non sono sospese automaticamente ma solo su istanza del contribuente rivolta al giudice presso il quale la causa è pendente. Una volta richiesta, la sospensione avrà effetto fino al 10 ottobre 2017 senza che il contribuente sia vincolato alla presentazione della domanda di definizione agevolata e, dunque, all’effettiva adesione. Se, successivamente, la lite diviene oggetto di definizione attraverso la presentazione della domanda e il pagamento dell’importo dovuto, o della prima rata, il contribuente ha l’onere di richiedere la sospensione del giudizio, che opererà fino al 31 dicembre 2018, attraverso il deposito della copia della domanda di definizione e del versamento. Per quanto riguarda i termini di impugnazione relativi alle liti definibili, sono sospesi automaticamente per sei mesi quelli delle pronunce giurisdizionali, e di riassunzione, che scadono tra il 24 aprile e il 30 settembre 2017. Restano esclusi dalla sospensione tutti gli altri termini processuali, come quelli per la proposizione del ricorso in primo grado, per la costituzione nel giudizio di merito e per la notifica del controricorso in Cassazione.
Agli uffici dell’Agenzia delle Entrate spetta il compito di verificare la regolarità delle domande di definizione delle liti e la ricorrenza dei presupposti richiesti dalla legge. L’eventuale diniego di definizione va notificato al contribuente entro il termine perentorio del 31 luglio 2018; il provvedimento può essere impugnato, entro 60 giorni dalla notifica, davanti allo stesso giudice presso il quale pende la lite. Per i giudizi sospesi fino al 31 dicembre 2018 è prevista l’estinzione automatica, salvo che la parte (contribuente o ufficio) che ne abbia interesse presenti istanza di trattazione entro il periodo di sospensione.

Con la circolare 28 Luglio 2017 n. 22/E l’Agenzia delle Entrate illustra gli effetti e le modalità della procedura introdotta dal Dl n. 50/2017 per definire le liti con il Fisco ed estinguere il giudizio.

La definizione agevolata è rivolta ai contribuenti che, entro il 2 ottobre 2017, decidono di presentare la domanda e di versare gli importi contenuti nell’atto impugnato, contestati nel ricorso di primo grado, e gli interessi per ritardata iscrizione a ruolo, al netto delle sanzioni collegate ai tributi e degli interessi di mora. Se la lite riguarda esclusivamente interessi di mora o sanzioni non collegate ai tributi, la definizione può, invece, essere effettuata versando il 40 per cento degli importi contestati.
La procedura in esame è possibile per le controversie rientranti nella giurisdizione tributaria in cui è parte l’Agenzia delle Entrate, pendenti in ogni stato e grado di giudizio, compreso quello in Cassazione e anche a seguito di rinvio e nelle quali il ricorso di primo grado sia stato notificato entro il 24 aprile 2017.
Inoltre, alla data di presentazione della domanda di definizione, il processo non deve essersi concluso con pronuncia definitiva.
Non sono, invece, definibili le liti pendenti in materie diverse da quella tributaria, erroneamente instaurate innanzi alle commissioni tributarie e quelle nelle quali è parte unicamente l’agente della riscossione. Rimangono, inoltre, escluse dall’agevolazione le liti in cui non è possibile determinare il quantum dovuto dal contribuente e quelle relative, ad esempio, ai dinieghi espressi o taciti di rimborso.
La definizione della lite si perfeziona con il pagamento, entro il 2 ottobre 2017, dell’intero importo netto dovuto oppure della prima rata, e con la presentazione della domanda entro lo stesso termine. Dall’importo lordo dovuto vanno scomputati gli importi già versati per effetto delle disposizioni sulla riscossione in pendenza di giudizio e quelli dovuti per la rottamazione dei carichi affidati all’agente della riscossione, in quest’ultimo caso a prescindere dalla circostanza che all’atto della definizione della lite tali somme siano ancora da pagare o siano state pagate in tutto o in parte. Se le somme versate in pendenza di giudizio o dovute per la definizione dei carichi sono di ammontare maggiore o uguale all’importo lordo dovuto per la definizione agevolata della lite, quest’ultima si perfeziona senza effettuare alcun versamento, vale a dire con la sola presentazione della domanda entro il termine perentorio del 2 ottobre 2017. Per ciascuna controversia autonoma va fatto un separato versamento, così come va presentata una distinta domanda di definizione.
La chiusura delle liti si perfeziona con il pagamento, entro il termine perentorio del 2 ottobre 2017, dell’intera somma da versare (importo netto dovuto), oppure della prima rata, e con la presentazione della domanda entro lo stesso termine. Qualora non vi siano importi da versare, la definizione si perfeziona con la sola presentazione della domanda, sempre entro il medesimo termine. Riguardo al pagamento rateale, questa soluzione è ammessa soltanto nel caso in cui l’importo netto dovuto ecceda i 2mila euro per ciascuna controversia, mentre le somme inferiori o pari a tale cifra vanno sempre versate in un’unica soluzione, entro il termine del 2 ottobre 2017.
Le somme superiori a 2mila euro si possono versare in un massimo di 3 rate:
-la prima, d’importo pari al 40 per cento del totale, entro il 2 ottobre 2017;
-la seconda, pari all’ulteriore 40 per cento, entro il 30 novembre;
-la terza, d’importo pari al residuo 20 per cento, entro il 30 giugno 2018, che in quanto cadente di sabato è prorogato al 2 luglio 2018.
I pagamenti sono eseguiti mediante modello F24, qualunque sia il tipo di tributo cui la lite si riferisce.
Le controversie definibili non sono sospese automaticamente ma solo su istanza del contribuente rivolta al giudice presso il quale la causa è pendente. Una volta richiesta, la sospensione avrà effetto fino al 10 ottobre 2017 senza che il contribuente sia vincolato alla presentazione della domanda di definizione agevolata e, dunque, all’effettiva adesione. Se, successivamente, la lite diviene oggetto di definizione attraverso la presentazione della domanda e il pagamento dell’importo dovuto, o della prima rata, il contribuente ha l’onere di richiedere la sospensione del giudizio, che opererà fino al 31 dicembre 2018, attraverso il deposito della copia della domanda di definizione e del versamento. Per quanto riguarda i termini di impugnazione relativi alle liti definibili, sono sospesi automaticamente per sei mesi quelli delle pronunce giurisdizionali, e di riassunzione, che scadono tra il 24 aprile e il 30 settembre 2017. Restano esclusi dalla sospensione tutti gli altri termini processuali, come quelli per la proposizione del ricorso in primo grado, per la costituzione nel giudizio di merito e per la notifica del controricorso in Cassazione.
Agli uffici dell’Agenzia delle Entrate spetta il compito di verificare la regolarità delle domande di definizione delle liti e la ricorrenza dei presupposti richiesti dalla legge. L’eventuale diniego di definizione va notificato al contribuente entro il termine perentorio del 31 luglio 2018; il provvedimento può essere impugnato, entro 60 giorni dalla notifica, davanti allo stesso giudice presso il quale pende la lite. Per i giudizi sospesi fino al 31 dicembre 2018 è prevista l’estinzione automatica, salvo che la parte (contribuente o ufficio) che ne abbia interesse presenti istanza di trattazione entro il periodo di sospensione.

Proroga della dichiarazioni 770, redditi e IRAP

Ufficiale la proroga al 31 ottobre 2017 del termine per la presentazione della dichiarazione dei sostituti d’imposta e delle dichiarazioni in materia di imposte sui redditi e di Irap.

Nello specifico, il differimento riguarda:
– la dichiarazione dei sostituti d’imposta (modello 770), relativa all’anno 2016, presentata in via telematica, direttamente ovvero tramite i soggetti incaricati;
– le dichiarazioni in materia di imposte sui redditi e di IRAP delle persone fisiche, società di persone ed associazioni ad esse equiparate e dei soggetti diversi dalle micro-imprese che redigono il bilancio in conformità alle disposizioni del codice civile.

Ufficiale la proroga al 31 ottobre 2017 del termine per la presentazione della dichiarazione dei sostituti d’imposta e delle dichiarazioni in materia di imposte sui redditi e di Irap.

Nello specifico, il differimento riguarda:
- la dichiarazione dei sostituti d'imposta (modello 770), relativa all'anno 2016, presentata in via telematica, direttamente ovvero tramite i soggetti incaricati;
- le dichiarazioni in materia di imposte sui redditi e di IRAP delle persone fisiche, società di persone ed associazioni ad esse equiparate e dei soggetti diversi dalle micro-imprese che redigono il bilancio in conformità alle disposizioni del codice civile.