Benefici prima casa: prevale la residenza familiare

La Corte di Cassazione ha recentemente annullato l’atto con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva revocato i benefici fiscali sull’acquisto della prima casa, affermando che ai fini del riconoscimento di tale agevolazione il requisito della residenza nel Comune in cui è ubicato l’immobile deve essere riferito alla famiglia. (Sentenza n. 16026 del 2015).

FATTO

L’Agenzia delle Entrate disponeva il recupero dei benefici fiscali sull’acquisto della prima casa nei confronti di uno dei coniugi, in conseguenza del mancato trasferimento della propria residenza nel comune in cui si trovava l’immobile acquistato.
La contribuente impugnava l’atto sostenendo che, secondo un orientamento espresso dall’Amministrazione finanziaria, l’agevolazione fiscale prevista per l’acquisto della prima casa deve ritenersi spettante anche se solo uno dei coniugi ha trasferito la propria residenza nell’immobile acquistato in quanto rappresentante della famiglia intesa come entità autonoma distinta dai coniugi singolarmente. Sia in primo grado che in appello il ricorso della contribuente è stato respinto.
Secondo i giudici tributari la fruizione dei benefici fiscali doveva ritenersi illegittima in quanto la contribuente non aveva partecipato alla stipula dell’atto notarile di acquisto e non aveva trasferito la propria residenza nell’immobile acquistato dal marito, per cui non poteva pretendere di avvalersi delle agevolazioni concesse per la prima casa solo in virtù della circostanza che si trovava in regime di comunione legale dei beni con il coniuge.

ORIENTAMENTO DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione, invece, riformando la decisione dei giudici tributari, ha stabilito la legittima fruizione dei benefici fiscali ed ha annullato direttamente l’atto del Fisco, affermando che ai fini del riconoscimento dell’agevolazione in esame, il requisito della residenza nel Comune in cui è ubicato l’immobile deve essere riferito alla famiglia.
I giudici di legittimità hanno evidenziato che in base al diritto di famiglia i coniugi non sono tenuti ad una comune residenza anagrafica, ma reciprocamente alla coabitazione; di conseguenza una interpretazione della legge tributaria conforme ai principi del diritto di famiglia induce a considerare che la coabitazione con il coniuge costituisce un elemento adeguato a soddisfare il requisito della residenza ai fini tributari, in quanto ciò che conta non è tanto la residenza dei singoli coniugi, quanto quella della famiglia.
Pertanto, anche la norma tributaria va letta ed applicata nel senso che diventa prevalente l’interesse della famiglia rispetto a quello dei singoli coniugi, per cui il metro di valutazione dei requisiti per ottenere il beneficio deve essere diverso in considerazione della presenza di un’altra entità, quale la famiglia.
In virtù di tali principi, dunque, la Suprema Corte ha affermato che, ai fini della fruizione dei benefici fiscali sull’acquisto della prima casa, il requisito della residenza nel Comune in cui è ubicato l’immobile deve essere riferito alla famiglia, con la conseguenza che, in caso di comunione legale tra coniugi, quel che rileva è che l’immobile acquistato sia destinato a residenza familiare, mentre non assume rilievo in contrario la circostanza che uno dei coniugi non abbia la residenza in tale Comune, e ciò in ogni caso in cui il bene sia divenuto oggetto della comunione ex articolo 177 del codice civile, quindi sia in caso di acquisto separato che in quello di acquisto congiunto del bene stesso.

La Corte di Cassazione ha recentemente annullato l’atto con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva revocato i benefici fiscali sull’acquisto della prima casa, affermando che ai fini del riconoscimento di tale agevolazione il requisito della residenza nel Comune in cui è ubicato l'immobile deve essere riferito alla famiglia. (Sentenza n. 16026 del 2015).

FATTO

L’Agenzia delle Entrate disponeva il recupero dei benefici fiscali sull’acquisto della prima casa nei confronti di uno dei coniugi, in conseguenza del mancato trasferimento della propria residenza nel comune in cui si trovava l'immobile acquistato.
La contribuente impugnava l’atto sostenendo che, secondo un orientamento espresso dall’Amministrazione finanziaria, l'agevolazione fiscale prevista per l'acquisto della prima casa deve ritenersi spettante anche se solo uno dei coniugi ha trasferito la propria residenza nell'immobile acquistato in quanto rappresentante della famiglia intesa come entità autonoma distinta dai coniugi singolarmente. Sia in primo grado che in appello il ricorso della contribuente è stato respinto.
Secondo i giudici tributari la fruizione dei benefici fiscali doveva ritenersi illegittima in quanto la contribuente non aveva partecipato alla stipula dell'atto notarile di acquisto e non aveva trasferito la propria residenza nell'immobile acquistato dal marito, per cui non poteva pretendere di avvalersi delle agevolazioni concesse per la prima casa solo in virtù della circostanza che si trovava in regime di comunione legale dei beni con il coniuge.

ORIENTAMENTO DELLA CASSAZIONE

La Corte di Cassazione, invece, riformando la decisione dei giudici tributari, ha stabilito la legittima fruizione dei benefici fiscali ed ha annullato direttamente l’atto del Fisco, affermando che ai fini del riconoscimento dell’agevolazione in esame, il requisito della residenza nel Comune in cui è ubicato l'immobile deve essere riferito alla famiglia.
I giudici di legittimità hanno evidenziato che in base al diritto di famiglia i coniugi non sono tenuti ad una comune residenza anagrafica, ma reciprocamente alla coabitazione; di conseguenza una interpretazione della legge tributaria conforme ai principi del diritto di famiglia induce a considerare che la coabitazione con il coniuge costituisce un elemento adeguato a soddisfare il requisito della residenza ai fini tributari, in quanto ciò che conta non è tanto la residenza dei singoli coniugi, quanto quella della famiglia.
Pertanto, anche la norma tributaria va letta ed applicata nel senso che diventa prevalente l'interesse della famiglia rispetto a quello dei singoli coniugi, per cui il metro di valutazione dei requisiti per ottenere il beneficio deve essere diverso in considerazione della presenza di un'altra entità, quale la famiglia.
In virtù di tali principi, dunque, la Suprema Corte ha affermato che, ai fini della fruizione dei benefici fiscali sull’acquisto della prima casa, il requisito della residenza nel Comune in cui è ubicato l'immobile deve essere riferito alla famiglia, con la conseguenza che, in caso di comunione legale tra coniugi, quel che rileva è che l'immobile acquistato sia destinato a residenza familiare, mentre non assume rilievo in contrario la circostanza che uno dei coniugi non abbia la residenza in tale Comune, e ciò in ogni caso in cui il bene sia divenuto oggetto della comunione ex articolo 177 del codice civile, quindi sia in caso di acquisto separato che in quello di acquisto congiunto del bene stesso.

Prorogata la scadenza del Modello 770/2015

Allo scadere del termine orginario (oggi) arriva la proroga ufficiale della scadenza per la presentazione del Modello 770/2015. È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 175 del 30 luglio 2015, il D.p.c.m. del 28 luglio 2015 che stabilisce il differimento al 21 settembre 2015.

I sostituti d’imposta, dunque, possono adempiere regolarmente alla presentazione della dichiarazione relativa all’anno 2014, trasmettendo il Modello 770/2015, sia Semplificato che Ordinario, in via telematica all’Agenzia delle Entrate entro il 21 settembre 2015.
Alla compilazione ed all’invio del modello 770/2015 Semplificato sono tenuti i sostituti d’imposta, comprese le Amministrazioni dello Stato, per comunicare in via telematica all’Agenzia delle Entrate i dati fiscali relativi alle ritenute operate nell’anno 2014, nonché gli altri dati contributivi ed assicurativi richiesti. In particolare, detto modello contiene i dati relativi alle certificazioni rilasciate ai soggetti cui sono stati corrisposti in tale anno redditi di lavoro dipendente, equiparati ed assimilati, indennità di fine rapporto, prestazioni in forma di capitale erogate da fondi pensione, redditi di lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi, nonché i dati contributivi, previdenziali ed assicurativi e quelli relativi all’assistenza fiscale prestata nell’anno 2014 per il periodo d’imposta precedente.
Il modello 770 Ordinario, invece, deve essere utilizzato dai sostituti d’imposta, dagli intermediari e dagli altri soggetti che intervengono in operazioni fiscalmente rilevanti, tenuti, sulla base di specifiche disposizioni normative, a comunicare i dati relativi alle ritenute operate su dividendi, proventi da partecipazione, redditi di capitale erogati nell’anno 2014 od operazioni di natura finanziaria effettuate nello stesso periodo, nonché i dati riassuntivi relativi alle indennità di esproprio e quelli concernenti i versamenti effettuati, le compensazioni operate e i crediti d’imposta utilizzati.
Ma gli effetti della proroga si estendono anche ad altri importanti adempimenti:
– grazie al differimento del termine, infatti, i sostituti d’imposta hanno tempo fino al 21 settembre 2015 anche per regolarizzare eventuali omessi versamenti di ritenute beneficiando dell’istituto del ravvedimento operoso con l’applicazione di sanzioni ridotte;
– inoltre, sarà possibile posticipare fino al 21 settembre 2015 la presentazione in via telematica all’Agenza delle Entrate delle Certificazioni Uniche (CU2015) contenenti esclusivamente redditi non dichiarabili mediante il modello 730 (come i redditi di lavoro autonomo non occasionale). La stessa Agenzia delle Entrate ha chiarito, infatti, che in considerazione della portata innovativa dell’obbligo di trasmissione telematica delle certificazioni, non saranno applicate sanzioni per le CU2015 che presentano le predette caratteristiche, trasmesse oltre il termine previsto del 9 marzo 2015, purchè la presentazione avvenga entro il termine previsto per la presentazione del modello 770 Semplificato.

Allo scadere del termine orginario (oggi) arriva la proroga ufficiale della scadenza per la presentazione del Modello 770/2015. È stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 175 del 30 luglio 2015, il D.p.c.m. del 28 luglio 2015 che stabilisce il differimento al 21 settembre 2015.

I sostituti d’imposta, dunque, possono adempiere regolarmente alla presentazione della dichiarazione relativa all’anno 2014, trasmettendo il Modello 770/2015, sia Semplificato che Ordinario, in via telematica all’Agenzia delle Entrate entro il 21 settembre 2015.
Alla compilazione ed all’invio del modello 770/2015 Semplificato sono tenuti i sostituti d’imposta, comprese le Amministrazioni dello Stato, per comunicare in via telematica all’Agenzia delle Entrate i dati fiscali relativi alle ritenute operate nell’anno 2014, nonché gli altri dati contributivi ed assicurativi richiesti. In particolare, detto modello contiene i dati relativi alle certificazioni rilasciate ai soggetti cui sono stati corrisposti in tale anno redditi di lavoro dipendente, equiparati ed assimilati, indennità di fine rapporto, prestazioni in forma di capitale erogate da fondi pensione, redditi di lavoro autonomo, provvigioni e redditi diversi, nonché i dati contributivi, previdenziali ed assicurativi e quelli relativi all’assistenza fiscale prestata nell’anno 2014 per il periodo d’imposta precedente.
Il modello 770 Ordinario, invece, deve essere utilizzato dai sostituti d’imposta, dagli intermediari e dagli altri soggetti che intervengono in operazioni fiscalmente rilevanti, tenuti, sulla base di specifiche disposizioni normative, a comunicare i dati relativi alle ritenute operate su dividendi, proventi da partecipazione, redditi di capitale erogati nell’anno 2014 od operazioni di natura finanziaria effettuate nello stesso periodo, nonché i dati riassuntivi relativi alle indennità di esproprio e quelli concernenti i versamenti effettuati, le compensazioni operate e i crediti d’imposta utilizzati.
Ma gli effetti della proroga si estendono anche ad altri importanti adempimenti:
- grazie al differimento del termine, infatti, i sostituti d’imposta hanno tempo fino al 21 settembre 2015 anche per regolarizzare eventuali omessi versamenti di ritenute beneficiando dell’istituto del ravvedimento operoso con l’applicazione di sanzioni ridotte;
- inoltre, sarà possibile posticipare fino al 21 settembre 2015 la presentazione in via telematica all’Agenza delle Entrate delle Certificazioni Uniche (CU2015) contenenti esclusivamente redditi non dichiarabili mediante il modello 730 (come i redditi di lavoro autonomo non occasionale). La stessa Agenzia delle Entrate ha chiarito, infatti, che in considerazione della portata innovativa dell’obbligo di trasmissione telematica delle certificazioni, non saranno applicate sanzioni per le CU2015 che presentano le predette caratteristiche, trasmesse oltre il termine previsto del 9 marzo 2015, purchè la presentazione avvenga entro il termine previsto per la presentazione del modello 770 Semplificato.

Autotrasporto: istituito il codice tributo per il credito d’imposta

L’Agenzia delle entrate con la risoluzione 30 luglio 2015 n. 68/E ha istituito il codice tributo per l’utilizzo in compensazione, mediante il modello F24, del credito d’imposta a favore delle imprese di autotrasporto per l’acquisizione di beni capitali

Ai sensi dell’articolo 32-bis del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, i contributi alle imprese di autotrasporto per l’acquisizione di beni capitali, a valere sulle risorse finanziarie destinate al settore dell’autotrasporto, per l’esercizio finanziario 2014, nei limiti delle risorse finanziarie effettivamente disponibili e, comunque, non oltre complessivi 15 milioni di euro, sono fruiti mediante credito d’imposta da utilizzare in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e presentando il modello F24 esclusivamente attraverso i servizi telematici offerti dall’Agenzia delle entrate, pena lo scarto dell’operazione di versamento, salvo che i destinatari presentino espressa dichiarazione di voler fruire del contributo diretto.
Il citato credito d’imposta può essere utilizzato in compensazione solo successivamente alla comunicazione da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti degli elenchi dei beneficiari, unitamente ai relativi codici fiscali e agli importi dei contributi unitari spettanti alle imprese, da trasmettere all’Agenzia delle entrate secondo modalità telematiche.

Per consentire l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta in argomento, tramite il modello F24, nei limiti, termini e condizioni previsti dalla norma, è istituito il seguente codice tributo:
– “6848” denominato “Credito d’imposta a favore delle imprese di autotrasporto per l’acquisizione di beni capitali – art. 32-bis, comma 2, del D.L. n. 133/2014”.

L’Agenzia delle entrate con la risoluzione 30 luglio 2015 n. 68/E ha istituito il codice tributo per l’utilizzo in compensazione, mediante il modello F24, del credito d’imposta a favore delle imprese di autotrasporto per l’acquisizione di beni capitali

Ai sensi dell’articolo 32-bis del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164, i contributi alle imprese di autotrasporto per l'acquisizione di beni capitali, a valere sulle risorse finanziarie destinate al settore dell'autotrasporto, per l'esercizio finanziario 2014, nei limiti delle risorse finanziarie effettivamente disponibili e, comunque, non oltre complessivi 15 milioni di euro, sono fruiti mediante credito d'imposta da utilizzare in compensazione ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, e presentando il modello F24 esclusivamente attraverso i servizi telematici offerti dall'Agenzia delle entrate, pena lo scarto dell'operazione di versamento, salvo che i destinatari presentino espressa dichiarazione di voler fruire del contributo diretto.
Il citato credito d'imposta può essere utilizzato in compensazione solo successivamente alla comunicazione da parte del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti degli elenchi dei beneficiari, unitamente ai relativi codici fiscali e agli importi dei contributi unitari spettanti alle imprese, da trasmettere all’Agenzia delle entrate secondo modalità telematiche.

Per consentire l’utilizzo in compensazione del credito d’imposta in argomento, tramite il modello F24, nei limiti, termini e condizioni previsti dalla norma, è istituito il seguente codice tributo:
- "6848" denominato "Credito d’imposta a favore delle imprese di autotrasporto per l’acquisizione di beni capitali – art. 32-bis, comma 2, del D.L. n. 133/2014".

Accordo Fatca sullo scambio automatico di dati tra Italia e USA

L’Agenzia delle entrate con il comunicato del 29 luglio 2015 rende noto che è in arrivo il provvedimento definitivo dell’Agenzia delle entrate contenente le istruzioni che gli operatori devono utilizzare per trasmettere alle Entrate le informazioni previste dall’accordo Fatca sullo scambio automatico di dati tra Italia e USA.

I destinatari del provvedimento sono le istituzioni finanziarie italiane (Reporting Italian Financial Institution, Rifi), fatte salve le eccezioni previste dal decreto. Ai fini della comunicazione, le Rifi possono, ad alcune condizioni, avvalersi di entità sponsor e di fornitori terzi di servizi.
Devono essere trasmessi il codice fiscale della Rifi e quello dell’entità sponsor, se presente. Oggetto di invio sono inoltre i dati di cui all’articolo 5 del decreto ministeriale, oltre al codice fiscale italiano, se disponibile, di ciascun soggetto interessato dalla comunicazione.
L’Agenzia chiarisce inoltre che, in assenza di conti statunitensi oggetto di comunicazione e di pagamenti corrisposti a un’istituzione finanziaria non partecipante titolare di un conto finanziario, in relazione all’anno di riferimento, la Rifi non è tenuta a effettuare alcuna comunicazione.
Gli operatori finanziari interessati dall’accordo Fatca dovranno inviare le informazioni sui conti finanziari statunitensi concernenti l’anno 2014 entro il 31 agosto 2015. Sarà compito dell’Agenzia trasmetterle successivamente all’IRS (Internal Revenue Service), autorità competente USA, nel rispetto degli impegni internazionali.
Per le informazioni relative agli anni seguenti, il termine per la trasmissione all’Agenzia sarà il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento.
I dati viaggeranno attraverso il canale telematico (piattaforma Sid – sistema interscambio dati), in base alle regole fornite con il provvedimento dell’Agenzia del 25 marzo 2013, relativo alle Modalità per la comunicazione integrativa annuale all’archivio dei rapporti finanziari.

L’Agenzia delle entrate con il comunicato del 29 luglio 2015 rende noto che è in arrivo il provvedimento definitivo dell’Agenzia delle entrate contenente le istruzioni che gli operatori devono utilizzare per trasmettere alle Entrate le informazioni previste dall’accordo Fatca sullo scambio automatico di dati tra Italia e USA.

I destinatari del provvedimento sono le istituzioni finanziarie italiane (Reporting Italian Financial Institution, Rifi), fatte salve le eccezioni previste dal decreto. Ai fini della comunicazione, le Rifi possono, ad alcune condizioni, avvalersi di entità sponsor e di fornitori terzi di servizi.
Devono essere trasmessi il codice fiscale della Rifi e quello dell’entità sponsor, se presente. Oggetto di invio sono inoltre i dati di cui all’articolo 5 del decreto ministeriale, oltre al codice fiscale italiano, se disponibile, di ciascun soggetto interessato dalla comunicazione.
L’Agenzia chiarisce inoltre che, in assenza di conti statunitensi oggetto di comunicazione e di pagamenti corrisposti a un’istituzione finanziaria non partecipante titolare di un conto finanziario, in relazione all’anno di riferimento, la Rifi non è tenuta a effettuare alcuna comunicazione.
Gli operatori finanziari interessati dall’accordo Fatca dovranno inviare le informazioni sui conti finanziari statunitensi concernenti l’anno 2014 entro il 31 agosto 2015. Sarà compito dell’Agenzia trasmetterle successivamente all’IRS (Internal Revenue Service), autorità competente USA, nel rispetto degli impegni internazionali.
Per le informazioni relative agli anni seguenti, il termine per la trasmissione all’Agenzia sarà il 30 aprile dell’anno successivo a quello di riferimento.
I dati viaggeranno attraverso il canale telematico (piattaforma Sid - sistema interscambio dati), in base alle regole fornite con il provvedimento dell’Agenzia del 25 marzo 2013, relativo alle Modalità per la comunicazione integrativa annuale all’archivio dei rapporti finanziari.

Assunzione agevolata per sostituzione di maternità: applicabilità in ambito INPGI

Il campo di applicazione dell’agevolazione contributiva per assunzione di personale con contratto a termine in sostituzione di lavoratori in congedo di maternità/paternità

Lo sgravio contributivo del 50% riguarda le assunzioni a termine effettuate in sostituzione di lavoratrici o lavoratori subordinati in congedo, fino al compimento di un anno di età del figlio o per un anno dall’accoglienza del minore adottato o in affidamento, ovvero per un periodo massimo di 12 mesi in caso di sostituzione di lavoratrici autonome. Il beneficio trova applicazione nei confronti della generalità dei datori di lavoro, anche non imprenditori, nel rispetto del requisito dimensionale di 20 dipendenti.
D’altro canto, l’INPGI costituisce una fondazione avente personalità giuridica di diritto privato, dotata di autonomia gestionale, organizzativa e contabile. L’Istituto previdenziale, infatti, gestisce con regolamentazione autonoma, nell’ambito di un regime sostitutivo, tutte le forme di previdenza e assistenza obbligatorie in favore dei giornalisti praticanti, professionisti e pubblicisti iscritti all’Ente medesimo, con rapporto di lavoro dipendente o autonomo. Ne consegue, perciò, che l’INPGI ha facoltà di adottare disposizioni regolamentari in autonomia, quali ad esempio quelle riguardanti i provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, sempre che le medesime risultino finalizzate ad assicurare l’equilibrio del bilancio e siano sottoposte all’approvazione dei Ministeri vigilanti.
Dunque, il citato sgravio contributivo trova applicazione anche in ambito INPGI, fermo restando la necessità dell’Istituto di modularne il contenuto attraverso proprie delibere.

Il campo di applicazione dell’agevolazione contributiva per assunzione di personale con contratto a termine in sostituzione di lavoratori in congedo di maternità/paternità

Lo sgravio contributivo del 50% riguarda le assunzioni a termine effettuate in sostituzione di lavoratrici o lavoratori subordinati in congedo, fino al compimento di un anno di età del figlio o per un anno dall’accoglienza del minore adottato o in affidamento, ovvero per un periodo massimo di 12 mesi in caso di sostituzione di lavoratrici autonome. Il beneficio trova applicazione nei confronti della generalità dei datori di lavoro, anche non imprenditori, nel rispetto del requisito dimensionale di 20 dipendenti.
D’altro canto, l’INPGI costituisce una fondazione avente personalità giuridica di diritto privato, dotata di autonomia gestionale, organizzativa e contabile. L’Istituto previdenziale, infatti, gestisce con regolamentazione autonoma, nell’ambito di un regime sostitutivo, tutte le forme di previdenza e assistenza obbligatorie in favore dei giornalisti praticanti, professionisti e pubblicisti iscritti all’Ente medesimo, con rapporto di lavoro dipendente o autonomo. Ne consegue, perciò, che l’INPGI ha facoltà di adottare disposizioni regolamentari in autonomia, quali ad esempio quelle riguardanti i provvedimenti di variazione delle aliquote contributive, sempre che le medesime risultino finalizzate ad assicurare l’equilibrio del bilancio e siano sottoposte all’approvazione dei Ministeri vigilanti.
Dunque, il citato sgravio contributivo trova applicazione anche in ambito INPGI, fermo restando la necessità dell’Istituto di modularne il contenuto attraverso proprie delibere.

Chiarimenti ministeriali sulle cooperative sociali di tipo b

Si forniscono chiarimenti in merito alla determinazione della percentuale minima del 30% dei soggetti svantaggiati di cui all’art. 4 della L. n. 381/1991, recante la disciplina delle cooperative sociali.

Nello specifico, ai sensi dell’art. 4, co. 2, L. n. 381/1991, le persone svantaggiate devono costituire almeno il 30% dei lavoratori della cooperativa nonché, compatibilmente con il loro stato soggettivo, assumere la qualità di socio della cooperativa stessa.
Solo laddove si riscontri il raggiungimento della suddetta percentuale minima la cooperativa sociale di tipo b) potrà fruire di alcuni benefici fiscali e di altre peculiari trattamenti, tra i quali la totale esenzione contributiva. Il suddetto limite del 30% deve essere inteso quale “media annuale dei lavoratori in forza”, salvo diversa previsione da parte della legislazione regionale (anche in conformità alle più recenti normative comunitarie e nazionali che si riferiscono al “parametro annuo” per la verifica del requisito di PMI).
Ai fini dell’individuazione della percentuale medesima, dunque, la previsione normativa in questione non richiama i criteri afferenti all’orario di lavoro effettivamente svolto dai soggetti disagiati.
La ratio della legge risiede nel creare opportunità lavorative per quelle persone che, proprio a causa della loro condizione di disagio psichico, fisico e sociale, trovano difficoltà all’inserimento nel mercato del lavoro, anche e soprattutto laddove si richieda loro una prestazione lavorativa a tempo pieno. Pertanto, si ritiene che la determinazione del 30% dei soggetti svantaggiati vada effettuata per “teste” e non in base alle ore effettivamente svolte dai lavoratori stessi.

Si forniscono chiarimenti in merito alla determinazione della percentuale minima del 30% dei soggetti svantaggiati di cui all’art. 4 della L. n. 381/1991, recante la disciplina delle cooperative sociali.

Nello specifico, ai sensi dell’art. 4, co. 2, L. n. 381/1991, le persone svantaggiate devono costituire almeno il 30% dei lavoratori della cooperativa nonché, compatibilmente con il loro stato soggettivo, assumere la qualità di socio della cooperativa stessa.
Solo laddove si riscontri il raggiungimento della suddetta percentuale minima la cooperativa sociale di tipo b) potrà fruire di alcuni benefici fiscali e di altre peculiari trattamenti, tra i quali la totale esenzione contributiva. Il suddetto limite del 30% deve essere inteso quale "media annuale dei lavoratori in forza", salvo diversa previsione da parte della legislazione regionale (anche in conformità alle più recenti normative comunitarie e nazionali che si riferiscono al "parametro annuo" per la verifica del requisito di PMI).
Ai fini dell’individuazione della percentuale medesima, dunque, la previsione normativa in questione non richiama i criteri afferenti all’orario di lavoro effettivamente svolto dai soggetti disagiati.
La ratio della legge risiede nel creare opportunità lavorative per quelle persone che, proprio a causa della loro condizione di disagio psichico, fisico e sociale, trovano difficoltà all’inserimento nel mercato del lavoro, anche e soprattutto laddove si richieda loro una prestazione lavorativa a tempo pieno. Pertanto, si ritiene che la determinazione del 30% dei soggetti svantaggiati vada effettuata per "teste" e non in base alle ore effettivamente svolte dai lavoratori stessi.

La condanna penale per appropriazione di beni aziendali non giustifica il licenziamento

È illegittimo il licenziamento dei dipendenti di un supermercato che si appropriano di alcuni prodotti alimentari senza permesso e li consumano all’interno dell’attività, seppur condannati penalmente, in quanto non si può automaticamente far discendere la sanzione di natura privatistica da quella penalistica, trattandosi di illeciti e relative sanzioni che hanno finalità e presupposti diversi. (CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 17 luglio 2015, n. 15058)

La Corte d’appello, in conformità con i giudici della Corte territoriale, ha rigettato il ricorso di una società, dichiarando illegittimi, perché sproporzionati, i licenziamenti disciplinari da essa intimati ad alcuni suoi dipendenti, con conseguente ordine di reintegra nel posto di lavoro e conseguenze economiche. Nello specifico, gli addebiti riguardavano l’appropriazione di beni aziendali, ossia di alcuni prodotti alimentari del supermercato che i lavoratori avevano consumato sul luogo di lavoro.
Dunque, la Corte non ha ritenuto che i fatti siano stati tali da giustificare la massima sanzione espulsiva vista la tenuità del valore dei generi alimentari consumati e la scarsa consapevolezza dei lavoratori di commettere un illecito, per cui non è stato tenuto in conto quanto asserito dalla ricorrente, ovvero, che tutti i lavoratori erano stati condannati in sede penale per i medesimi fatti.
Secondo la società ricorrente, la stessa sentenza impugnata non ha considerato che proprio tale disinvoltura nel consumare prodotti alimentari dimostra, secondo lei, la gravità delle condotte medesime, alla luce anche degli artt. 161 e 179 CCNL per i dipendenti da imprese della distribuzione cooperativa che prevedono, appunto, il licenziamento per giusta causa in caso di appropriazione sul luogo di lavoro di beni aziendali o di terzi.
Tuttavia, secondo la Supreme Corte, vertendosi in materia disciplinare, va sempre in concreto esaminata la gravità dell’infrazione sotto il profilo oggettivo e soggettivo e sotto quello della futura affidabilità del dipendente a rendere la prestazione dedotta in contratto.
Per cui, si tratta di valutazioni di fatto che i giudici d’appello hanno eseguito con motivazione immune da vizi logico giuridici, giungendo alla conclusione che le infrazioni addebitate non sono di gravità tale, riguardo sia all’elemento oggettivo che a quello soggettivo, da minare in modo irrimediabile il rapporto fiduciario tra le parti.
Inoltre, la suddetta pronuncia ha accertato la particolare tenuità del danno, trattandosi di beni di scarso valore commerciale e consumati sullo stesso luogo di lavoro senza ricorrere a loro occultamento o ad altre precauzioni sintomatiche della consapevolezza dell’illiceità della condotta.
Secondo la Suprema Corte, non conta la condanna in sede penale perché il giudizio penale concerne solo l’accertamento dei fatti materialiche costituiscono l’area comune dei due processi (quello civile e quello penale),e non vincola l’autonomo apprezzamento del giudice del lavoro in termini di configurabilità della giusta causa o del giusto motivo di licenziamento.
Pertanto, nel rigettare il ricorso, i giudici hanno ritenuto che seppur l’impossessamento di beni aziendali ha determinato danni ingenti per il supermercato si tratta, da un lato, d’un accertamento di merito precluso alla Corte e, dall’altro, di un dato statistico che, sebbene idoneo ad inquadrare il fenomeno nelle sue linee generali, nulla dice circa le singole personali responsabilità dei controricorrenti, che ovviamente non possono essere chiamati a rispondere di impossessamenti dovuti a terzi (altri loro colleghi o clienti del supermermarcato).

È illegittimo il licenziamento dei dipendenti di un supermercato che si appropriano di alcuni prodotti alimentari senza permesso e li consumano all'interno dell'attività, seppur condannati penalmente, in quanto non si può automaticamente far discendere la sanzione di natura privatistica da quella penalistica, trattandosi di illeciti e relative sanzioni che hanno finalità e presupposti diversi. (CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 17 luglio 2015, n. 15058)

La Corte d’appello, in conformità con i giudici della Corte territoriale, ha rigettato il ricorso di una società, dichiarando illegittimi, perché sproporzionati, i licenziamenti disciplinari da essa intimati ad alcuni suoi dipendenti, con conseguente ordine di reintegra nel posto di lavoro e conseguenze economiche. Nello specifico, gli addebiti riguardavano l’appropriazione di beni aziendali, ossia di alcuni prodotti alimentari del supermercato che i lavoratori avevano consumato sul luogo di lavoro.
Dunque, la Corte non ha ritenuto che i fatti siano stati tali da giustificare la massima sanzione espulsiva vista la tenuità del valore dei generi alimentari consumati e la scarsa consapevolezza dei lavoratori di commettere un illecito, per cui non è stato tenuto in conto quanto asserito dalla ricorrente, ovvero, che tutti i lavoratori erano stati condannati in sede penale per i medesimi fatti.
Secondo la società ricorrente, la stessa sentenza impugnata non ha considerato che proprio tale disinvoltura nel consumare prodotti alimentari dimostra, secondo lei, la gravità delle condotte medesime, alla luce anche degli artt. 161 e 179 CCNL per i dipendenti da imprese della distribuzione cooperativa che prevedono, appunto, il licenziamento per giusta causa in caso di appropriazione sul luogo di lavoro di beni aziendali o di terzi.
Tuttavia, secondo la Supreme Corte, vertendosi in materia disciplinare, va sempre in concreto esaminata la gravità dell’infrazione sotto il profilo oggettivo e soggettivo e sotto quello della futura affidabilità del dipendente a rendere la prestazione dedotta in contratto.
Per cui, si tratta di valutazioni di fatto che i giudici d’appello hanno eseguito con motivazione immune da vizi logico giuridici, giungendo alla conclusione che le infrazioni addebitate non sono di gravità tale, riguardo sia all’elemento oggettivo che a quello soggettivo, da minare in modo irrimediabile il rapporto fiduciario tra le parti.
Inoltre, la suddetta pronuncia ha accertato la particolare tenuità del danno, trattandosi di beni di scarso valore commerciale e consumati sullo stesso luogo di lavoro senza ricorrere a loro occultamento o ad altre precauzioni sintomatiche della consapevolezza dell’illiceità della condotta.
Secondo la Suprema Corte, non conta la condanna in sede penale perché il giudizio penale concerne solo l'accertamento dei fatti materialiche costituiscono l’area comune dei due processi (quello civile e quello penale),e non vincola l'autonomo apprezzamento del giudice del lavoro in termini di configurabilità della giusta causa o del giusto motivo di licenziamento.
Pertanto, nel rigettare il ricorso, i giudici hanno ritenuto che seppur l’impossessamento di beni aziendali ha determinato danni ingenti per il supermercato si tratta, da un lato, d’un accertamento di merito precluso alla Corte e, dall’altro, di un dato statistico che, sebbene idoneo ad inquadrare il fenomeno nelle sue linee generali, nulla dice circa le singole personali responsabilità dei controricorrenti, che ovviamente non possono essere chiamati a rispondere di impossessamenti dovuti a terzi (altri loro colleghi o clienti del supermermarcato).

Nessuna sanzione in mancanza della pubblicazione del codice disciplinare

Nessuna sanzione in mancanza della pubblicazione del codice disciplinare

E’ illegittima la sanzione disciplinare conservativa comminata ad un lavoratore senza che sia stato previamente pubblicato il codice disciplinare in luogo accessibile a tutti i dipendenti

La Suprema Corte ha constatato come la mancata affissione del codice disciplinare sia in contrasto con quanto affermato dallo Statuto dei Lavoratori e dalla previsione del Contratto Collettivo applicato dall’azienda stessa, che nello specifico, prevede la massima diffusione del codice disciplinare come regola vincolante all’applicazione delle sanzioni ivi previste.
In particolare, la vicenda riguarda una lavoratrice a cui era stata irrogata una sanzione disciplinare conservativa (sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per quattro giorni) per violazione delle norme di condotta, senza che fosse stato precedentemente pubblicato, in un luogo ben visibile ed accessibile a tutti i dipendenti, il codice disciplinare.
In riforma della pronuncia resa dal giudice di prima istanza, era stata dichiarata l’illegittimità della sanzione disciplinare per violazione consistita nell’aver disattese la specifica disposizione impartitale dal dirigente di usufruire di un protocollo interno del settore di competenza per il deposito di documentazione attinente ad una pratica relativa ad un invalido, avendo la dipendente affidato a persona estranea alla Amministrazione, i documenti da recapitare al protocollo generale.
Di contro, non era apparsa fondata la motivazione addotta dal Comune ricorrente secondo cui la pubblicità del codice disciplinare non è necessaria se la mancanza addebitata dipende dalla violazione di norme di legge e, comunque, di doveri fondamentali del lavoratore. Infatti, è emerso che quando la condotta contestata al lavoratore appaia violatrice non di generali obblighi di legge ma di puntuali regole comportamentali negozialmente previste e funzionali al miglior svolgimento del rapporto di lavoro, l’affissione si presenta necessaria.
Per tale motivo, visto che la contestazione riguardava illeciti consistenti nella violazione di prescrizioni strettamente attinenti alla organizzazione aziendale, la Corte ha ritenuto l’essenzialità della affissione del codice disciplinare.
Va inoltre, considerato che la particolare disciplina contenuta nel CCNL di settore prevede, appunto, che al codice disciplinare deve essere data una particolare forma di pubblicità, che è tassativa e non può essere sostituita con altre, in quanto è il contenuto stesso della disposizione collettiva che disciplina la fattispecie scrutinata e che palesa come inderogabile siffatto obbligo.
Pertanto, la Corte ha rigettato il ricorso del Comune, essendo la norma pattizia chiara nel senso di negare che la pubblicazione per affissione ammetta equipollenti, per cui lo stesso non poteva aderire alla tesi secondo cui sarebbe stato onere della lavoratrice contestare la allegazione oltre che fornire prova contraria, in quanto la contestazione della mancata affissione del codice disciplinare era da ritenersi un suo onere

Nessuna sanzione in mancanza della pubblicazione del codice disciplinare

E’ illegittima la sanzione disciplinare conservativa comminata ad un lavoratore senza che sia stato previamente pubblicato il codice disciplinare in luogo accessibile a tutti i dipendenti

La Suprema Corte ha constatato come la mancata affissione del codice disciplinare sia in contrasto con quanto affermato dallo Statuto dei Lavoratori e dalla previsione del Contratto Collettivo applicato dall’azienda stessa, che nello specifico, prevede la massima diffusione del codice disciplinare come regola vincolante all’applicazione delle sanzioni ivi previste.
In particolare, la vicenda riguarda una lavoratrice a cui era stata irrogata una sanzione disciplinare conservativa (sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per quattro giorni) per violazione delle norme di condotta, senza che fosse stato precedentemente pubblicato, in un luogo ben visibile ed accessibile a tutti i dipendenti, il codice disciplinare.
In riforma della pronuncia resa dal giudice di prima istanza, era stata dichiarata l'illegittimità della sanzione disciplinare per violazione consistita nell'aver disattese la specifica disposizione impartitale dal dirigente di usufruire di un protocollo interno del settore di competenza per il deposito di documentazione attinente ad una pratica relativa ad un invalido, avendo la dipendente affidato a persona estranea alla Amministrazione, i documenti da recapitare al protocollo generale.
Di contro, non era apparsa fondata la motivazione addotta dal Comune ricorrente secondo cui la pubblicità del codice disciplinare non è necessaria se la mancanza addebitata dipende dalla violazione di norme di legge e, comunque, di doveri fondamentali del lavoratore. Infatti, è emerso che quando la condotta contestata al lavoratore appaia violatrice non di generali obblighi di legge ma di puntuali regole comportamentali negozialmente previste e funzionali al miglior svolgimento del rapporto di lavoro, l'affissione si presenta necessaria.
Per tale motivo, visto che la contestazione riguardava illeciti consistenti nella violazione di prescrizioni strettamente attinenti alla organizzazione aziendale, la Corte ha ritenuto l’essenzialità della affissione del codice disciplinare.
Va inoltre, considerato che la particolare disciplina contenuta nel CCNL di settore prevede, appunto, che al codice disciplinare deve essere data una particolare forma di pubblicità, che è tassativa e non può essere sostituita con altre, in quanto è il contenuto stesso della disposizione collettiva che disciplina la fattispecie scrutinata e che palesa come inderogabile siffatto obbligo.
Pertanto, la Corte ha rigettato il ricorso del Comune, essendo la norma pattizia chiara nel senso di negare che la pubblicazione per affissione ammetta equipollenti, per cui lo stesso non poteva aderire alla tesi secondo cui sarebbe stato onere della lavoratrice contestare la allegazione oltre che fornire prova contraria, in quanto la contestazione della mancata affissione del codice disciplinare era da ritenersi un suo onere

L’intervento del Fondo di garanzia in caso di liquidazione del patrimonio

Le condizioni per la richiesta dell’intervento del Fondo di garanzia nell’ipotesi di datore di lavoro assoggettato a procedura di liquidazione del patrimonio

Alla procedura concorsuale di liquidazione del patrimonio, vi possono accedere i debitori non assoggettabili alle procedure concorsuali disciplinate dalla Legge Fallimentare e quindi, a titolo esemplificativo: professionisti ed altri lavoratori autonomi, imprenditori commerciali sotto i limiti soglia di cui alla Legge Fallimentare (in termini di attivo patrimoniale, ricavi lordi, ammontare dei debiti), imprenditori agricoli, start up innovative. Il presupposto oggettivo per l’apertura della procedura è il sovraindebitamento consistente in una situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà ad adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente.
In tale ipotesi, l’intervento del Fondo di garanzia è subordinato alla sussistenza delle condizioni richieste in caso di datore di lavoro non assoggettabile a procedura concorsuale, ovvero:
– cessazione del rapporto di lavoro subordinato. Tale requisito deve essere sempre verificato con le dichiarazioni presenti in UNILAV;
– dimostrazione che il datore di lavoro non è assoggettabile alle procedure concorsuali di cui alla Legge Fallimentare (fallimento, amministrazione controllata e liquidazione coatta amministrativa) e insufficienza delle garanzie patrimoniali. Qui, i requisiti della non applicabilità delle procedure concorsuali e dell’insufficienza delle garanzie, sono dimostrati dall’adozione da parte del Tribunale del decreto di apertura della procedura di liquidazione del patrimonio, che è equiparato ad un atto di pignoramento;
– esistenza del credito per Tfr e ultime 3 mensilità di retribuzione rimasto insoluto, il che è accertato con l’ammissione del credito stesso nello stato passivo del datore di lavoro anche se non è stato precedentemente accertato in giudizio. Pertanto, i lavoratori dipendenti da datori di lavoro per i quali è stata aperta la procedura di liquidazione, possono presentare domanda di intervento del Fondo di garanzia solo dopo il deposito dello stato passivo definitivo. In assenza di osservazioni, la domanda può essere presentata dopo che il liquidatore abbia definitivamente approvato lo stato passivo da lui stesso redatto; oppure, nel caso in cui, a seguito di contestazioni non sanabili, gli atti siano stati rimessi al giudice, la domanda può essere presentata in seguito al decreto del giudice che approva lo stato passivo; se è stato proposto reclamo contro il decreto, la domanda va presentata dopo la relativa decisione.
I termini di prescrizione della domanda di intervento del Fondo, potendo questo tipo di procedura essere equiparata ad un pignoramento positivo, si intendono sospesi per la durata della liquidazione e decorrono nuovamente dalla data del decreto di chiusura della procedura.

Le condizioni per la richiesta dell’intervento del Fondo di garanzia nell’ipotesi di datore di lavoro assoggettato a procedura di liquidazione del patrimonio

Alla procedura concorsuale di liquidazione del patrimonio, vi possono accedere i debitori non assoggettabili alle procedure concorsuali disciplinate dalla Legge Fallimentare e quindi, a titolo esemplificativo: professionisti ed altri lavoratori autonomi, imprenditori commerciali sotto i limiti soglia di cui alla Legge Fallimentare (in termini di attivo patrimoniale, ricavi lordi, ammontare dei debiti), imprenditori agricoli, start up innovative. Il presupposto oggettivo per l’apertura della procedura è il sovraindebitamento consistente in una situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà ad adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente.
In tale ipotesi, l’intervento del Fondo di garanzia è subordinato alla sussistenza delle condizioni richieste in caso di datore di lavoro non assoggettabile a procedura concorsuale, ovvero:
- cessazione del rapporto di lavoro subordinato. Tale requisito deve essere sempre verificato con le dichiarazioni presenti in UNILAV;
- dimostrazione che il datore di lavoro non è assoggettabile alle procedure concorsuali di cui alla Legge Fallimentare (fallimento, amministrazione controllata e liquidazione coatta amministrativa) e insufficienza delle garanzie patrimoniali. Qui, i requisiti della non applicabilità delle procedure concorsuali e dell’insufficienza delle garanzie, sono dimostrati dall’adozione da parte del Tribunale del decreto di apertura della procedura di liquidazione del patrimonio, che è equiparato ad un atto di pignoramento;
- esistenza del credito per Tfr e ultime 3 mensilità di retribuzione rimasto insoluto, il che è accertato con l’ammissione del credito stesso nello stato passivo del datore di lavoro anche se non è stato precedentemente accertato in giudizio. Pertanto, i lavoratori dipendenti da datori di lavoro per i quali è stata aperta la procedura di liquidazione, possono presentare domanda di intervento del Fondo di garanzia solo dopo il deposito dello stato passivo definitivo. In assenza di osservazioni, la domanda può essere presentata dopo che il liquidatore abbia definitivamente approvato lo stato passivo da lui stesso redatto; oppure, nel caso in cui, a seguito di contestazioni non sanabili, gli atti siano stati rimessi al giudice, la domanda può essere presentata in seguito al decreto del giudice che approva lo stato passivo; se è stato proposto reclamo contro il decreto, la domanda va presentata dopo la relativa decisione.
I termini di prescrizione della domanda di intervento del Fondo, potendo questo tipo di procedura essere equiparata ad un pignoramento positivo, si intendono sospesi per la durata della liquidazione e decorrono nuovamente dalla data del decreto di chiusura della procedura.

Comunicazione telematica “offerta di conciliazione”, ulteriori indirizzi operativi

Nuovi chiarimenti in relazione all’obbligo d’invio della comunicazione telematica dell’offerta di conciliazione

 

Come noto, alle nuove assunzioni a tempo indeterminato, alle trasformazioni di un contratto da tempo determinato a indeterminato o agli apprendisti passati in qualifica dalla data del 7 marzo 2015, si applica una nuova disciplina in materia di tutela dei licenziamenti illegittimi. In particolare, tra le varie novità, è introdotto un nuovo istituto di conciliazione per la risoluzione stragiudiziale delle controversie sui licenziamenti, che consente al datore di lavoro di offrire una somma predeterminata al lavoratore in cambio della rinuncia alla impugnazione del licenziamento. La novità riguarda anche i lavoratori assunti precedentemente al 7 marzo 2015 nelle aziende che dopo la predetta data supereranno la soglia dei 15 dipendenti.
Orbene, ai fini del monitoraggio, oltre alla normale comunicazione obbligatoria telematica di cessazione del rapporto, è perciò prevista una ulteriore comunicazione (“UNILAV_Conciliazione”, disponibile a partire dal 1° giugno 2015 nella sezione “ADEMPIMENTI” del portale “Cliclavoro”: www.cliclavoro.gov.it) da effettuarsi entro 65 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro, attraverso cui i datori possono comunicare le informazioni relative al procedimento di conciliazione.
La comunicazione prevista è dovuta solo nei casi in cui il datore di lavoro propone la conciliazione al lavoratore ed è obbligatoria anche per le agenzie per il lavoro nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro; non va effettuata, invece, quando il rapporto si risolve durante il periodo di prova.
I datori di lavoro devono registrarsi al portale “Cliclavoro” e accedere all’applicazione inserendo il codice di comunicazione rilasciato al momento della comunicazione di cessazione. Peraltro, la comunicazione può essere effettuata anche per il tramite di soggetti abilitati (consulenti del lavoro; avvocati e procuratori legali, dottori commercialisti, ragionieri e periti commerciali, che abbiano provveduto alla comunicazione alla DTL della provincia in cui esercitano la consulenza del lavoro; associazioni di categoria delle imprese artigiane e delle piccole imprese, anche in forma cooperativa; associazioni di categoria delle imprese agricole; altre associazioni di categoria; agenzie per il lavoro, per l’invio del prospetto riguardante i propri dipendenti; consorzi e gruppi di imprese, per conto di tutte le imprese del gruppo o consorziate).

Nuovi chiarimenti in relazione all’obbligo d’invio della comunicazione telematica dell’offerta di conciliazione

 

Come noto, alle nuove assunzioni a tempo indeterminato, alle trasformazioni di un contratto da tempo determinato a indeterminato o agli apprendisti passati in qualifica dalla data del 7 marzo 2015, si applica una nuova disciplina in materia di tutela dei licenziamenti illegittimi. In particolare, tra le varie novità, è introdotto un nuovo istituto di conciliazione per la risoluzione stragiudiziale delle controversie sui licenziamenti, che consente al datore di lavoro di offrire una somma predeterminata al lavoratore in cambio della rinuncia alla impugnazione del licenziamento. La novità riguarda anche i lavoratori assunti precedentemente al 7 marzo 2015 nelle aziende che dopo la predetta data supereranno la soglia dei 15 dipendenti.
Orbene, ai fini del monitoraggio, oltre alla normale comunicazione obbligatoria telematica di cessazione del rapporto, è perciò prevista una ulteriore comunicazione ("UNILAV_Conciliazione", disponibile a partire dal 1° giugno 2015 nella sezione "ADEMPIMENTI" del portale "Cliclavoro": www.cliclavoro.gov.it) da effettuarsi entro 65 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro, attraverso cui i datori possono comunicare le informazioni relative al procedimento di conciliazione.
La comunicazione prevista è dovuta solo nei casi in cui il datore di lavoro propone la conciliazione al lavoratore ed è obbligatoria anche per le agenzie per il lavoro nel caso di risoluzione del rapporto di lavoro; non va effettuata, invece, quando il rapporto si risolve durante il periodo di prova.
I datori di lavoro devono registrarsi al portale "Cliclavoro" e accedere all'applicazione inserendo il codice di comunicazione rilasciato al momento della comunicazione di cessazione. Peraltro, la comunicazione può essere effettuata anche per il tramite di soggetti abilitati (consulenti del lavoro; avvocati e procuratori legali, dottori commercialisti, ragionieri e periti commerciali, che abbiano provveduto alla comunicazione alla DTL della provincia in cui esercitano la consulenza del lavoro; associazioni di categoria delle imprese artigiane e delle piccole imprese, anche in forma cooperativa; associazioni di categoria delle imprese agricole; altre associazioni di categoria; agenzie per il lavoro, per l'invio del prospetto riguardante i propri dipendenti; consorzi e gruppi di imprese, per conto di tutte le imprese del gruppo o consorziate).