Aumento IVA ordinaria: l’aliquota passa dal 21 al 22 per cento

Da domani scatta ufficialmente l’aumento dell’aliquota IVA ordinaria, che passa dal 21% al 22% per numerosi prodotti in commercio e gran parte delle prestazioni di servizi. Era in discussione l’ipotesi di una ulteriore proroga che avrebbe portato l’aumento all’inizio del 2014, ma il provvedimento non è stato approntato in tempo utile.

Si ricorda che l’aumento dell’IVA era stabilito con decorrenza dal 1° luglio 2013, ma a pochi giorni dall’entrata in vigore, con il cd. “decreto occupazione” approvato con il decreto legge n. 76/2013, è stata disposta la proroga al 1° ottobre 2013.
Da domani, quindi, tutti i prodotti, già assoggettati ad aliquota IVA al 21%, dovranno essere venduti applicando l’aliquota al 22%, ancorché siano stati acquistati con l’aliquota più bassa.
Allo stesso modo, le prestazioni di servizi, già assoggettate ad aliquota IVA al 21%, per le quali il momento impositivo si realizza dal 1° ottobre, dovranno scontare l’IVA al 22% anche se la prestazione è iniziata prima.
Il 30 settembre 2013, dunque, costituisce lo spartiacque fra le due aliquote e, l’applicazione dell’una o dell’altra aliquota dipende dal momento in cui l’operazione si considera effettuata ai fini IVA.
Sulla base dei principi generali, il momento in cui l’operazione si considera effettuata corrisponde:
– per le cessioni di beni mobili, con la consegna o spedizione degli stessi;
– per le cessioni di beni immobili, con la stipulazione dell’atto di trasferimento;
– per le prestazioni di servizi, con il pagamento del corrispettivo.
Tuttavia, per quanto concerne le cessioni di beni, mobili e immobili, e le prestazioni di servizi, qualora prima del perfezionamento dell’evento da cui deriva l’esigibilità dell’imposta, o indipendentemente da esso, sia emessa fattura o sia pagato in tutto o in parte il corrispettivo, l’operazione si considera comunque effettuata, limitatamente all’importo pagato o fatturato, alla data della fattura o del pagamento.
Quindi, le cessioni di beni pagate o fatturate entro il 30 settembre 2013 scontano l’IVA al 21%, anche se l’operazione è perfezionata successivamente; allo stesso modo scontano l’aliquota più bassa le prestazioni di servizi pagate o fatturate entro il 30 settembre 2013 ancorché eseguite oltre tale data.
Gli acconti eventualmente pagati entro il 30 settembre 2013, su operazioni che si perfezionino oltre tale data, devono essere fatturati con aliquota IVA al 21%; successivamente, dal 1° ottobre 2013, sull’importo residuo a saldo dovrà essere applicata l’IVA al 22% con il perfezionamento dell’operazione o, se antecedente, in occasione del pagamento.
Sebbene sia stato ipotizzato il differimento di tre mesi dell’aumento dell’IVA, da domani l’aliquota deve essere applicata al 22%, poiché un eventuale provvedimento d’urgenza che dovesse disporre il blocco dell’aumento, avrebbe comunque effetto, al più presto, dal giorno della pubblicazione in gazzetta ufficiale del decreto legge contenente la disposizione di modifica della previsione contenuta nell’articolo 40, comma 1-ter, del decreto legge n. 98/2011.

Da domani scatta ufficialmente l’aumento dell’aliquota IVA ordinaria, che passa dal 21% al 22% per numerosi prodotti in commercio e gran parte delle prestazioni di servizi. Era in discussione l’ipotesi di una ulteriore proroga che avrebbe portato l’aumento all’inizio del 2014, ma il provvedimento non è stato approntato in tempo utile.

Si ricorda che l’aumento dell’IVA era stabilito con decorrenza dal 1° luglio 2013, ma a pochi giorni dall’entrata in vigore, con il cd. "decreto occupazione" approvato con il decreto legge n. 76/2013, è stata disposta la proroga al 1° ottobre 2013.
Da domani, quindi, tutti i prodotti, già assoggettati ad aliquota IVA al 21%, dovranno essere venduti applicando l’aliquota al 22%, ancorché siano stati acquistati con l’aliquota più bassa.
Allo stesso modo, le prestazioni di servizi, già assoggettate ad aliquota IVA al 21%, per le quali il momento impositivo si realizza dal 1° ottobre, dovranno scontare l’IVA al 22% anche se la prestazione è iniziata prima.
Il 30 settembre 2013, dunque, costituisce lo spartiacque fra le due aliquote e, l’applicazione dell’una o dell’altra aliquota dipende dal momento in cui l’operazione si considera effettuata ai fini IVA.
Sulla base dei principi generali, il momento in cui l’operazione si considera effettuata corrisponde:
- per le cessioni di beni mobili, con la consegna o spedizione degli stessi;
- per le cessioni di beni immobili, con la stipulazione dell’atto di trasferimento;
- per le prestazioni di servizi, con il pagamento del corrispettivo.
Tuttavia, per quanto concerne le cessioni di beni, mobili e immobili, e le prestazioni di servizi, qualora prima del perfezionamento dell’evento da cui deriva l’esigibilità dell’imposta, o indipendentemente da esso, sia emessa fattura o sia pagato in tutto o in parte il corrispettivo, l’operazione si considera comunque effettuata, limitatamente all’importo pagato o fatturato, alla data della fattura o del pagamento.
Quindi, le cessioni di beni pagate o fatturate entro il 30 settembre 2013 scontano l’IVA al 21%, anche se l’operazione è perfezionata successivamente; allo stesso modo scontano l’aliquota più bassa le prestazioni di servizi pagate o fatturate entro il 30 settembre 2013 ancorché eseguite oltre tale data.
Gli acconti eventualmente pagati entro il 30 settembre 2013, su operazioni che si perfezionino oltre tale data, devono essere fatturati con aliquota IVA al 21%; successivamente, dal 1° ottobre 2013, sull’importo residuo a saldo dovrà essere applicata l’IVA al 22% con il perfezionamento dell’operazione o, se antecedente, in occasione del pagamento.
Sebbene sia stato ipotizzato il differimento di tre mesi dell’aumento dell’IVA, da domani l’aliquota deve essere applicata al 22%, poiché un eventuale provvedimento d’urgenza che dovesse disporre il blocco dell’aumento, avrebbe comunque effetto, al più presto, dal giorno della pubblicazione in gazzetta ufficiale del decreto legge contenente la disposizione di modifica della previsione contenuta nell’articolo 40, comma 1-ter, del decreto legge n. 98/2011.

La cartella si paga anche nelle ricevitorie lottomatica e sisal

Equitalia comunica che, in applicazione del Protocollo d’Intesa “Reti Amiche”, è possibile pagare i bollettini di pagamento RAV allegati alle cartelle Equitalia, presso i punti vendita Lottomatica e SisalPay (Equitalia – Comunicato 25 settembre 2013).

Circa 60 mila punti di pagamento in più oltre agli sportelli di Equitalia e agli altri canali già attivi sul territorio.
Equitalia precisa che nelle ricevitorie Lottomatica e SisalPay possono essere pagate le cartelle di Equitalia notificate a partire dalla fine di giugno 2013, sulle quali è stato inserito uno speciale codice a barre che consente tale modalità di pagamento. Escluse, quindi, le cartelle di pagamento prive del predetto codice a barre.
Il pagamento può essere effettuato sia entro la scadenza dei 60 giorni dalla data di notifica della cartella, sia oltre la scadenza. In quest’ultima ipotesi, infatti, il sistema provvede ad aggiornare automaticamente l’importo da pagare con le somme aggiuntive previste dalla legge.
L’elenco delle ricevitorie Lottomatica abilitate al servizio può essere consultato dal sito internet www.lisclick.it, mentre i punti vendita vendita SisalPay abilitati sono indicati sul sito internet www.sisalpay.it.
Presso le ricevitorie Lottomatica il pagamento può essere effettuato anche con carta PagoBancomat, carte prepagate Lottomaticard e carte di credito.

CANALE ENTRO LA SCADENZA DOPO LA SCADENZA MODALITA’ DI PAGAMENTO COMMISSIONE DI INCASSO
Sisal ricevitorie abilitate www.sisalpay.it SI (solo cartelle con codice a barre) SI (solo cartelle con codice a barre) Contanti Euro 1,55
Lottomatica ricevitorie del Lotto, tabaccherie e bar abilitati al servizio www.lisclick.it SI (solo cartelle con codice a barre) SI (solo cartelle con codice a barre) Contanti, Carte pagobancomat, Carte prepagate Lottomaticard, Carte di credito VISA e MasterCard Carte prepagate Lottomaticard: euro 1,30; Contanti: euro 1,55; Carte pagobancomat: euro 2; Carte di Credito: euro 2

In base alla normativa antiriciclaggio il pagamento in contanti è possibile per importi fino a 999,99 euro.

Equitalia comunica che, in applicazione del Protocollo d’Intesa "Reti Amiche", è possibile pagare i bollettini di pagamento RAV allegati alle cartelle Equitalia, presso i punti vendita Lottomatica e SisalPay (Equitalia - Comunicato 25 settembre 2013).

Circa 60 mila punti di pagamento in più oltre agli sportelli di Equitalia e agli altri canali già attivi sul territorio.
Equitalia precisa che nelle ricevitorie Lottomatica e SisalPay possono essere pagate le cartelle di Equitalia notificate a partire dalla fine di giugno 2013, sulle quali è stato inserito uno speciale codice a barre che consente tale modalità di pagamento. Escluse, quindi, le cartelle di pagamento prive del predetto codice a barre.
Il pagamento può essere effettuato sia entro la scadenza dei 60 giorni dalla data di notifica della cartella, sia oltre la scadenza. In quest’ultima ipotesi, infatti, il sistema provvede ad aggiornare automaticamente l’importo da pagare con le somme aggiuntive previste dalla legge.
L’elenco delle ricevitorie Lottomatica abilitate al servizio può essere consultato dal sito internet www.lisclick.it, mentre i punti vendita vendita SisalPay abilitati sono indicati sul sito internet www.sisalpay.it.
Presso le ricevitorie Lottomatica il pagamento può essere effettuato anche con carta PagoBancomat, carte prepagate Lottomaticard e carte di credito.

CANALEENTRO LA SCADENZADOPO LA SCADENZA MODALITA’ DI PAGAMENTOCOMMISSIONE DI INCASSO
Sisalricevitorie abilitate www.sisalpay.itSI (solo cartelle con codice a barre)SI (solo cartelle con codice a barre)ContantiEuro 1,55
Lottomaticaricevitorie del Lotto, tabaccherie e bar abilitati al servizio www.lisclick.itSI (solo cartelle con codice a barre)SI (solo cartelle con codice a barre)Contanti, Carte pagobancomat, Carte prepagate Lottomaticard, Carte di credito VISA e MasterCardCarte prepagate Lottomaticard: euro 1,30; Contanti: euro 1,55; Carte pagobancomat: euro 2; Carte di Credito: euro 2

In base alla normativa antiriciclaggio il pagamento in contanti è possibile per importi fino a 999,99 euro.

TFR e indennità di preavviso: convenzione Italia – Regno Unito

In caso di somme erogate, a titolo di TFR e di indennità di preavviso, da un sostituto d’imposta ad un soggetto residente nel Regno Unito, in qualità di familiare avente diritto in ipotesi di decesso del lavoratore, deve essere applicata la ritenuta fiscale secondo la normativa italiana (Agenzia delle Entrate – Risoluzione n. 61/E/2013).

Il Fisco chiarisce che al fine di valutare il corretto trattamento fiscale da riservare alle somme erogate ex lege, a titolo di TFR e di indennità di preavviso, da un sostituto d’imposta ad un soggetto non residente, in qualità di avente diritto in ipotesi del decesso del prestatore di lavoro, è necessario tenere conto anche della normativa internazionale.
Nello specifico, l’art. 15, par. 1, Convenzione Italia – Regno Unito, conforme al Modello OCSE, stabilisce la tassazione esclusiva nel Paese di residenza di salari, stipendi ed analoghe remunerazioni, percepiti da un residente per l’attività ivi svolta, prevedendo invece la tassazione concorrente, qualora la prestazione sia esercitata nell’altro Stato contraente. In tale ultima ipotesi, la tassazione spetta sia allo Stato in cui è svolta l’attività di lavoro, sia allo Stato di residenza del lavoratore, il quale riconosce un credito d’imposta per le imposte pagate all’estero.
Con riferimento al caso di specie, risulta che il coniuge dell’istante, seppur residente nel Regno Unito, ha prestato la sua attività di lavoro in Italia per un periodo e fino al decesso. In applicazione, dunque, del suddetto art. 15, par. 1, Modello OCSE, il Fisco ritiene che la somma che la società bancaria erogherà all’istante a titolo di TFR e di indennità sostitutiva di preavviso debba essere assoggettata a tassazione in Italia in base alla quota parte di prestazione riferibile all’attività esercitata nel territorio dello Stato dal coniuge deceduto.
Tale ammontare deve essere assoggettato a tassazione in base alle regole proprie della normativa interna, ossia mediante applicazione, da parte del sostituto d’imposta italiano, di una ritenuta fiscale.

In caso di somme erogate, a titolo di TFR e di indennità di preavviso, da un sostituto d’imposta ad un soggetto residente nel Regno Unito, in qualità di familiare avente diritto in ipotesi di decesso del lavoratore, deve essere applicata la ritenuta fiscale secondo la normativa italiana (Agenzia delle Entrate - Risoluzione n. 61/E/2013).

Il Fisco chiarisce che al fine di valutare il corretto trattamento fiscale da riservare alle somme erogate ex lege, a titolo di TFR e di indennità di preavviso, da un sostituto d’imposta ad un soggetto non residente, in qualità di avente diritto in ipotesi del decesso del prestatore di lavoro, è necessario tenere conto anche della normativa internazionale.
Nello specifico, l’art. 15, par. 1, Convenzione Italia - Regno Unito, conforme al Modello OCSE, stabilisce la tassazione esclusiva nel Paese di residenza di salari, stipendi ed analoghe remunerazioni, percepiti da un residente per l’attività ivi svolta, prevedendo invece la tassazione concorrente, qualora la prestazione sia esercitata nell’altro Stato contraente. In tale ultima ipotesi, la tassazione spetta sia allo Stato in cui è svolta l’attività di lavoro, sia allo Stato di residenza del lavoratore, il quale riconosce un credito d’imposta per le imposte pagate all’estero.
Con riferimento al caso di specie, risulta che il coniuge dell’istante, seppur residente nel Regno Unito, ha prestato la sua attività di lavoro in Italia per un periodo e fino al decesso. In applicazione, dunque, del suddetto art. 15, par. 1, Modello OCSE, il Fisco ritiene che la somma che la società bancaria erogherà all’istante a titolo di TFR e di indennità sostitutiva di preavviso debba essere assoggettata a tassazione in Italia in base alla quota parte di prestazione riferibile all’attività esercitata nel territorio dello Stato dal coniuge deceduto.
Tale ammontare deve essere assoggettato a tassazione in base alle regole proprie della normativa interna, ossia mediante applicazione, da parte del sostituto d’imposta italiano, di una ritenuta fiscale.

Agevolazioni per le imprese colpite dal sisma 2012, i chiarimenti del Fisco

Forniti chiarimenti in merito alla deducibilità dal reddito d’impresa di erogazioni liberali in denaro e ai termini di presentazione della dichiarazione e di effettuazione dei versamenti per le società di capitali che hanno subito danni dal sisma del 2012 (Agenzia delle entrate – Risoluzioni nn. 58/E e 59/E del 2013).

In caso di erogazioni liberali effettuate dalle imprese in favore dell’associazione di categoria, in un fondo da destinare alla concessione di contributi a sostegno dell’attività di ricerca industriale delle imprese colpite dagli eventi sismici, favorendo così il ripristino delle normali condizioni dell’attività produttiva, il Fisco rende note che tali somme, anche se indirette, sono deducibili dal reddito d’impresa, in applicazione dell’art. 27, L:n. 133/1999.
In merito all’approvazione dei bilanci relativi all’esercizio 2012 delle società di capitali che hanno subito danni dal sisma del maggio 2012, il Consiglio dei Ministri, con delibera del 31 gennaio 2013, ha posticipato il relativo termine, chiarendo che la proroga in oggetto è concessa a seguito della necessità di riconoscere, a favore delle società che alla data del 20 maggio 2012 avevano sede legale od operativa e svolgevano attività in uno dei comuni interessati dal sisma, la possibilità di approvare “in via eccezionale … il bilancio dell’esercizio in corso alla predetta data entro il termine di 270 giorni dalla chiusura dell’esercizio sociale”.
I soggetti che posticipano l’approvazione del bilancio versano il saldo dell’IRES e dell’IRAP entro il giorno 16 del mese successivo a quello di approvazione del bilancio ovvero entro i trenta giorni successivi applicando la maggiorazione dello 0,40%. In caso di bilancio approvato nel mese di settembre 2013, il versamento deve essere effettuato entro il 16 ottobre 2013 senza maggiorazione ovvero entro i trenta giorni successivi applicando la maggiorazione dello 0,40%.
Tali soggetti effettuano il versamento della prima rata di acconto entro i termini sopra riportati per il versamento del saldo, applicando la stessa maggiorazione, mentre la seconda rata deve essere versata “nel mese di novembre, ad eccezione di quella dovuta dai soggetti all’imposta sul reddito delle persone giuridiche e all’imposta regionale sulle attività produttive il cui periodo d’imposta non coincide con l’anno solare, che effettuano il versamento di tale rata entro l’ultimo giorno dell’undicesimo mese dello stesso periodo d’imposta” (art. 17, co. 3, lett. b), D.P.R. n. 435/2001).
In merito al termine per presentare la dichiarazione in materia di imposte sui redditi e di IRAP, tale scadenza rimane invariata, anche nel caso delle società per le quali la delibera ha posticipato il termine per l’approvazione del bilancio, ossia “ultimo giorno del nono mese successivo a quello di chiusura del periodo d’imposta” (art. 2, DPR n. 322/1998).
Il Fisco precisa che il differimento dei versamenti nei termini precisati trova applicazione anche in ordine al versamento dei contributi previdenziali dovuti dai soci, di società a responsabilità limitata non trasparenti, artigiane o commerciali, iscritti negli elenchi IVS che, ai fini previdenziali, sono tenuti alla compilazione del quadro RR del modello UNICO PF per liquidare i contributi previdenziali dovuti. Quindi, per logica, trova applicazione anche per i contributi previdenziali dovuti dai soci delle società a responsabilità limitata non trasparenti che siano interessate dalla proroga dei bilanci. I soci determinano, infatti, l’ammontare dei contributi dovuti su un reddito figurativo proporzionale alla loro quota di partecipazione nella società e quindi possono procedere alla loro corretta determinazione solo successivamente all’approvazione del bilancio della società.
Per le medesime ragioni, si ritiene che il differimento dei termini di effettuazione dei versamenti operi anche nei confronti dei soci di società di capitali trasparenti che in assenza di un bilancio approvato della società non possono conoscere l’ammontare del reddito di propria spettanza, nonché dei contribuenti che, pur essendo iscritti alle gestioni previdenziali per altra attività, sono soci di società rientranti nella proroga. In tale fattispecie, tuttavia, il socio potrà fruire del differimento dei termini di versamento derivanti dalla dichiarazione dei redditi limitatamente alla quota di versamenti afferente al reddito imputato per trasparenza dalla società che beneficia della posticipazione in argomento.

Forniti chiarimenti in merito alla deducibilità dal reddito d’impresa di erogazioni liberali in denaro e ai termini di presentazione della dichiarazione e di effettuazione dei versamenti per le società di capitali che hanno subito danni dal sisma del 2012 (Agenzia delle entrate - Risoluzioni nn. 58/E e 59/E del 2013).

In caso di erogazioni liberali effettuate dalle imprese in favore dell’associazione di categoria, in un fondo da destinare alla concessione di contributi a sostegno dell’attività di ricerca industriale delle imprese colpite dagli eventi sismici, favorendo così il ripristino delle normali condizioni dell’attività produttiva, il Fisco rende note che tali somme, anche se indirette, sono deducibili dal reddito d’impresa, in applicazione dell’art. 27, L:n. 133/1999.
In merito all’approvazione dei bilanci relativi all’esercizio 2012 delle società di capitali che hanno subito danni dal sisma del maggio 2012, il Consiglio dei Ministri, con delibera del 31 gennaio 2013, ha posticipato il relativo termine, chiarendo che la proroga in oggetto è concessa a seguito della necessità di riconoscere, a favore delle società che alla data del 20 maggio 2012 avevano sede legale od operativa e svolgevano attività in uno dei comuni interessati dal sisma, la possibilità di approvare "in via eccezionale ... il bilancio dell’esercizio in corso alla predetta data entro il termine di 270 giorni dalla chiusura dell’esercizio sociale".
I soggetti che posticipano l’approvazione del bilancio versano il saldo dell’IRES e dell’IRAP entro il giorno 16 del mese successivo a quello di approvazione del bilancio ovvero entro i trenta giorni successivi applicando la maggiorazione dello 0,40%. In caso di bilancio approvato nel mese di settembre 2013, il versamento deve essere effettuato entro il 16 ottobre 2013 senza maggiorazione ovvero entro i trenta giorni successivi applicando la maggiorazione dello 0,40%.
Tali soggetti effettuano il versamento della prima rata di acconto entro i termini sopra riportati per il versamento del saldo, applicando la stessa maggiorazione, mentre la seconda rata deve essere versata "nel mese di novembre, ad eccezione di quella dovuta dai soggetti all'imposta sul reddito delle persone giuridiche e all'imposta regionale sulle attività produttive il cui periodo d'imposta non coincide con l'anno solare, che effettuano il versamento di tale rata entro l'ultimo giorno dell'undicesimo mese dello stesso periodo d'imposta" (art. 17, co. 3, lett. b), D.P.R. n. 435/2001).
In merito al termine per presentare la dichiarazione in materia di imposte sui redditi e di IRAP, tale scadenza rimane invariata, anche nel caso delle società per le quali la delibera ha posticipato il termine per l’approvazione del bilancio, ossia "ultimo giorno del nono mese successivo a quello di chiusura del periodo d'imposta" (art. 2, DPR n. 322/1998).
Il Fisco precisa che il differimento dei versamenti nei termini precisati trova applicazione anche in ordine al versamento dei contributi previdenziali dovuti dai soci, di società a responsabilità limitata non trasparenti, artigiane o commerciali, iscritti negli elenchi IVS che, ai fini previdenziali, sono tenuti alla compilazione del quadro RR del modello UNICO PF per liquidare i contributi previdenziali dovuti. Quindi, per logica, trova applicazione anche per i contributi previdenziali dovuti dai soci delle società a responsabilità limitata non trasparenti che siano interessate dalla proroga dei bilanci. I soci determinano, infatti, l'ammontare dei contributi dovuti su un reddito figurativo proporzionale alla loro quota di partecipazione nella società e quindi possono procedere alla loro corretta determinazione solo successivamente all’approvazione del bilancio della società.
Per le medesime ragioni, si ritiene che il differimento dei termini di effettuazione dei versamenti operi anche nei confronti dei soci di società di capitali trasparenti che in assenza di un bilancio approvato della società non possono conoscere l’ammontare del reddito di propria spettanza, nonché dei contribuenti che, pur essendo iscritti alle gestioni previdenziali per altra attività, sono soci di società rientranti nella proroga. In tale fattispecie, tuttavia, il socio potrà fruire del differimento dei termini di versamento derivanti dalla dichiarazione dei redditi limitatamente alla quota di versamenti afferente al reddito imputato per trasparenza dalla società che beneficia della posticipazione in argomento.

L’Agenzia delle entrate interviene sui tributi speciali

L’Agenzia è intervenuta con la risoluzione n. 60/E del 2013 a favore degli Uffici Territoriali che hanno chiesto dei chiarimenti in tema di applicazione dei tributi speciali in caso di registrazione di atti, presentati in originale o in copia autentica, in particolare pubblicazione di testamenti e contratti di cottimo fiduciario.

La Relazione Ministeriale al DPR n. 648/1972 relativamente ai tributi speciali (detti anche dirittti) oggetto del quesito afferma, chiarendo la ratio sottesa al presupposto impositivo, che essi sono destinati “a compensare a particolari prestazioni a richiesta e nell’esclusivo interesse di altri Enti e di privati, rese dal personale”.
I suddetti tributi sono quelli di cui al Titolo II della Tabella A annessa allo stesso DPR n. 648 del 1972 che la rubrica identifica come correlati alle attività svolte dal personale già appartenente agli Uffici del Registro e dell’Iva, odiernamente corrispondente al personale degli Uffici dell’Agenzia delle Entrate.
Dall’analisi delle fattispecie tipiche contemplate al citato Titolo II della Tabella A si può evincere che il presupposto del tributo è rappresentato dall’esercizio di una attività del personale degli Uffici che sia svolta unicamente nell’interesse della parte terza e su iniziativa di essa.
L’esame delle fattispecie per le quali è previsto il pagamento dei diritti consente di individuare due tipologie di attività degli Uffici:
1. il rilascio di certificazioni, attestazioni di qualsiasi specie, copie ed estratti di atti o documenti già in possesso dell’Amministrazione procedente;
2. la compilazione delle note di trascrizione ai sensi dell’art. 19 legge n. 540/1943.
Quelle di cui al punto 1), argomento del quesito, realizzano procedimenti amministrativi autonomi rispetto alla registrazione, i quali vengono espletati attraverso una ricognizione di informazioni ed elementi già in possesso dell’Amministrazione e sfociano nella produzione di un atto amministrativo dichiarativo (certificazione o attestazione) o in una attività amministrativa materiale (rilascio di copie o estratti), con l’unica finalità di assecondare l’interesse della parte istante.
Le attività di cui al punto 2) si sostanziano, invece, nell’annotazione dell’avvenuta registrazione da parte dell’Ufficio che riceve la richiesta.
Tali attività si ritiene non possano essere assimilate a quelle di certificazione o di attestazione descritte nel precedente punto 1). Ciò in quanto, l’Ufficio procedente, da un lato, non agisce nel solo ed esclusivo interesse della parte istante, bensì in ottemperanza ad un preciso obbligo di legge posto a carico dell’Amministrazione stessa, dall’altro, non effettua un procedimento autonomo ed in sé conchiuso poiché l’attività di annotazione altro non è che una fase del procedimento di registrazione dell’atto. Infine, l’interesse della parte istante si identifica solo in via mediata con l’ottenimento dell’annotazione, laddove esso è orientato essenzialmente e direttamente all’ottenimento della registrazione dell’atto.
Per quanto sopra esposto, l’Agenzia delle entrate ritiene di dover operare una distinzione tra l’attestato di registrazione e l’annotazione dell’avvenuta registrazione.
Per l’attestato di registrazione è dovuta l’applicazione dei tributi speciali, in quanto atto di natura essenzialmente dichiarativa contenente i dati identificativi dell’atto registrato, per l’annotazione dell’avvenuta registrazione, posta in calce all’atto presentato per la formalità di registrazione (in originale, copie ed eventuali allegati) non deve essere dovuto il tributo in quanto attività strumentale al procedimento di registrazione stesso.
Il principio enunciato va applicato alla generalità degli atti, in quanto nell’attività di registrazione in generale non possono rinvenirsi le particolari prestazioni a richiesta e nell’esclusivo interesse di altri Enti e di privati, rese dal personale.
Le medesime inoltre conclusioni possono valere anche nel caso in cui viene previsto che l’Ufficio restituisca “una fotocopia da esso certificata conforme” per l’ipotesi in cui vengano presentate alla registrazione scritture private in unico originale. Anche in questa fattispecie l’attività svolta dall’Ufficio, pur consistente in una certificazione, non può essere assimilata a “particolari prestazioni” rese su richiesta e nell’esclusivo interesse dei terzi, ma al contrario, inserendosi nel procedimento di registrazione dell’atto, non costituisce presupposto per l’applicazione dei diritti in argomento.
Con riferimento alla registrazione di atti pubblici o scritture private autenticate dei quali siano depositari notai o pubblici ufficiali. L’art. 36 della legge n. 340/2000 pone a carico di tali soggetti il divieto di asportare tali atti dai locali ove essi sono conservati od archiviati.
Conseguentemente al divieto, divenuta normativamente impossibile la produzione in originale di tali atti ai fini della registrazione presso gli Uffici Finanziari, la norma stabilisce, da un lato, che l’obbligo di presentazione dell’originale è comunque validamente assolto mediante la produzione di copia certificata conforme dallo stesso pubblico ufficiale, dall’altro, prevede una differente modalità di esecuzione delle annotazioni stabilendo che esse vadano effettuate direttamente dal pubblico ufficiale sugli originali in suo possesso e sulla base di “idoneo documento scritto emesso dalla competente amministrazione”.
Questo “idoneo documento” non è specificato dalla norma, ma ha comunque una valenza dichiarativa, senza che corrisponda né a un interesse esclusivo e immediato della parte richiedente, né risulta collegato ad alcuna particolare prestazione fornita dal personale amministrativo, né tantomeno presuppone alcuna attività di ricognizione, ricerca, consultazione o estrazione da parte degli uffici. Corrisponde, invece, all’adempimento di un dovere giuridico da parte dell’Amministrazione, nell’espletamento di una delle fasi del procedimento di registrazione. Pertanto costituisce attestato di registrazione e come tale non è procedimento autonomo e non costituisce presupposto per l’applicazione dei tributi speciali.
In merito all’emissione dei suddetti atti pubblici, scritture private autenticate e loro copia certificata conforme di cui all’art. 36 della L. 340/2000, l’Agenzia conclude affermando che deve ritenersi superata la Ris. 219/2009 nella parte in cui si afferma che l’emissione di tali documenti, in quanto attestato di avvenuta registrazione, integra il presupposto per l’applicazione dei tributi speciali.

L’Agenzia è intervenuta con la risoluzione n. 60/E del 2013 a favore degli Uffici Territoriali che hanno chiesto dei chiarimenti in tema di applicazione dei tributi speciali in caso di registrazione di atti, presentati in originale o in copia autentica, in particolare pubblicazione di testamenti e contratti di cottimo fiduciario.

La Relazione Ministeriale al DPR n. 648/1972 relativamente ai tributi speciali (detti anche dirittti) oggetto del quesito afferma, chiarendo la ratio sottesa al presupposto impositivo, che essi sono destinati "a compensare a particolari prestazioni a richiesta e nell'esclusivo interesse di altri Enti e di privati, rese dal personale".
I suddetti tributi sono quelli di cui al Titolo II della Tabella A annessa allo stesso DPR n. 648 del 1972 che la rubrica identifica come correlati alle attività svolte dal personale già appartenente agli Uffici del Registro e dell'Iva, odiernamente corrispondente al personale degli Uffici dell’Agenzia delle Entrate.
Dall'analisi delle fattispecie tipiche contemplate al citato Titolo II della Tabella A si può evincere che il presupposto del tributo è rappresentato dall'esercizio di una attività del personale degli Uffici che sia svolta unicamente nell'interesse della parte terza e su iniziativa di essa.
L'esame delle fattispecie per le quali è previsto il pagamento dei diritti consente di individuare due tipologie di attività degli Uffici:
1. il rilascio di certificazioni, attestazioni di qualsiasi specie, copie ed estratti di atti o documenti già in possesso dell'Amministrazione procedente;
2. la compilazione delle note di trascrizione ai sensi dell'art. 19 legge n. 540/1943.
Quelle di cui al punto 1), argomento del quesito, realizzano procedimenti amministrativi autonomi rispetto alla registrazione, i quali vengono espletati attraverso una ricognizione di informazioni ed elementi già in possesso dell'Amministrazione e sfociano nella produzione di un atto amministrativo dichiarativo (certificazione o attestazione) o in una attività amministrativa materiale (rilascio di copie o estratti), con l'unica finalità di assecondare l'interesse della parte istante.
Le attività di cui al punto 2) si sostanziano, invece, nell’annotazione dell'avvenuta registrazione da parte dell'Ufficio che riceve la richiesta.
Tali attività si ritiene non possano essere assimilate a quelle di certificazione o di attestazione descritte nel precedente punto 1). Ciò in quanto, l'Ufficio procedente, da un lato, non agisce nel solo ed esclusivo interesse della parte istante, bensì in ottemperanza ad un preciso obbligo di legge posto a carico dell'Amministrazione stessa, dall'altro, non effettua un procedimento autonomo ed in sé conchiuso poiché l'attività di annotazione altro non è che una fase del procedimento di registrazione dell'atto. Infine, l'interesse della parte istante si identifica solo in via mediata con l'ottenimento dell'annotazione, laddove esso è orientato essenzialmente e direttamente all'ottenimento della registrazione dell'atto.
Per quanto sopra esposto, l’Agenzia delle entrate ritiene di dover operare una distinzione tra l'attestato di registrazione e l’annotazione dell'avvenuta registrazione.
Per l’attestato di registrazione è dovuta l'applicazione dei tributi speciali, in quanto atto di natura essenzialmente dichiarativa contenente i dati identificativi dell'atto registrato, per l’annotazione dell'avvenuta registrazione, posta in calce all'atto presentato per la formalità di registrazione (in originale, copie ed eventuali allegati) non deve essere dovuto il tributo in quanto attività strumentale al procedimento di registrazione stesso.
Il principio enunciato va applicato alla generalità degli atti, in quanto nell'attività di registrazione in generale non possono rinvenirsi le particolari prestazioni a richiesta e nell'esclusivo interesse di altri Enti e di privati, rese dal personale.
Le medesime inoltre conclusioni possono valere anche nel caso in cui viene previsto che l'Ufficio restituisca "una fotocopia da esso certificata conforme" per l'ipotesi in cui vengano presentate alla registrazione scritture private in unico originale. Anche in questa fattispecie l'attività svolta dall'Ufficio, pur consistente in una certificazione, non può essere assimilata a "particolari prestazioni" rese su richiesta e nell'esclusivo interesse dei terzi, ma al contrario, inserendosi nel procedimento di registrazione dell'atto, non costituisce presupposto per l'applicazione dei diritti in argomento.
Con riferimento alla registrazione di atti pubblici o scritture private autenticate dei quali siano depositari notai o pubblici ufficiali. L'art. 36 della legge n. 340/2000 pone a carico di tali soggetti il divieto di asportare tali atti dai locali ove essi sono conservati od archiviati.
Conseguentemente al divieto, divenuta normativamente impossibile la produzione in originale di tali atti ai fini della registrazione presso gli Uffici Finanziari, la norma stabilisce, da un lato, che l'obbligo di presentazione dell'originale è comunque validamente assolto mediante la produzione di copia certificata conforme dallo stesso pubblico ufficiale, dall'altro, prevede una differente modalità di esecuzione delle annotazioni stabilendo che esse vadano effettuate direttamente dal pubblico ufficiale sugli originali in suo possesso e sulla base di "idoneo documento scritto emesso dalla competente amministrazione".
Questo "idoneo documento" non è specificato dalla norma, ma ha comunque una valenza dichiarativa, senza che corrisponda né a un interesse esclusivo e immediato della parte richiedente, né risulta collegato ad alcuna particolare prestazione fornita dal personale amministrativo, né tantomeno presuppone alcuna attività di ricognizione, ricerca, consultazione o estrazione da parte degli uffici. Corrisponde, invece, all’adempimento di un dovere giuridico da parte dell'Amministrazione, nell’espletamento di una delle fasi del procedimento di registrazione. Pertanto costituisce attestato di registrazione e come tale non è procedimento autonomo e non costituisce presupposto per l’applicazione dei tributi speciali.
In merito all’emissione dei suddetti atti pubblici, scritture private autenticate e loro copia certificata conforme di cui all'art. 36 della L. 340/2000, l’Agenzia conclude affermando che deve ritenersi superata la Ris. 219/2009 nella parte in cui si afferma che l'emissione di tali documenti, in quanto attestato di avvenuta registrazione, integra il presupposto per l'applicazione dei tributi speciali.

Detrazioni fiscali per mobili ed elettrodomestici

L’Agenzia delle entrate con la circolare n. 29/E del 2013 ha chiarito che ai contribuenti che fruiscono delle detrazioni fiscali per interventi di ristrutturazione edilizia è altresì riconosciuta una detrazione dall’imposta lorda Irpef, fino a concorrenza del suo ammontare, nella misura del 50% delle ulteriori spese documentate e sostenute dalla data del 6 giugno 2013 per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+, nonché A per i forni, per le apparecchiature per le quali sia prevista l’etichetta energetica, finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione.

Possono avvalersi del beneficio fiscale i contribuenti che fruiscono della detrazione per interventi di recupero del patrimonio edilizio di cui all’art. 16-bis del TUIR con la maggiore aliquota del 50% e con il maggior limite di 96.000 euro di spese ammissibili.
Gli interventi di recupero del patrimonio edilizio che costituiscono presupposto del beneficio in esame non sono limitati alla “ristrutturazione edilizia” in senso tecnico, ma comprendono anche la manutenzione straordinaria, e il restauro e risanamento conservativo, di singole unità immobiliari residenziali.
Inoltre, possono costituire valido presupposto per la fruizione della detrazione in esame l’effettuazione di interventi edilizi sia su singole unità immobiliari residenziali, sia su parti comuni di edifici residenziali di cui all’art. 1117 del codice civile, in funzione degli acquisti dei beni agevolati finalizzati all’arredo, rispettivamente, delle singole unità immobiliari e delle parti comuni (ad esempio, guardiole, appartamento del portiere, sala adibita a riunioni condominiali, lavatoi, ecc.). L’effettuazione di lavori di ristrutturazione sulle parti comuni condominiali non consente ai singoli condomini, che fruiscono pro-quota della relativa detrazione, di acquistare mobili e grandi elettrodomestici da destinare all’arredo della propria unità immobiliare.
Infine, la detrazione per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2013 spetta anche al contribuente che fruisce della detrazione per gli interventi necessari alla ricostruzione o al ripristino dell’immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi, sempreché sia stato dichiarato lo stato di emergenza, nonché al contribuente nei casi di interventi di ristrutturazione o restauro e risanamento conservativo di interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie.
I contribuenti ammessi a beneficiare della detrazione per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici sono i medesimi contribuenti che fruiscono della detrazione del 50% per aver sostenuto spese, riguardanti gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, dal 26 giugno 2012.
Le spese per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici possono essere sostenute anche prima di quelle per la ristrutturazione dell’immobile, a condizione che siano stati già avviati i lavori di ristrutturazione dell’immobile cui detti beni sono destinati. In altri termini, la data di inizio lavori deve essere anteriore a quella in cui sono sostenute le spese per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, ma non è necessario che le spese di ristrutturazione siano sostenute prima di quelle per l’arredo dell’abitazione.
La data di avvio potrà essere comprovata dalle eventuali abilitazioni amministrative o comunicazioni richieste dalla vigente legislazione edilizia in relazione alla tipologia di lavori da realizzare, dalla Comunicazione preventiva indicante la data di inizio dei lavori all’Azienda sanitaria locale, qualora la stessa sia obbligatoria, ovvero, in caso si tratti di lavori per i quali non siano necessarie comunicazioni o titoli abitativi dovrà essere oggetto di dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.
La detrazione in esame compete per le spese sostenute dal 6 giugno al 31 dicembre 2013 per l’acquisto di:
– mobili;
– grandi elettrodomestici di classe energetica non inferiore alla A+, nonché A per i forni, per le apparecchiature per le quali sia prevista l’etichetta energetica (frigoriferi, congelatori, lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, apparecchi di cottura, stufe elettriche, piastre riscaldanti elettriche, forni a microonde, apparecchi elettrici di riscaldamento, radiatori elettrici, ventilatori elettrici, apparecchi per il condizionamento).
Possono essere agevolate solo le spese sostenute per gli acquisti di mobili o grandi elettrodomestici nuovi.
Il collegamento richiesto dalla norma tra acquisto di mobili o di grandi elettrodomestici e arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione deve sussistere tenendo conto dell’immobile nel suo complesso e non del singolo ambiente dell’immobile stesso (ad esempio l’acquisto di mobili o di grandi elettrodomestici è agevolabile anche se detti beni siano destinati all’arredo di un ambiente diverso da quelli oggetto di interventi edilizi, purché l’immobile sia comunque oggetto degli interventi edilizi sopra indicati).
Rientrano tra i “mobili” agevolabili, a titolo esemplificativo, letti, armadi, cassettiere, librerie, scrivanie, tavoli, sedie, comodini, divani, poltrone, credenze, nonché i materassi e gli apparecchi di illuminazione che costituiscono un necessario completamento dell’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione.
Non sono agevolabili, invece, gli acquisti di porte, di pavimentazioni (ad esempio, il parquet), di tende e tendaggi, nonché di altri complementi di arredo.
Per quel che riguarda i grandi elettrodomestici, la disposizione limita il beneficio all’acquisto delle tipologie dotate di etichetta energetica di classe A+ o superiore, A o superiore per i forni, se per quelle tipologie è obbligatoria l’etichetta energetica. L’acquisto di grandi elettrodomestici sprovvisti di etichetta energetica è agevolabile solo se per quella tipologia non sia ancora previsto l’obbligo di etichetta energetica.
Nell’importo delle spese sostenute per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici possono essere considerate anche le spese di trasporto e di montaggio dei beni acquistati.
L’importo massimo è di euro 10.000 su cui calcolare la detrazione e si riferisce complessivamente alle spese sostenute per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici.
La detrazione ve ripartita tra gli aventi diritto in dieci quote annuali di pari importo.
Il predetto importo massimo di euro 10.000 è riferito alla singola unità immobiliare, comprensiva delle pertinenze, o alla parte comune dell’edificio oggetto di ristrutturazione, i cui dati catastali devono essere riportati nella dichiarazione dei redditi, prescindendo dal numero dei contribuenti che partecipano alla spesa.
Al contribuente che esegue lavori di ristrutturazione su più unità immobiliari il diritto al beneficio dovrà essere riconosciuto più volte. L’importo massimo di euro 10.000 dovrà essere riferito a ciascuna unità abitativa oggetto di ristrutturazione.
Per la fruizione della detrazione per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, i contribuenti devono eseguire i pagamenti mediante bonifici bancari o postali, con le medesime modalità già previste per i pagamenti dei lavori di ristrutturazione fiscalmente agevolati.
Nei bonifici, pertanto, dovranno essere indicati:
– la causale del versamento attualmente utilizzata dalle banche e da Poste Italiane SPA per i bonifici relativi ai lavori di ristrutturazione fiscalmente agevolati;
– il codice fiscale del beneficiario della detrazione;
– il numero di partita IVA ovvero il codice fiscale del soggetto a favore del quale il bonifico è effettuato.
È, inoltre, consentito effettuare il pagamento degli acquisti di mobili o di grandi elettrodomestici anche mediante carte di credito o carte di debito, in tal caso, la data di pagamento è individuata nel giorno di utilizzo della carta di credito o di debito da parte del titolare, evidenziata nella ricevuta telematica di avvenuta transazione, e non nel giorno di addebito sul conto corrente del titolare stesso.
Non è consentito, invece, effettuare il pagamento mediante assegni bancari, contanti o altri mezzi di pagamento.
Infine, le spese sostenute devono essere “documentate”, conservando la documentazione attestante l’effettivo pagamento (ricevute dei bonifici, ricevute di avvenuta transazione per i pagamenti mediante carte di credito o di debito, documentazione di addebito sul conto corrente) e le fatture di acquisto dei beni con la usuale specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e servizi acquisiti.

L’Agenzia delle entrate con la circolare n. 29/E del 2013 ha chiarito che ai contribuenti che fruiscono delle detrazioni fiscali per interventi di ristrutturazione edilizia è altresì riconosciuta una detrazione dall’imposta lorda Irpef, fino a concorrenza del suo ammontare, nella misura del 50% delle ulteriori spese documentate e sostenute dalla data del 6 giugno 2013 per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore alla A+, nonché A per i forni, per le apparecchiature per le quali sia prevista l’etichetta energetica, finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione.

Possono avvalersi del beneficio fiscale i contribuenti che fruiscono della detrazione per interventi di recupero del patrimonio edilizio di cui all’art. 16-bis del TUIR con la maggiore aliquota del 50% e con il maggior limite di 96.000 euro di spese ammissibili.
Gli interventi di recupero del patrimonio edilizio che costituiscono presupposto del beneficio in esame non sono limitati alla "ristrutturazione edilizia" in senso tecnico, ma comprendono anche la manutenzione straordinaria, e il restauro e risanamento conservativo, di singole unità immobiliari residenziali.
Inoltre, possono costituire valido presupposto per la fruizione della detrazione in esame l’effettuazione di interventi edilizi sia su singole unità immobiliari residenziali, sia su parti comuni di edifici residenziali di cui all’art. 1117 del codice civile, in funzione degli acquisti dei beni agevolati finalizzati all’arredo, rispettivamente, delle singole unità immobiliari e delle parti comuni (ad esempio, guardiole, appartamento del portiere, sala adibita a riunioni condominiali, lavatoi, ecc.). L’effettuazione di lavori di ristrutturazione sulle parti comuni condominiali non consente ai singoli condomini, che fruiscono pro-quota della relativa detrazione, di acquistare mobili e grandi elettrodomestici da destinare all’arredo della propria unità immobiliare.
Infine, la detrazione per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2013 spetta anche al contribuente che fruisce della detrazione per gli interventi necessari alla ricostruzione o al ripristino dell’immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi, sempreché sia stato dichiarato lo stato di emergenza, nonché al contribuente nei casi di interventi di ristrutturazione o restauro e risanamento conservativo di interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie.
I contribuenti ammessi a beneficiare della detrazione per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici sono i medesimi contribuenti che fruiscono della detrazione del 50% per aver sostenuto spese, riguardanti gli interventi di recupero del patrimonio edilizio, dal 26 giugno 2012.
Le spese per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici possono essere sostenute anche prima di quelle per la ristrutturazione dell’immobile, a condizione che siano stati già avviati i lavori di ristrutturazione dell’immobile cui detti beni sono destinati. In altri termini, la data di inizio lavori deve essere anteriore a quella in cui sono sostenute le spese per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, ma non è necessario che le spese di ristrutturazione siano sostenute prima di quelle per l’arredo dell’abitazione.
La data di avvio potrà essere comprovata dalle eventuali abilitazioni amministrative o comunicazioni richieste dalla vigente legislazione edilizia in relazione alla tipologia di lavori da realizzare, dalla Comunicazione preventiva indicante la data di inizio dei lavori all’Azienda sanitaria locale, qualora la stessa sia obbligatoria, ovvero, in caso si tratti di lavori per i quali non siano necessarie comunicazioni o titoli abitativi dovrà essere oggetto di dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.
La detrazione in esame compete per le spese sostenute dal 6 giugno al 31 dicembre 2013 per l’acquisto di:
- mobili;
- grandi elettrodomestici di classe energetica non inferiore alla A+, nonché A per i forni, per le apparecchiature per le quali sia prevista l’etichetta energetica (frigoriferi, congelatori, lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, apparecchi di cottura, stufe elettriche, piastre riscaldanti elettriche, forni a microonde, apparecchi elettrici di riscaldamento, radiatori elettrici, ventilatori elettrici, apparecchi per il condizionamento).
Possono essere agevolate solo le spese sostenute per gli acquisti di mobili o grandi elettrodomestici nuovi.
Il collegamento richiesto dalla norma tra acquisto di mobili o di grandi elettrodomestici e arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione deve sussistere tenendo conto dell’immobile nel suo complesso e non del singolo ambiente dell’immobile stesso (ad esempio l’acquisto di mobili o di grandi elettrodomestici è agevolabile anche se detti beni siano destinati all’arredo di un ambiente diverso da quelli oggetto di interventi edilizi, purché l’immobile sia comunque oggetto degli interventi edilizi sopra indicati).
Rientrano tra i "mobili" agevolabili, a titolo esemplificativo, letti, armadi, cassettiere, librerie, scrivanie, tavoli, sedie, comodini, divani, poltrone, credenze, nonché i materassi e gli apparecchi di illuminazione che costituiscono un necessario completamento dell’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione.
Non sono agevolabili, invece, gli acquisti di porte, di pavimentazioni (ad esempio, il parquet), di tende e tendaggi, nonché di altri complementi di arredo.
Per quel che riguarda i grandi elettrodomestici, la disposizione limita il beneficio all’acquisto delle tipologie dotate di etichetta energetica di classe A+ o superiore, A o superiore per i forni, se per quelle tipologie è obbligatoria l’etichetta energetica. L’acquisto di grandi elettrodomestici sprovvisti di etichetta energetica è agevolabile solo se per quella tipologia non sia ancora previsto l’obbligo di etichetta energetica.
Nell’importo delle spese sostenute per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici possono essere considerate anche le spese di trasporto e di montaggio dei beni acquistati.
L’importo massimo è di euro 10.000 su cui calcolare la detrazione e si riferisce complessivamente alle spese sostenute per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici.
La detrazione ve ripartita tra gli aventi diritto in dieci quote annuali di pari importo.
Il predetto importo massimo di euro 10.000 è riferito alla singola unità immobiliare, comprensiva delle pertinenze, o alla parte comune dell’edificio oggetto di ristrutturazione, i cui dati catastali devono essere riportati nella dichiarazione dei redditi, prescindendo dal numero dei contribuenti che partecipano alla spesa.
Al contribuente che esegue lavori di ristrutturazione su più unità immobiliari il diritto al beneficio dovrà essere riconosciuto più volte. L’importo massimo di euro 10.000 dovrà essere riferito a ciascuna unità abitativa oggetto di ristrutturazione.
Per la fruizione della detrazione per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici, i contribuenti devono eseguire i pagamenti mediante bonifici bancari o postali, con le medesime modalità già previste per i pagamenti dei lavori di ristrutturazione fiscalmente agevolati.
Nei bonifici, pertanto, dovranno essere indicati:
- la causale del versamento attualmente utilizzata dalle banche e da Poste Italiane SPA per i bonifici relativi ai lavori di ristrutturazione fiscalmente agevolati;
- il codice fiscale del beneficiario della detrazione;
- il numero di partita IVA ovvero il codice fiscale del soggetto a favore del quale il bonifico è effettuato.
È, inoltre, consentito effettuare il pagamento degli acquisti di mobili o di grandi elettrodomestici anche mediante carte di credito o carte di debito, in tal caso, la data di pagamento è individuata nel giorno di utilizzo della carta di credito o di debito da parte del titolare, evidenziata nella ricevuta telematica di avvenuta transazione, e non nel giorno di addebito sul conto corrente del titolare stesso.
Non è consentito, invece, effettuare il pagamento mediante assegni bancari, contanti o altri mezzi di pagamento.
Infine, le spese sostenute devono essere "documentate", conservando la documentazione attestante l’effettivo pagamento (ricevute dei bonifici, ricevute di avvenuta transazione per i pagamenti mediante carte di credito o di debito, documentazione di addebito sul conto corrente) e le fatture di acquisto dei beni con la usuale specificazione della natura, qualità e quantità dei beni e servizi acquisiti.

Inail, la prescrizione del diritto alle prestazioni

Il decorso del periodo di prescrizione dei diritti collegati alle prestazioni indennitarie a carico dell’Istituto

Il dies a quo della prescrizione, di durata triennale, del diritto alle prestazioni indennitarie a carico dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, coincide con il momento in cui il diritto può essere fatto valere, secondo le disposizioni vigenti.
La domanda amministrativa di liquidazione della prestazione ha effetto interruttivo della prescrizione e dunque impedisce l’estinzione del diritto. In questo caso, il termine triennale ricomincia a decorrere dal momento in cui si esauriscono i termini fissati dalla legge per l’espletamento del procedimento amministrativo di liquidazione delle prestazioni, pari a 150 giorni (210 giorni per le revisioni).
L’effetto interruttivo è esteso anche ad eventuali altri atti stragiudiziali di esercizio del diritto, come, ad esempio, la presentazione dell’opposizione o di eventuali solleciti rivolti all’Istituto per la definizione della richiesta di liquidazione delle prestazioni. Al riguardo, se l’atto interruttivo interviene entro il termine di sospensione (150 o 210 giorni), la prescrizione triennale del diritto ricomincia a decorrere dalla scadenza del medesimo; se, invece, l’atto è successivo, il decorso ha luogo dalla data di presentazione dell’atto, senza applicazione di alcun ulteriore periodo di sospensione.
Eventuali atti istruttori dell’Istituto o eventuali provvedimenti negativi emanati dopo la scadenza dei termini previsti per la definizione del procedimento e, dunque, a seguito della formazione del silenzio-rigetto, non producono alcun effetto interruttivo; di contro, eventuali provvedimenti di riconoscimento del diritto, sia pure in misura inferiore a quanto richiesto, producono effetti in tal senso (anche in questo caso, il termine non è suscettibile di sospensione).
Le nuove istruzioni rilevano per la trattazione dei casi concreti futuri, nonché delle fattispecie in istruttoria e di quelle per le quali sono in atto controversie amministrative o giudiziarie o, comunque, non prescritte o decise con sentenza passata in giudicato.

Il decorso del periodo di prescrizione dei diritti collegati alle prestazioni indennitarie a carico dell’Istituto

Il dies a quo della prescrizione, di durata triennale, del diritto alle prestazioni indennitarie a carico dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, coincide con il momento in cui il diritto può essere fatto valere, secondo le disposizioni vigenti.
La domanda amministrativa di liquidazione della prestazione ha effetto interruttivo della prescrizione e dunque impedisce l'estinzione del diritto. In questo caso, il termine triennale ricomincia a decorrere dal momento in cui si esauriscono i termini fissati dalla legge per l'espletamento del procedimento amministrativo di liquidazione delle prestazioni, pari a 150 giorni (210 giorni per le revisioni).
L'effetto interruttivo è esteso anche ad eventuali altri atti stragiudiziali di esercizio del diritto, come, ad esempio, la presentazione dell'opposizione o di eventuali solleciti rivolti all'Istituto per la definizione della richiesta di liquidazione delle prestazioni. Al riguardo, se l'atto interruttivo interviene entro il termine di sospensione (150 o 210 giorni), la prescrizione triennale del diritto ricomincia a decorrere dalla scadenza del medesimo; se, invece, l'atto è successivo, il decorso ha luogo dalla data di presentazione dell'atto, senza applicazione di alcun ulteriore periodo di sospensione.
Eventuali atti istruttori dell'Istituto o eventuali provvedimenti negativi emanati dopo la scadenza dei termini previsti per la definizione del procedimento e, dunque, a seguito della formazione del silenzio-rigetto, non producono alcun effetto interruttivo; di contro, eventuali provvedimenti di riconoscimento del diritto, sia pure in misura inferiore a quanto richiesto, producono effetti in tal senso (anche in questo caso, il termine non è suscettibile di sospensione).
Le nuove istruzioni rilevano per la trattazione dei casi concreti futuri, nonché delle fattispecie in istruttoria e di quelle per le quali sono in atto controversie amministrative o giudiziarie o, comunque, non prescritte o decise con sentenza passata in giudicato.

Esodo lavoratori anziani e accesso alla ricongiunzione

La proponibilità di una seconda domanda di ricongiunzione onerosa al momento dell’accesso alla prestazione di incentivo all’esodo prevista dalla Riforma Fornero.

Come noto, la legge Fornero ha introdotto la possibilità, nei casi di eccedenza di personale, di stipulare accordi tra datori di lavoro che impieghino mediamente più di 15 dipendenti e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello aziendale, al fine di incentivare l’esodo dei lavoratori più anziani. In base a tali accordi, il datore di lavoro si impegna a corrispondere ai lavoratori, per il tramite dell’Inps, una prestazione di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti, ed a versare all’Inps la contribuzione fino al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento.
D’altro canto, i lavoratori hanno facoltà di presentare una domanda di ricongiunzione dei periodi assicurativi ai fini previdenziali, una sola volta, salvo che gli stessi non possano far valere, successivamente alla prima domanda di ricongiunzione, un periodo di assicurazione di almeno 10 anni, di cui almeno 5 di contribuzione versata in costanza di effettiva attività lavorativa. In alternativa, mancando il suddetto requisito assicurativo e contributivo, la ricongiunzione può essere azionata all’atto del pensionamento, esclusivamente nella gestione nella quale era stata richiesta con la prima domanda.
Tanto premesso, essendo la citata prestazione non una prestazione pensionistica ma di sostegno al reddito, una seconda domanda di ricongiunzione, in mancanza del requisito di 10 anni, può essere validamente presentata soltanto contestualmente alla domanda di pensione (e sempreché risultino soddisfatte, anche con l’apporto dei periodi già ricongiunti, le condizioni per il pensionamento) e non al momento dell’accesso alla prestazione.

La proponibilità di una seconda domanda di ricongiunzione onerosa al momento dell'accesso alla prestazione di incentivo all’esodo prevista dalla Riforma Fornero.

Come noto, la legge Fornero ha introdotto la possibilità, nei casi di eccedenza di personale, di stipulare accordi tra datori di lavoro che impieghino mediamente più di 15 dipendenti e le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative a livello aziendale, al fine di incentivare l'esodo dei lavoratori più anziani. In base a tali accordi, il datore di lavoro si impegna a corrispondere ai lavoratori, per il tramite dell’Inps, una prestazione di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti, ed a versare all'Inps la contribuzione fino al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento.
D’altro canto, i lavoratori hanno facoltà di presentare una domanda di ricongiunzione dei periodi assicurativi ai fini previdenziali, una sola volta, salvo che gli stessi non possano far valere, successivamente alla prima domanda di ricongiunzione, un periodo di assicurazione di almeno 10 anni, di cui almeno 5 di contribuzione versata in costanza di effettiva attività lavorativa. In alternativa, mancando il suddetto requisito assicurativo e contributivo, la ricongiunzione può essere azionata all'atto del pensionamento, esclusivamente nella gestione nella quale era stata richiesta con la prima domanda.
Tanto premesso, essendo la citata prestazione non una prestazione pensionistica ma di sostegno al reddito, una seconda domanda di ricongiunzione, in mancanza del requisito di 10 anni, può essere validamente presentata soltanto contestualmente alla domanda di pensione (e sempreché risultino soddisfatte, anche con l’apporto dei periodi già ricongiunti, le condizioni per il pensionamento) e non al momento dell'accesso alla prestazione.

Procedura obbligatoria di conciliazione anche per le agenzie di somministrazione

La disciplina della procedura obbligatoria di conciliazione in caso di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo trova pertanto applicazione anche nel caso in cui il datore di lavoro che procede al licenziamento per giustificato motivo oggettivo sia una agenzia (MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI – Interpello 20 settembre 2013, n. 27)

L’ASSOSOM ha presentato istanza di interpello in merito alla corretta interpretazione della disposizione di cui all’art. 7, L. n. 604/1966, così come modificata dall’art. 1, comma 40, L. n. 92/2012, concernente la disciplina della procedura obbligatoria di conciliazione in caso di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, chiedendo se tale normativa possa trovare applicazione anche nell’ipotesi in cui il licenziamento in questione venga effettuato da una agenzia di somministrazione nei confronti sia dei propri dipendenti “diretti” che di quelli inviati in missione presso diverse imprese utilizzatrici aventi sedi dislocate nell’ambito del territorio nazionale.

Come saputo, il novellato art. 7, L. n. 604/1966 trova applicazione:

– nei confronti di tutti i datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori che, in ciascuna sede, stabilimento, filiale o reparto occupano alle proprie dipendenze più di 15 unità o più di 5 se imprenditori agricoli:

– nei confronti dei datori di lavoro che nello stesso ambito comunale occupano più di 15 lavoratori, sebbene ciascuna unità produttiva non raggiunga tali limiti e, comunque, nei confronti di coloro che occupano più di 60 dipendenti su scala nazionale

E’ necassario ricordare che, tra le tipologie contrattuali non cumulabili ai fini del raggiungimento delle soglie dimensionali di cui sopra, è possibile annoverare anche la categoria dei lavoratori somministrati non rientranti nell’organico dell’utilizzatore (art. 22, comma 5, del D.Lgs. n. 276/2003).

Tuttavia, non risultano comunque disposizioni che consentano di ritenere esonerate le agenzie di somministrazione dalla disciplina in questione

Ne discende, pertanto, che la procedura obbligatoria di conciliazione trova applicazione anche nel caso in cui il datore di lavoro che procede al licenziamento per giustificato motivo oggettivo sia una agenzia, qualora sussistano i requisiti dimensionali citati e qualora trattasi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, realizzabile nei confronti dei dipendenti dell’agenzia assunti a tempo indeterminato, siano essi alle dirette dipendenze dell’agenzia o inviati in missione nell’ambito di un contratto di somministrazione.

La disciplina della procedura obbligatoria di conciliazione in caso di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo trova pertanto applicazione anche nel caso in cui il datore di lavoro che procede al licenziamento per giustificato motivo oggettivo sia una agenzia (MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI - Interpello 20 settembre 2013, n. 27)

L’ASSOSOM ha presentato istanza di interpello in merito alla corretta interpretazione della disposizione di cui all’art. 7, L. n. 604/1966, così come modificata dall’art. 1, comma 40, L. n. 92/2012, concernente la disciplina della procedura obbligatoria di conciliazione in caso di licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, chiedendo se tale normativa possa trovare applicazione anche nell’ipotesi in cui il licenziamento in questione venga effettuato da una agenzia di somministrazione nei confronti sia dei propri dipendenti "diretti" che di quelli inviati in missione presso diverse imprese utilizzatrici aventi sedi dislocate nell’ambito del territorio nazionale.

Come saputo, il novellato art. 7, L. n. 604/1966 trova applicazione:

- nei confronti di tutti i datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori che, in ciascuna sede, stabilimento, filiale o reparto occupano alle proprie dipendenze più di 15 unità o più di 5 se imprenditori agricoli:

- nei confronti dei datori di lavoro che nello stesso ambito comunale occupano più di 15 lavoratori, sebbene ciascuna unità produttiva non raggiunga tali limiti e, comunque, nei confronti di coloro che occupano più di 60 dipendenti su scala nazionale

E’ necassario ricordare che, tra le tipologie contrattuali non cumulabili ai fini del raggiungimento delle soglie dimensionali di cui sopra, è possibile annoverare anche la categoria dei lavoratori somministrati non rientranti nell’organico dell’utilizzatore (art. 22, comma 5, del D.Lgs. n. 276/2003).

Tuttavia, non risultano comunque disposizioni che consentano di ritenere esonerate le agenzie di somministrazione dalla disciplina in questione

Ne discende, pertanto, che la procedura obbligatoria di conciliazione trova applicazione anche nel caso in cui il datore di lavoro che procede al licenziamento per giustificato motivo oggettivo sia una agenzia, qualora sussistano i requisiti dimensionali citati e qualora trattasi di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, realizzabile nei confronti dei dipendenti dell’agenzia assunti a tempo indeterminato, siano essi alle dirette dipendenze dell’agenzia o inviati in missione nell’ambito di un contratto di somministrazione.

Firma definitiva della preintesa della Fondazione Don Gnocchi

Firmato definitivamente la preintesa siglata lo scorso luglio, tra la Fondazione Don Carlo Gnocchi e Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, a seguito della capillare consultazione e dell’ampio consenso ottenuto dai lavoratori interessati.

Si ricorda che le parti, con la citata Ipotesi del 5/7/2013  si erano impegnate a sottoporre l’ipotesi di accordo ai rispettivi organi deliberanti, prevedendo tre punti:
1. Linee di indirizzo per la stipula di accordi temporanei da negoziare a livello territoriale secondo il sistema organizzativo per Poli della Fondazione, per fronteggiare la fase di crisi economico – finanziaria ed avviare il rilancio della FDG, salvaguardando i livelli occupazionali in essere;
2. Apertura del tavolo negoziale per il rinnovo del CCNL 2013 – 2015 e definizione dell’una tantum per il periodo 2010 – 2012;
3.Code Contrattuali sulla disciplina dell’apprendistato e delle indennità notturne e festive, ad integrazione del vigente CCNL 2002 – 2005.

In sintesi, l’approvazione della pre intesa permetterà di poter negoziare per ciascuno dei “poli” territoriali in cui è articolata la Fondazione un accordo temporaneo gestendo così in maniera mirata le criticità specifiche delle diverse strutture
Inoltre, l’intervento temporaneo su pochi istituti contrattuali permetterà di gestire le difficoltà economiche attuali scongiurando il ricorso a misure che sarebbero state ben più gravose per il personale, come la messa in mobilità e la cassa integrazione.
Infine, oltre ad essere rivalutate le indennità per lavoro festivo e notturno, si sancisce l’impegno a integrare il CCNL in vigore con il contratto di apprendistato, e si stabilisce l’erogazione di una somma una tantum per le spettanze arretrate del triennio 2010-2012. Gli accordi temporanei saranno validi per un periodo di 36 mesi, trascorso il quale cesseranno automaticamente, e potranno essere rimodulati qualora un polo centri prima del previsto gli obiettivi di risanamento.

In tale ottica, le parti, inoltre, concordano la quantificazione della Una Tantum, per tutte le competenze arretrate fino al 31/12/2012, data di entrata a regime dei nuovi valori tabellari che saranno oggetto del rinnovo contrattuale.
L’Una Tantum sarà corrisposta in due rate, la prima con la retribuzione di dicembre 2013 e la seconda entro il primo semestre del 2014.
Le parti, inoltre, concordano che eventuali variazioni migliorative, relative all’aumento a regime dei valori tabellari, che dovessero intervenire a seguito della trattativa del settore, saranno recepite con successivo accordo.

Posizione Una tantum 2010-2012
A 319,02
A1 327,60
A2 336,57
A3 341,25
A4 347,10
B 344,76
B1 354,51
B2 365,04
B3 371,67
B4 379,08
C 395,07
C1 407,16
C2 421,59
C3 435,63
C4 457,08
D 429,00
D1 444,60
D2 459,03
D3 473,07
D4 487,50
DS 462,54
DS1 480,87
DS2 499,59
DS3 518,31
DS4 534,30
E 504,66
E1 616,59
E2 751,92

Firmato definitivamente la preintesa siglata lo scorso luglio, tra la Fondazione Don Carlo Gnocchi e Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl, a seguito della capillare consultazione e dell'ampio consenso ottenuto dai lavoratori interessati.

Si ricorda che le parti, con la citata Ipotesi del 5/7/2013  si erano impegnate a sottoporre l'ipotesi di accordo ai rispettivi organi deliberanti, prevedendo tre punti:
1. Linee di indirizzo per la stipula di accordi temporanei da negoziare a livello territoriale secondo il sistema organizzativo per Poli della Fondazione, per fronteggiare la fase di crisi economico - finanziaria ed avviare il rilancio della FDG, salvaguardando i livelli occupazionali in essere;
2. Apertura del tavolo negoziale per il rinnovo del CCNL 2013 - 2015 e definizione dell'una tantum per il periodo 2010 - 2012;
3.Code Contrattuali sulla disciplina dell'apprendistato e delle indennità notturne e festive, ad integrazione del vigente CCNL 2002 - 2005.

In sintesi, l’approvazione della pre intesa permetterà di poter negoziare per ciascuno dei "poli" territoriali in cui è articolata la Fondazione un accordo temporaneo gestendo così in maniera mirata le criticità specifiche delle diverse strutture
Inoltre, l'intervento temporaneo su pochi istituti contrattuali permetterà di gestire le difficoltà economiche attuali scongiurando il ricorso a misure che sarebbero state ben più gravose per il personale, come la messa in mobilità e la cassa integrazione.
Infine, oltre ad essere rivalutate le indennità per lavoro festivo e notturno, si sancisce l'impegno a integrare il CCNL in vigore con il contratto di apprendistato, e si stabilisce l'erogazione di una somma una tantum per le spettanze arretrate del triennio 2010-2012. Gli accordi temporanei saranno validi per un periodo di 36 mesi, trascorso il quale cesseranno automaticamente, e potranno essere rimodulati qualora un polo centri prima del previsto gli obiettivi di risanamento.

In tale ottica, le parti, inoltre, concordano la quantificazione della Una Tantum, per tutte le competenze arretrate fino al 31/12/2012, data di entrata a regime dei nuovi valori tabellari che saranno oggetto del rinnovo contrattuale.
L'Una Tantum sarà corrisposta in due rate, la prima con la retribuzione di dicembre 2013 e la seconda entro il primo semestre del 2014.
Le parti, inoltre, concordano che eventuali variazioni migliorative, relative all'aumento a regime dei valori tabellari, che dovessero intervenire a seguito della trattativa del settore, saranno recepite con successivo accordo.

PosizioneUna tantum 2010-2012
A319,02
A1327,60
A2336,57
A3341,25
A4347,10
B344,76
B1354,51
B2365,04
B3371,67
B4379,08
C395,07
C1407,16
C2421,59
C3435,63
C4457,08
D429,00
D1444,60
D2459,03
D3473,07
D4487,50
DS462,54
DS1480,87
DS2499,59
DS3518,31
DS4534,30
E504,66
E1616,59
E2751,92