Domestici: gestione telematica degli assegni familiari

31 magg 2013 Forniti chiarimenti in merito alla corretta gestione degli ANF per i lavoratori domestici, relativamente ad alcune particolari casistiche (Inps Messaggio 30 maggio 2013, n. 8839).

L’Inps precisa, che in fase di compilazione della domande di assegno per il nucleo familiare dei lavoratori domestici, l’utente dovrà inserire un indirizzo di posta elettronica, per poter così ricevere informazioni circa lo stato della propria pratica e poter eventualmente procedere all’integrazione o rettifica della domanda.
L’invio della mail contenente la richiesta motivata di modifica della domanda, potrà avvenire sia automaticamente che su richiesta dell’operatore di sede. Sarà automatica nel caso in cui la procedura rilevi un’incongruenza tra i dati inseriti nella domanda e quelli presenti nella banche dati dell’Istituto. In tutti gli altri casi, nei quali emerge a seguito di verifiche amministrative la necessità di una rettifica della domanda, la procedura consentirà all’operatore di inviare una mail che indichi all’utenza i dati errati o incongruenti da correggere. La stessa sede quindi, dovrà operare la correzione ridefinendo le posizioni o, se necessario, anche solo correggendo il dato anagrafico.
Qualora, l’utente avrà inserito un errato indirizzo di posta elettronica,l’Istituto provvederà in maniera automatica a reiviarlala all’indirizzo di posta delle “Prestazioni a sostegno del reddito” della sede che ha in gestione la pratica, e sarà quest’ultima ad avvertire l’utente della necessità di modificare la domanda con le tradizionali modalità.
Se la sede non riuscirà a risolvere direttamente la problematica, durante la prima fase di assistenza, sarà possibile rivolgersi ai responsabili della procedura ANF LD. In tal caso, sarà necessario corredare la segnalazione inviata tramite mail, con l’immagine delle schermate interessate alla problematica segnalata. Queste modalità di gestione dell’assistenza, trovano applicazione anche nei confronti delle problematiche riscontrate dai Patronati.
Si ricorda che l’utente potrà verificare i dati inseriti tramite il “Sistema Unico per le Prestazioni a Sostegno del Reddito”, che renderà disponibile la visualizzazione del PDF di Riepilogo dei Dati inseriti.

31 magg 2013 Forniti chiarimenti in merito alla corretta gestione degli ANF per i lavoratori domestici, relativamente ad alcune particolari casistiche (Inps Messaggio 30 maggio 2013, n. 8839).

L’Inps precisa, che in fase di compilazione della domande di assegno per il nucleo familiare dei lavoratori domestici, l’utente dovrà inserire un indirizzo di posta elettronica, per poter così ricevere informazioni circa lo stato della propria pratica e poter eventualmente procedere all’integrazione o rettifica della domanda.
L’invio della mail contenente la richiesta motivata di modifica della domanda, potrà avvenire sia automaticamente che su richiesta dell’operatore di sede. Sarà automatica nel caso in cui la procedura rilevi un’incongruenza tra i dati inseriti nella domanda e quelli presenti nella banche dati dell’Istituto. In tutti gli altri casi, nei quali emerge a seguito di verifiche amministrative la necessità di una rettifica della domanda, la procedura consentirà all’operatore di inviare una mail che indichi all’utenza i dati errati o incongruenti da correggere. La stessa sede quindi, dovrà operare la correzione ridefinendo le posizioni o, se necessario, anche solo correggendo il dato anagrafico.
Qualora, l’utente avrà inserito un errato indirizzo di posta elettronica,l’Istituto provvederà in maniera automatica a reiviarlala all’indirizzo di posta delle "Prestazioni a sostegno del reddito" della sede che ha in gestione la pratica, e sarà quest’ultima ad avvertire l’utente della necessità di modificare la domanda con le tradizionali modalità.
Se la sede non riuscirà a risolvere direttamente la problematica, durante la prima fase di assistenza, sarà possibile rivolgersi ai responsabili della procedura ANF LD. In tal caso, sarà necessario corredare la segnalazione inviata tramite mail, con l’immagine delle schermate interessate alla problematica segnalata. Queste modalità di gestione dell’assistenza, trovano applicazione anche nei confronti delle problematiche riscontrate dai Patronati.
Si ricorda che l’utente potrà verificare i dati inseriti tramite il "Sistema Unico per le Prestazioni a Sostegno del Reddito", che renderà disponibile la visualizzazione del PDF di Riepilogo dei Dati inseriti.

“Collaborazione” e non subordinazione per l’ex azionista

 

 

Non è possibile considerare un rapporto di natura subordinata fra l’azienda e l’ex azionista di maggioranza della società qualora continui ad operarvi in forza di un contratto a progetto, proprio per la presenza di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale, riconducibile ad uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore, con la specifica finalità di posizionare l’azienda acquirente sul mercato durante la fase di transizione. (CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza n. 13394 del 29/5/2013).

Il caso di specie riguarda il ricorso presentato da un ex socio di maggioranza e consigliere delegato di una società per azione, concessionaria OPEL, che ha sottoscritto con la stessa un “contratto a progetto”, in concomitanza della cessione del relativo marchio e di alcuni rami d’azienda.
L’ex socio di maggioranza nel presentare il ricorso ha dichiarando illegittimo il recesso con preavviso di sei mesi, intimato dalla società acquirente, con la conseguente richiesta di reintegrazione nel posto di lavoro e risarcimento danni, considerando la natura di subordinazione della nuova posizione lavorativa, sottoposta alle direttive e disposizioni dell’amministratore della società,.
La Corte Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dal lavoratore a progetto non essendo provato che il lavoro sia iniziato prima della stipulazione del contratto a progetto e rilevando il rispetto non solo di tutti i requisiti formali richiesti dalla legge, ma anche della temporaneità e specificità di un progetto consistente nel mettere a disposizione della società che ha acquistato la concessionaria l’esperienza specifica acquisita in qualità di ex-proprietario della stessa al fine di “traghettare la nuova società all’interno del mercato”.
Quindi, la Corte nel vagliare la documentazione presentata in giudizio, ha dichiarato che il rapporto intercorso tra il lavoratore a progetto e l’amministratore della società non si iscrive in una logica di subordinazione, ma di collaborazione e coordinamento, ed è quindi inquadrabile nello specifico contratto di collaborazione coordinata e continuativa.

 

 

Non è possibile considerare un rapporto di natura subordinata fra l’azienda e l’ex azionista di maggioranza della società qualora continui ad operarvi in forza di un contratto a progetto, proprio per la presenza di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale, riconducibile ad uno o più progetti specifici determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore, con la specifica finalità di posizionare l’azienda acquirente sul mercato durante la fase di transizione. (CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza n. 13394 del 29/5/2013).

Il caso di specie riguarda il ricorso presentato da un ex socio di maggioranza e consigliere delegato di una società per azione, concessionaria OPEL, che ha sottoscritto con la stessa un "contratto a progetto", in concomitanza della cessione del relativo marchio e di alcuni rami d'azienda.
L’ex socio di maggioranza nel presentare il ricorso ha dichiarando illegittimo il recesso con preavviso di sei mesi, intimato dalla società acquirente, con la conseguente richiesta di reintegrazione nel posto di lavoro e risarcimento danni, considerando la natura di subordinazione della nuova posizione lavorativa, sottoposta alle direttive e disposizioni dell'amministratore della società,.
La Corte Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dal lavoratore a progetto non essendo provato che il lavoro sia iniziato prima della stipulazione del contratto a progetto e rilevando il rispetto non solo di tutti i requisiti formali richiesti dalla legge, ma anche della temporaneità e specificità di un progetto consistente nel mettere a disposizione della società che ha acquistato la concessionaria l'esperienza specifica acquisita in qualità di ex-proprietario della stessa al fine di "traghettare la nuova società all'interno del mercato".
Quindi, la Corte nel vagliare la documentazione presentata in giudizio, ha dichiarato che il rapporto intercorso tra il lavoratore a progetto e l'amministratore della società non si iscrive in una logica di subordinazione, ma di collaborazione e coordinamento, ed è quindi inquadrabile nello specifico contratto di collaborazione coordinata e continuativa.

Definitiva la proroga degli “Eco-bonus”

Il Governo nella seduta di oggi a Palazzo Chigi ha, tra l’altro, potenziato il regime di detrazioni fiscali che passerà dal 55% per gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici (detrazione in scadenza il 30 giugno prossimo) al 65% e prorogato le detrazioni fino al 31 dicembre 2013 o fino al 31 dicembre 2014 (per le ristrutturazioni importanti dell’intero edificio).

È stato definitivamente approvato il decreto legge che recepisce la direttiva 2010/31/UE e che mira a dare un’adeguata risposta alla necessaria ed urgente esigenza di favorire la riqualificazione e l’efficienza energetica del patrimonio immobiliare italiano in conformità al diritto dell’Unione Europea e nell’approssimarsi della scadenza degli attuali benefici.
Il decreto legge ha l’obiettivo di promuovere il miglioramento della prestazione energetica degli edifici, di favorire lo sviluppo, la valorizzazione e l’integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici, di sostenere la diversificazione energetica, di promuovere la competitività dell’industria nazionale attraverso lo sviluppo tecnologico e, di conseguire gli obiettivi nazionali in materia energetica e ambientale.
Con l’approvazione del decreto legge è previsto un forte potenziamento dell’attuale regime di detrazioni fiscali che passerà dal 55% per gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici (detrazione in scadenza il 30 giugno prossimo) al 65%, concentrando la misura sugli interventi strutturali sull’involucro edilizio, maggiormente idonei a ridurre stabilmente il fabbisogno di energia. Così, per le spese documentate sostenute a partire dal 1° luglio 2013 fino al 31 dicembre 2013 o fino al 31 dicembre 2014 (per le ristrutturazioni importanti dell’intero edificio), spetterà la detrazione dell’imposta lorda per una quota pari al 65% degli importi rimasti a carico del contribuente, ripartita in 10 quote annuali di pari importo.

Il Governo nella seduta di oggi a Palazzo Chigi ha, tra l’altro, potenziato il regime di detrazioni fiscali che passerà dal 55% per gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici (detrazione in scadenza il 30 giugno prossimo) al 65% e prorogato le detrazioni fino al 31 dicembre 2013 o fino al 31 dicembre 2014 (per le ristrutturazioni importanti dell’intero edificio).

È stato definitivamente approvato il decreto legge che recepisce la direttiva 2010/31/UE e che mira a dare un’adeguata risposta alla necessaria ed urgente esigenza di favorire la riqualificazione e l’efficienza energetica del patrimonio immobiliare italiano in conformità al diritto dell’Unione Europea e nell’approssimarsi della scadenza degli attuali benefici.
Il decreto legge ha l’obiettivo di promuovere il miglioramento della prestazione energetica degli edifici, di favorire lo sviluppo, la valorizzazione e l’integrazione delle fonti rinnovabili negli edifici, di sostenere la diversificazione energetica, di promuovere la competitività dell’industria nazionale attraverso lo sviluppo tecnologico e, di conseguire gli obiettivi nazionali in materia energetica e ambientale.
Con l’approvazione del decreto legge è previsto un forte potenziamento dell’attuale regime di detrazioni fiscali che passerà dal 55% per gli interventi di miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici (detrazione in scadenza il 30 giugno prossimo) al 65%, concentrando la misura sugli interventi strutturali sull’involucro edilizio, maggiormente idonei a ridurre stabilmente il fabbisogno di energia. Così, per le spese documentate sostenute a partire dal 1° luglio 2013 fino al 31 dicembre 2013 o fino al 31 dicembre 2014 (per le ristrutturazioni importanti dell’intero edificio), spetterà la detrazione dell’imposta lorda per una quota pari al 65% degli importi rimasti a carico del contribuente, ripartita in 10 quote annuali di pari importo.

Slitta al 10 giugno il termine per la presentazione del Mod. 730/2013

I contribuenti hanno più tempo per la presentazione del mod. 730/2013 relativo alla dichiarazione dei redditi 2012

Il Presidente del Consiglio dei ministri con il decreto del 29 maggio 2013, in corso di pubblicazione in gazzetta ufficiale, ha spostato dal 31 maggio 2013 al 10 giugno 2013 la scadenza per la consegna da parte dei contribuenti dei modelli 730/2013 ai soggetti che prestano l’assistenza fiscale (Caf e i professionisti abilitati).
Di conseguenza slittano anche i seguenti termini:
– il termine entro cui i soggetti che prestano assistenza fiscale dovranno consegnare ai contribuenti copia della dichiarazione elaborata e il prospetto di liquidazione modello 730-3 slitta dal 17 al 24 giugno;
– il termine per la trasmissione telematica all’Agenzia delle Entrate dei modelli predisposti e del relativo risultato contabile slitta dal 30 giugno all’8 luglio.

Il contribuente che si rivolge a un Caf o a un professionista abilitato può consegnare il modello già debitamente e correttamente compilato senza pagare alcun compenso al Caf o al professionista, oppure può chiedere assistenza per la compilazione. Il Caf può richiedere al momento della presentazione della dichiarazione i dati relativi alla residenza anagrafica del dichiarante. Il contribuente deve presentare al Caf o al professionista, in busta chiusa, la scheda per la scelta della destinazione dell’8 per mille e del 5 per mille dell’Irpef (Mod. 730-1), anche se non ha espresso alcuna scelta.

Il contribuente deve sempre esibire al Caf o al professionista abilitato la documentazione necessaria per verificare la conformità dei dati riportati nella dichiarazione e per dimostrare il diritto alle deduzioni e detrazioni richieste in dichiarazione (ad esempio CUD, scontrini, ricevute, fatture, attestati di versamento d’imposta eseguiti direttamente dal contribuente con modello F24, ecc.).
I documenti relativi alla dichiarazione di quest’anno vanno conservati fino al 31 dicembre 2017 termine entro il quale l’amministrazione fiscale può richiederli.
I Caf o i professionisti abilitati hanno l’obbligo di verificare che i dati indicati nel modello 730 siano conformi ai documenti esibiti dal contribuente (relativi a oneri deducibili e detrazioni d’imposta spettanti, alle ritenute, agli importi dovuti a titolo di saldo o di acconto oppure ai rimborsi) e rilasciano per ogni dichiarazione un visto di conformità (ossia una certificazione di correttezza dei dati).

I contribuenti hanno più tempo per la presentazione del mod. 730/2013 relativo alla dichiarazione dei redditi 2012

Il Presidente del Consiglio dei ministri con il decreto del 29 maggio 2013, in corso di pubblicazione in gazzetta ufficiale, ha spostato dal 31 maggio 2013 al 10 giugno 2013 la scadenza per la consegna da parte dei contribuenti dei modelli 730/2013 ai soggetti che prestano l’assistenza fiscale (Caf e i professionisti abilitati).
Di conseguenza slittano anche i seguenti termini:
- il termine entro cui i soggetti che prestano assistenza fiscale dovranno consegnare ai contribuenti copia della dichiarazione elaborata e il prospetto di liquidazione modello 730-3 slitta dal 17 al 24 giugno;
- il termine per la trasmissione telematica all’Agenzia delle Entrate dei modelli predisposti e del relativo risultato contabile slitta dal 30 giugno all’8 luglio.

Il contribuente che si rivolge a un Caf o a un professionista abilitato può consegnare il modello già debitamente e correttamente compilato senza pagare alcun compenso al Caf o al professionista, oppure può chiedere assistenza per la compilazione. Il Caf può richiedere al momento della presentazione della dichiarazione i dati relativi alla residenza anagrafica del dichiarante. Il contribuente deve presentare al Caf o al professionista, in busta chiusa, la scheda per la scelta della destinazione dell’8 per mille e del 5 per mille dell’Irpef (Mod. 730-1), anche se non ha espresso alcuna scelta.

Il contribuente deve sempre esibire al Caf o al professionista abilitato la documentazione necessaria per verificare la conformità dei dati riportati nella dichiarazione e per dimostrare il diritto alle deduzioni e detrazioni richieste in dichiarazione (ad esempio CUD, scontrini, ricevute, fatture, attestati di versamento d’imposta eseguiti direttamente dal contribuente con modello F24, ecc.).
I documenti relativi alla dichiarazione di quest’anno vanno conservati fino al 31 dicembre 2017 termine entro il quale l’amministrazione fiscale può richiederli.
I Caf o i professionisti abilitati hanno l’obbligo di verificare che i dati indicati nel modello 730 siano conformi ai documenti esibiti dal contribuente (relativi a oneri deducibili e detrazioni d’imposta spettanti, alle ritenute, agli importi dovuti a titolo di saldo o di acconto oppure ai rimborsi) e rilasciano per ogni dichiarazione un visto di conformità (ossia una certificazione di correttezza dei dati).

Registrazione degli atti notarili: arriva la Guida Operativa

L’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 18/E del 2013, ha pubblicato una guida operativa al fine di rendere omogenea ed uniforme la tassazione degli atti notarili su tutto il territorio nazionale e di ridurre le casistiche conflittuali che possono insorgere tra i contribuenti ed i notai da un lato e l’Amministrazione finanziaria dall’altro, nella prospettiva di una azione amministrativa più efficiente ed efficace, oltre che più trasparente.

L’imposta di registro è una imposta indiretta che ha quale presupposto il compimento di determinati atti giuridici, che sono assunti quale indice della capacità contributiva dei soggetti che li pongono in essere ed è disciplinata dal TUR (Testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro approvato con il D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131),
L’istituto della registrazione assolve, inoltre ad una funzione di natura probatoria, in quanto, la registrazione attesta l’esistenza degli atti ed attribuisce ad essi data certa di fronte ai terzi.
La registrazione dell’atto consente, inoltre, all’Amministrazione finanziaria di acquisire mediante l’Anagrafe Tributaria, notizie riguardanti la situazione economico-patrimoniale dei contribuenti. Le informazioni acquisite attraverso la registrazione degli atti possono assumere rilievo anche ai fini dell’accertamento di imposte diverse da quella di registro.
Ai fini della regiistrazione gli atti si distinguono in:
– atti da registrare in “termine fisso”, sono quelli per i quali la formalità della registrazione, deve essere esperita obbligatoriamente entro un termine perentorio. La registrazione degli atti notarili con il Modello Unico Informatico deve essere, invece, effettuata nel termine di 30 giorni dalla data di formazione dell’atto.
– atti da registrare in “caso d’uso”, quelli per i quali l’obbligo di richiedere la registrazione sorge solo nel momento in cui tali atti sono depositati, per essere acquisiti agli atti, presso le cancellerie giudiziarie nell’esplicazione dell’attività amministrativa o presso le pubbliche amministrazioni dello Stato o degli enti pubblici territoriali e i rispettivi organi di controllo, salvo che il deposito avvenga in adempimento di un’obbligazione di tali amministrazioni, ovvero che sia obbligatorio per legge o regolamento.
Al TUR è, inoltre, allegata una Tabella che elenca gli atti per i quali non vige l’obbligo della registrazione ed un Prospetto dei coefficienti per la determinazione dei diritti di usufrutto a vita e delle rendite o pensioni vitalizie.
Gli atti per i quali non vige l’obbligo della registrazione possono comunque essere prodotti dai contribuenti per essere registrati volontariamente (ad es. testamenti, contratti di assicurazione, e qualsiasi altro atto presentato spontaneamente per la registrazione).
Sono soggetti obbligati al pagamento dell’imposta, tra l’altro, i pubblici ufficiali che hanno redatto, ricevuto o autenticato l’atto (notai, segretari o delegati della pubblica amministrazione etc.), i soggetti nel cui interesse è richiesta la registrazione, le parti contraenti, coloro che hanno sottoscritto o avrebbero dovuto sottoscrivere le denunce per la richiesta di registrazione di contratti verbali o di eventi successivi alla registrazione.
La registrazione degli atti notarili deve essere effettuata presso l’ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate nella cui circoscrizione risiede il pubblico ufficiale obbligato a richiederla.
Al momento della registrazione, il richiedente deve pagare l’imposta di registro e le altre imposte connesse all’atto da registrare (ed in particolare: l’imposta ipotecaria quando deve essere richiesta la formalità di trascrizione, iscrizione, rinnovazione e annotazione dell’atto presso i pubblici registri; l’imposta catastale quando è necessario procedere alla voltura catastale ovvero l’imposta di bollo).
Per quanto concerne la modalità di registrazione degli atti pubblici ricevuti e delle scritture private autenticate dai notai, questi ultimi possono presentare la relativa richiesta esclusivamente in via telematica, fatta eccezione per il caso in cui, a causa di un malfunzionamento del software per la registrazione, il notaio non possa utilizzare la procedura telematica: in tal caso, dovrà ricorrere alla c.d. “procedura d’urgenza” che prevede la registrazione secondo il sistema tradizionale, ovvero presentando il modello cartaceo con i relativi allegati allo sportello dell’Ufficio di competenza.
La registrazione telematica per i notai è diventata obbligatoria per tutti gli atti da essi formati autenticati a decorrere dal 1° giugno 2007.
Il sistema telematico si caratterizza per l’autoliquidazione dell’imposta principale di registro e delle imposte ipotecaria e catastale operata dal notaio nel rispetto delle norme dettate dalla legge di registro.
Per gli atti registrati in via telematica, l’attività dell’Ufficio dell’Agenzia delle entrate, relativamente alla liquidazione dell’imposta principale di registro, è svolta, dunque, successivamente alla registrazione dell’atto, allorquando viene controllata la regolarità dell’autoliquidazione effettuata dal notaio e del versamento delle imposte.

L’Agenzia delle entrate, con la circolare n. 18/E del 2013, ha pubblicato una guida operativa al fine di rendere omogenea ed uniforme la tassazione degli atti notarili su tutto il territorio nazionale e di ridurre le casistiche conflittuali che possono insorgere tra i contribuenti ed i notai da un lato e l’Amministrazione finanziaria dall’altro, nella prospettiva di una azione amministrativa più efficiente ed efficace, oltre che più trasparente.

L’imposta di registro è una imposta indiretta che ha quale presupposto il compimento di determinati atti giuridici, che sono assunti quale indice della capacità contributiva dei soggetti che li pongono in essere ed è disciplinata dal TUR (Testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro approvato con il D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131),
L’istituto della registrazione assolve, inoltre ad una funzione di natura probatoria, in quanto, la registrazione attesta l’esistenza degli atti ed attribuisce ad essi data certa di fronte ai terzi.
La registrazione dell’atto consente, inoltre, all’Amministrazione finanziaria di acquisire mediante l’Anagrafe Tributaria, notizie riguardanti la situazione economico-patrimoniale dei contribuenti. Le informazioni acquisite attraverso la registrazione degli atti possono assumere rilievo anche ai fini dell’accertamento di imposte diverse da quella di registro.
Ai fini della regiistrazione gli atti si distinguono in:
- atti da registrare in "termine fisso", sono quelli per i quali la formalità della registrazione, deve essere esperita obbligatoriamente entro un termine perentorio. La registrazione degli atti notarili con il Modello Unico Informatico deve essere, invece, effettuata nel termine di 30 giorni dalla data di formazione dell’atto.
- atti da registrare in "caso d’uso", quelli per i quali l’obbligo di richiedere la registrazione sorge solo nel momento in cui tali atti sono depositati, per essere acquisiti agli atti, presso le cancellerie giudiziarie nell’esplicazione dell’attività amministrativa o presso le pubbliche amministrazioni dello Stato o degli enti pubblici territoriali e i rispettivi organi di controllo, salvo che il deposito avvenga in adempimento di un’obbligazione di tali amministrazioni, ovvero che sia obbligatorio per legge o regolamento.
Al TUR è, inoltre, allegata una Tabella che elenca gli atti per i quali non vige l’obbligo della registrazione ed un Prospetto dei coefficienti per la determinazione dei diritti di usufrutto a vita e delle rendite o pensioni vitalizie.
Gli atti per i quali non vige l’obbligo della registrazione possono comunque essere prodotti dai contribuenti per essere registrati volontariamente (ad es. testamenti, contratti di assicurazione, e qualsiasi altro atto presentato spontaneamente per la registrazione).
Sono soggetti obbligati al pagamento dell’imposta, tra l’altro, i pubblici ufficiali che hanno redatto, ricevuto o autenticato l’atto (notai, segretari o delegati della pubblica amministrazione etc.), i soggetti nel cui interesse è richiesta la registrazione, le parti contraenti, coloro che hanno sottoscritto o avrebbero dovuto sottoscrivere le denunce per la richiesta di registrazione di contratti verbali o di eventi successivi alla registrazione.
La registrazione degli atti notarili deve essere effettuata presso l’ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate nella cui circoscrizione risiede il pubblico ufficiale obbligato a richiederla.
Al momento della registrazione, il richiedente deve pagare l’imposta di registro e le altre imposte connesse all’atto da registrare (ed in particolare: l’imposta ipotecaria quando deve essere richiesta la formalità di trascrizione, iscrizione, rinnovazione e annotazione dell’atto presso i pubblici registri; l’imposta catastale quando è necessario procedere alla voltura catastale ovvero l’imposta di bollo).
Per quanto concerne la modalità di registrazione degli atti pubblici ricevuti e delle scritture private autenticate dai notai, questi ultimi possono presentare la relativa richiesta esclusivamente in via telematica, fatta eccezione per il caso in cui, a causa di un malfunzionamento del software per la registrazione, il notaio non possa utilizzare la procedura telematica: in tal caso, dovrà ricorrere alla c.d. "procedura d’urgenza" che prevede la registrazione secondo il sistema tradizionale, ovvero presentando il modello cartaceo con i relativi allegati allo sportello dell’Ufficio di competenza.
La registrazione telematica per i notai è diventata obbligatoria per tutti gli atti da essi formati autenticati a decorrere dal 1° giugno 2007.
Il sistema telematico si caratterizza per l’autoliquidazione dell’imposta principale di registro e delle imposte ipotecaria e catastale operata dal notaio nel rispetto delle norme dettate dalla legge di registro.
Per gli atti registrati in via telematica, l’attività dell’Ufficio dell’Agenzia delle entrate, relativamente alla liquidazione dell’imposta principale di registro, è svolta, dunque, successivamente alla registrazione dell’atto, allorquando viene controllata la regolarità dell’autoliquidazione effettuata dal notaio e del versamento delle imposte.

Chiarimenti sulle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche

Si forniscono precisazioni ministeriali in merito alle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche sulle attrezzature di lavoro, nonché ai criteri per l’abilitazione dei soggetti pubblici o privati del cui supporto l’Inail e le Asl possono avvalersi ai fini dell’effettuazione delle verifiche in argomento, in presenza di specifiche condizioni previamente individuate.

Nello specifico, al fine di individuare eventuali vizi, difetti o anomalie, prodottesi nell’utilizzo delle attrezzature di lavoro, messe in esercizio da oltre 20 anni, nonché di stabilire la vita residua in cui la macchina potrà ancora operare in condizioni di sicurezza con le eventuali relative nuove portate nominali, viene effettuata un’accurata indagine supplementare alla quale vengono sottoposti tutti gli apparecchi di sollevamento di tipo mobile o trasferibile oltre ai ponti mobili sviluppabili su carro ad azionamento motorizzato che siano stati messi in servizio, come detto, in data antecedente a 20 anni. Tali ispezioni sono disposte dagli utilizzatori o dai proprietari delle gru o dei ponti mobili sviluppabili e devono includere l’esame visivo, le prove non distruttive, le prove funzionali e le prove di funzionamento. Quanto ai carrelli semoventi a braccio telescopico, il datore di lavoro, per accedere alle specifiche tariffe previste per i carrelli semoventi a braccio telescopico dotati di più accessori/attrezzature intercambiabili, deve comunicare all’INAIL la messa in servizio del carrello a braccio telescopico, riportando nel relativo modello l’indicazione del o dei numeri di matricola precedentemente assegnati all’attrezzatura. Le matricole già assegnate vengono riassorbite dalla matricola associata al carrello semovente, che diviene l’unica identificativa dell’attrezzatura con tutte le funzioni aggiuntive. Nel caso in cui dette attrezzature siano già state sottoposte a verifiche (da parte di INAIL o ASL/ARPA), rientrano nel regime delle verifiche periodiche successive, per cui non sarà necessario che il datore di lavoro richieda la prima verifica periodica ad INAIL.

Ai fini della massima trasparenza e divulgazione possibile delle informazioni, i soggetti abilitati alle verifiche sulle attrezzature di lavoro devono pubblicare sul proprio sito internet il relativo organigramma generale (matrice delle competenze) e mantenerlo aggiornato in occasione di ogni variazione autorizzata da questa Amministrazione.
All’atto dell’accesso presso il datore di lavoro per l’effettuazione della verifica periodica, il tecnico verificatore del soggetto abilitato deve esibire copia della lettera di incarico nonché la documentazione attestante la sua appartenenza all’elenco dei verificatori dello stesso soggetto abilitato.

Si forniscono precisazioni ministeriali in merito alle modalità di effettuazione delle verifiche periodiche sulle attrezzature di lavoro, nonché ai criteri per l'abilitazione dei soggetti pubblici o privati del cui supporto l'Inail e le Asl possono avvalersi ai fini dell'effettuazione delle verifiche in argomento, in presenza di specifiche condizioni previamente individuate.

Nello specifico, al fine di individuare eventuali vizi, difetti o anomalie, prodottesi nell'utilizzo delle attrezzature di lavoro, messe in esercizio da oltre 20 anni, nonché di stabilire la vita residua in cui la macchina potrà ancora operare in condizioni di sicurezza con le eventuali relative nuove portate nominali, viene effettuata un’accurata indagine supplementare alla quale vengono sottoposti tutti gli apparecchi di sollevamento di tipo mobile o trasferibile oltre ai ponti mobili sviluppabili su carro ad azionamento motorizzato che siano stati messi in servizio, come detto, in data antecedente a 20 anni. Tali ispezioni sono disposte dagli utilizzatori o dai proprietari delle gru o dei ponti mobili sviluppabili e devono includere l'esame visivo, le prove non distruttive, le prove funzionali e le prove di funzionamento. Quanto ai carrelli semoventi a braccio telescopico, il datore di lavoro, per accedere alle specifiche tariffe previste per i carrelli semoventi a braccio telescopico dotati di più accessori/attrezzature intercambiabili, deve comunicare all'INAIL la messa in servizio del carrello a braccio telescopico, riportando nel relativo modello l'indicazione del o dei numeri di matricola precedentemente assegnati all'attrezzatura. Le matricole già assegnate vengono riassorbite dalla matricola associata al carrello semovente, che diviene l'unica identificativa dell'attrezzatura con tutte le funzioni aggiuntive. Nel caso in cui dette attrezzature siano già state sottoposte a verifiche (da parte di INAIL o ASL/ARPA), rientrano nel regime delle verifiche periodiche successive, per cui non sarà necessario che il datore di lavoro richieda la prima verifica periodica ad INAIL.

Ai fini della massima trasparenza e divulgazione possibile delle informazioni, i soggetti abilitati alle verifiche sulle attrezzature di lavoro devono pubblicare sul proprio sito internet il relativo organigramma generale (matrice delle competenze) e mantenerlo aggiornato in occasione di ogni variazione autorizzata da questa Amministrazione.
All'atto dell'accesso presso il datore di lavoro per l’effettuazione della verifica periodica, il tecnico verificatore del soggetto abilitato deve esibire copia della lettera di incarico nonché la documentazione attestante la sua appartenenza all'elenco dei verificatori dello stesso soggetto abilitato.

Il terzo Decreto sui “salvaguardati”

Pubblicato, nella G.U. 28 maggio 2013, n. 123, il terzo decreto in favore di 10.130 salvaguardati (D.M. 22 aprile 2013).

Beneficiano delle disposizioni in materia di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze vigenti prima della data di entrata in vigore del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, ancorché maturino il requisito per il pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011:
– i lavoratori cessati dal rapporto di lavoro entro il 30 settembre 2012 e collocati in mobilità ordinaria o in deroga a seguito di accordi governativi o non governativi, stipulati entro il 31 dicembre 2011, e che abbiano perfezionato i requisiti utili al trattamento pensionistico entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità di cui all’art. 7, co. 1 e 2, della L. 23 luglio 1991, n. 223, ovvero durante il periodo di godimento dell’indennità di mobilità in deroga e in ogni caso entro il 31 dicembre 2014 (lett. a) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012);
– i lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione entro il 4 dicembre 2011, con almeno un contributo volontario accreditato o accreditabile alla data di entrata in vigore del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, ancorché abbiano svolto, successivamente alla medesima data del 4 dicembre 2011, qualsiasi attività, non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato dopo l’autorizzazione alla prosecuzione volontaria, a condizione che: 1) abbiano conseguito successivamente alla data del 4 dicembre 2011 un reddito annuo lordo complessivo riferito a tali attività non superiore a euro 7.500 annui; 2) perfezionino i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico entro il trentaseiesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del cit. D.L. n. 201/2011 (lett. b) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012);
– i lavoratori che hanno risolto il rapporto di lavoro entro il 30 giugno 2012, in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412 del codice di procedura civile ovvero in applicazione di accordi collettivi di incentivo all’esodo stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale entro il 31 dicembre 2011, ancorché abbiano svolto, dopo la cessazione, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, a condizione che: 1) abbiano conseguito successivamente alla data del 30 giugno 2012 un reddito annuo lordo complessivo riferito a tali attività non superiore a euro 7.500; 2) perfezionino i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico entro il trentaseiesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del D.L. n. 201/2011 (lett. c) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012);
– i lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione entro il 4 dicembre 2011 e collocati in mobilità ordinaria alla predetta data, i quali, in quanto fruitori della relativa indennità, devono attendere il termine della fruizione della stessa per poter effettuare il versamento volontario, a condizione che perfezionino i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico entro il trentaseiesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del D.L. n. 201 suddetto (lett. d) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012).

Nell’esaminare le domande, l’Inps tiene conto dei seguenti criteri di precedenza:
a) per i lavoratori collocati in mobilità ordinaria o in deroga, la data di cessazione del rapporto di lavoro;
b) per i lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione, la data di cessazione del rapporto di lavoro precedente l’autorizzazione ai versamenti volontari;
c) per i lavoratori di cui alla predetta lettera c), la data di cessazione del rapporto di lavoro. Questi ultimi conseguono il beneficio a condizione che la data di cessazione del rapporto di lavoro risulti da elementi certi e oggettivi, quali le comunicazioni obbligatorie alle Dtl, ovvero agli altri soggetti equipollenti individuati sulla base di disposizioni normative o regolamentari.
Le istanze devono essere presentate entro 120 giorni dalla data di pubblicazione del decreto in esame nella Gazzetta Ufficiale (6 giugno 2013), anche per i lavoratori di cui alle lettere b) e d) citate.

Pubblicato, nella G.U. 28 maggio 2013, n. 123, il terzo decreto in favore di 10.130 salvaguardati (D.M. 22 aprile 2013).

Beneficiano delle disposizioni in materia di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze vigenti prima della data di entrata in vigore del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, ancorché maturino il requisito per il pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011:
- i lavoratori cessati dal rapporto di lavoro entro il 30 settembre 2012 e collocati in mobilità ordinaria o in deroga a seguito di accordi governativi o non governativi, stipulati entro il 31 dicembre 2011, e che abbiano perfezionato i requisiti utili al trattamento pensionistico entro il periodo di fruizione dell'indennità di mobilità di cui all'art. 7, co. 1 e 2, della L. 23 luglio 1991, n. 223, ovvero durante il periodo di godimento dell'indennità di mobilità in deroga e in ogni caso entro il 31 dicembre 2014 (lett. a) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012);
- i lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione entro il 4 dicembre 2011, con almeno un contributo volontario accreditato o accreditabile alla data di entrata in vigore del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214, ancorché abbiano svolto, successivamente alla medesima data del 4 dicembre 2011, qualsiasi attività, non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato dopo l'autorizzazione alla prosecuzione volontaria, a condizione che: 1) abbiano conseguito successivamente alla data del 4 dicembre 2011 un reddito annuo lordo complessivo riferito a tali attività non superiore a euro 7.500 annui; 2) perfezionino i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico entro il trentaseiesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del cit. D.L. n. 201/2011 (lett. b) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012);
- i lavoratori che hanno risolto il rapporto di lavoro entro il 30 giugno 2012, in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412 del codice di procedura civile ovvero in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale entro il 31 dicembre 2011, ancorché abbiano svolto, dopo la cessazione, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, a condizione che: 1) abbiano conseguito successivamente alla data del 30 giugno 2012 un reddito annuo lordo complessivo riferito a tali attività non superiore a euro 7.500; 2) perfezionino i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico entro il trentaseiesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del D.L. n. 201/2011 (lett. c) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012);
- i lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione entro il 4 dicembre 2011 e collocati in mobilità ordinaria alla predetta data, i quali, in quanto fruitori della relativa indennità, devono attendere il termine della fruizione della stessa per poter effettuare il versamento volontario, a condizione che perfezionino i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico entro il trentaseiesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del D.L. n. 201 suddetto (lett. d) dell’art. 1, co. 231, L. n. 228/2012).

Nell'esaminare le domande, l'Inps tiene conto dei seguenti criteri di precedenza:
a) per i lavoratori collocati in mobilità ordinaria o in deroga, la data di cessazione del rapporto di lavoro;
b) per i lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione, la data di cessazione del rapporto di lavoro precedente l'autorizzazione ai versamenti volontari;
c) per i lavoratori di cui alla predetta lettera c), la data di cessazione del rapporto di lavoro. Questi ultimi conseguono il beneficio a condizione che la data di cessazione del rapporto di lavoro risulti da elementi certi e oggettivi, quali le comunicazioni obbligatorie alle Dtl, ovvero agli altri soggetti equipollenti individuati sulla base di disposizioni normative o regolamentari.
Le istanze devono essere presentate entro 120 giorni dalla data di pubblicazione del decreto in esame nella Gazzetta Ufficiale (6 giugno 2013), anche per i lavoratori di cui alle lettere b) e d) citate.

La disciplina generale dell’apprendistato e il regime contributivo

L’Inail fornisce una sintesi del quadro normativo relativo al  regime contributivo dell’apprendistato alla luce delle innovazioni apportate dalla Riforma Fornero (Circolare 24 maggio 2013, n. 27)

 

Come risaputo, al fine di agevolare gli operatori nell’applicazione della disciplina, la riforma ha modificato la disciplina prevista dal Testo Unico in merito ai limiti quantitativi applicabili alle assunzioni. In base ad essa, infatti, fino al 31 dicembre 2012, il numero complessivo di soggetti che un datore di lavoro poteva assumere con contratto di apprendistato non poteva superare il 100 per cento delle maestranze specializzate e qualificate in servizio mentre, a decorrere dal 1° gennaio 2013, il rapporto tra apprendisti e maestranze specializzate e qualificate in servizio, non potrà superare il rapporto di 3 a 2., fermo restando che tale rapporto non può superare il 100% per i datori di lavoro che occupano un numero di lavoratori inferiore a 10 unità. Infine, in caso di assenza di lavoratori qualificati o specializzati, o di loro presenza in numero inferiore a tre unità, il datore di lavoro può assumere, al massimo, 3 apprendisti.
Diversamente, le imprese artigiane continuano ad essere soggette alle disposizioni in materia di limiti dimensionali della legge quadro per l’artigianato.

In tema di stabilizzazione, invece, nelle aziende in cui sono occupati almeno 10 lavoratori,  l’assunzione di nuovi apprendisti è subordinata alla condizione che nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione, almeno il 30% (50% dal 18 luglio 2015) degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro abbia proseguito il rapporto di lavoro al termine del periodo di apprendistato. Tale clausola di stabilizzazione, c.d. legale, va coordinata con quella di analogo tenore eventualmente introdotta dalla contrattazione collettiva, che non subisce invece limitazioni in funzione dell’organico aziendale . Pertanto, il funzionario di vigilanza avrà cura di verificare preliminarmente se si verta nell’una o nell’altra ipotesi e, una volta individuata la disciplina applicabile, se vi sia stato il superamento dei limiti rispettivamente previsti dalla norma o dalla contrattazione collettiva.

Per quanto riguarda il regime sanzionatorio, nel caso di inadempimento nell’erogazione della formazione, il datore di lavoro è tenuto a versare la differenza tra la contribuzione versata e quella dovuta con riferimento al livello di inquadramento contrattuale superiore che sarebbe stato raggiunto dal lavoratore al termine del periodo di apprendistato, maggiorata del 100 per cento, con esclusione di qualsiasi altra sanzione per omessa contribuzione.

Le violazioni legate alla mancata formazione dell’apprendista sono di esclusiva competenza del personale ispettivo del citato Ministero, al quale è inoltre attribuita la competenza ad adottare un provvedimento di disposizione assegnando un congruo termine al datore di lavoro per adempiere, al fine di ripristinare un corretto svolgimento del rapporto (cfr circolare 5/2013).
Per quanto riguarda, invece, i casi di inosservanza dei principi previsti per l’attivazione e lo svolgimento dei rapporti di apprendistato, il Testo Unico prevede l’irrogazione di sanzioni amministrative del tutto nuove ed ha esteso il potere di contestazione di dette violazioni a tutti gli organi di vigilanza che effettuano accertamenti in materia di lavoro e previdenza e quindi anche ai funzionari di vigilanza Inail.

Il merito al regime contributivo, esso è quello disciplinato dalla Legge finanziaria, che, a decorrere dal 1º gennaio 2007, è complessivamente rideterminato in misura pari al 10% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali.  Per effetto della ripartizione del contributo dovuto per gli apprendisti fra le gestioni previdenziali interessate, l’aliquota di competenza Inail è fissata nella misura dello 0,30%. Il contributo dovuto è riscosso dall’Inps che, poi, provvede a riversare all’Inail la quota di competenza.
Per i datori di lavoro che occupano alle proprie dipendenze un numero di addetti pari o inferiore a nove, l’aliquota del 10% per i contratti di apprendistato è ridotta nelle seguenti misure:
– 8,5% per i periodi contributivi maturati nel primo anno di contratto (il contributo diventa pari all’1,5%)
– 7% per i periodi contributivi maturati nel secondo anno di contratto (il contributo diventa pari al 3%).
Resta ferma l’aliquota del 10% per i periodi contributivi maturati negli anni di contratto successivi al secondo. All’aliquota del datore di lavoro, si aggiunge la quota dovuta dall’apprendista che, a seguito dell’aumento dello 0,30% della contribuzione a carico dei lavoratori dipendenti dal 1° gennaio 2007 è pari al 5,84%.

Inoltre, la Circolare ricorda che, per incentivare l’occupazione dei giovani, la legge di stabilità 2012 ha previsto un incentivo da applicare ai contratti di apprendistato stipulati dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2016, riconoscendo uno sgravio contributivo del 100% a favore dei datori di lavoro fino a 9 dipendenti per i periodi contributivi maturati nei primi tre anni del contratto.
I benefici contributivi in materia di previdenza ed assistenza sociale (compresa la quota relativa all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali) sono mantenuti per un anno dalla prosecuzione del rapporto di lavoro al termine del periodo di formazione.  Ne restano esclusi i lavoratori in mobilità assunti con contratto di apprendistato.

Si ricorda inoltre, che la Riforma del lavoro ha espressamente autorizzato, a decorrere dal 1° gennaio 2013,  le Agenzie di somministrazione ad assumere apprendisti per poi somministrarli ai propri clienti. Ciò però è previsto solo in forza di una somministrazione a tempo indeterminato (staff leasing), in quanto, la nuova normativa espressamente esclude la possibilità di assumere apprendisti con contratto di somministrazione a tempo determinato.

Per quanto riguarda le prestazioni assicurative, si confermano le disposizioni vigenti che prevedono, in caso di evento indennizzabile, la liquidazione dell’indennità per inabilità temporanea sulla base della retribuzione effettiva.  La rendita diretta e la rendita a superstiti, invece, verranno calcolate sulla retribuzione prevista per la qualifica iniziale del lavoratore di età superiore ai diciotto anni non apprendista della stessa categoria e lavorazione cui gli apprendisti stessi o i minori sono addetti e comunque a retribuzione non inferiore a quella più bassa stabilita dal contratto collettivo di lavoro per prestatori d’opera di età superiore ai diciotto anni della stessa categoria e lavorazione.

L’Inail fornisce una sintesi del quadro normativo relativo al  regime contributivo dell’apprendistato alla luce delle innovazioni apportate dalla Riforma Fornero (Circolare 24 maggio 2013, n. 27)

 

Come risaputo, al fine di agevolare gli operatori nell’applicazione della disciplina, la riforma ha modificato la disciplina prevista dal Testo Unico in merito ai limiti quantitativi applicabili alle assunzioni. In base ad essa, infatti, fino al 31 dicembre 2012, il numero complessivo di soggetti che un datore di lavoro poteva assumere con contratto di apprendistato non poteva superare il 100 per cento delle maestranze specializzate e qualificate in servizio mentre, a decorrere dal 1° gennaio 2013, il rapporto tra apprendisti e maestranze specializzate e qualificate in servizio, non potrà superare il rapporto di 3 a 2., fermo restando che tale rapporto non può superare il 100% per i datori di lavoro che occupano un numero di lavoratori inferiore a 10 unità. Infine, in caso di assenza di lavoratori qualificati o specializzati, o di loro presenza in numero inferiore a tre unità, il datore di lavoro può assumere, al massimo, 3 apprendisti.
Diversamente, le imprese artigiane continuano ad essere soggette alle disposizioni in materia di limiti dimensionali della legge quadro per l’artigianato.

In tema di stabilizzazione, invece, nelle aziende in cui sono occupati almeno 10 lavoratori,  l’assunzione di nuovi apprendisti è subordinata alla condizione che nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione, almeno il 30% (50% dal 18 luglio 2015) degli apprendisti dipendenti dallo stesso datore di lavoro abbia proseguito il rapporto di lavoro al termine del periodo di apprendistato. Tale clausola di stabilizzazione, c.d. legale, va coordinata con quella di analogo tenore eventualmente introdotta dalla contrattazione collettiva, che non subisce invece limitazioni in funzione dell’organico aziendale . Pertanto, il funzionario di vigilanza avrà cura di verificare preliminarmente se si verta nell’una o nell’altra ipotesi e, una volta individuata la disciplina applicabile, se vi sia stato il superamento dei limiti rispettivamente previsti dalla norma o dalla contrattazione collettiva.

Per quanto riguarda il regime sanzionatorio, nel caso di inadempimento nell’erogazione della formazione, il datore di lavoro è tenuto a versare la differenza tra la contribuzione versata e quella dovuta con riferimento al livello di inquadramento contrattuale superiore che sarebbe stato raggiunto dal lavoratore al termine del periodo di apprendistato, maggiorata del 100 per cento, con esclusione di qualsiasi altra sanzione per omessa contribuzione.

Le violazioni legate alla mancata formazione dell’apprendista sono di esclusiva competenza del personale ispettivo del citato Ministero, al quale è inoltre attribuita la competenza ad adottare un provvedimento di disposizione assegnando un congruo termine al datore di lavoro per adempiere, al fine di ripristinare un corretto svolgimento del rapporto (cfr circolare 5/2013).
Per quanto riguarda, invece, i casi di inosservanza dei principi previsti per l’attivazione e lo svolgimento dei rapporti di apprendistato, il Testo Unico prevede l’irrogazione di sanzioni amministrative del tutto nuove ed ha esteso il potere di contestazione di dette violazioni a tutti gli organi di vigilanza che effettuano accertamenti in materia di lavoro e previdenza e quindi anche ai funzionari di vigilanza Inail.

Il merito al regime contributivo, esso è quello disciplinato dalla Legge finanziaria, che, a decorrere dal 1º gennaio 2007, è complessivamente rideterminato in misura pari al 10% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali.  Per effetto della ripartizione del contributo dovuto per gli apprendisti fra le gestioni previdenziali interessate, l’aliquota di competenza Inail è fissata nella misura dello 0,30%. Il contributo dovuto è riscosso dall’Inps che, poi, provvede a riversare all’Inail la quota di competenza.
Per i datori di lavoro che occupano alle proprie dipendenze un numero di addetti pari o inferiore a nove, l’aliquota del 10% per i contratti di apprendistato è ridotta nelle seguenti misure:
- 8,5% per i periodi contributivi maturati nel primo anno di contratto (il contributo diventa pari all’1,5%)
- 7% per i periodi contributivi maturati nel secondo anno di contratto (il contributo diventa pari al 3%).
Resta ferma l’aliquota del 10% per i periodi contributivi maturati negli anni di contratto successivi al secondo. All’aliquota del datore di lavoro, si aggiunge la quota dovuta dall’apprendista che, a seguito dell’aumento dello 0,30% della contribuzione a carico dei lavoratori dipendenti dal 1° gennaio 2007 è pari al 5,84%.

Inoltre, la Circolare ricorda che, per incentivare l’occupazione dei giovani, la legge di stabilità 2012 ha previsto un incentivo da applicare ai contratti di apprendistato stipulati dal 1° gennaio 2012 al 31 dicembre 2016, riconoscendo uno sgravio contributivo del 100% a favore dei datori di lavoro fino a 9 dipendenti per i periodi contributivi maturati nei primi tre anni del contratto.
I benefici contributivi in materia di previdenza ed assistenza sociale (compresa la quota relativa all’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali) sono mantenuti per un anno dalla prosecuzione del rapporto di lavoro al termine del periodo di formazione.  Ne restano esclusi i lavoratori in mobilità assunti con contratto di apprendistato.

Si ricorda inoltre, che la Riforma del lavoro ha espressamente autorizzato, a decorrere dal 1° gennaio 2013,  le Agenzie di somministrazione ad assumere apprendisti per poi somministrarli ai propri clienti. Ciò però è previsto solo in forza di una somministrazione a tempo indeterminato (staff leasing), in quanto, la nuova normativa espressamente esclude la possibilità di assumere apprendisti con contratto di somministrazione a tempo determinato.

Per quanto riguarda le prestazioni assicurative, si confermano le disposizioni vigenti che prevedono, in caso di evento indennizzabile, la liquidazione dell’indennità per inabilità temporanea sulla base della retribuzione effettiva.  La rendita diretta e la rendita a superstiti, invece, verranno calcolate sulla retribuzione prevista per la qualifica iniziale del lavoratore di età superiore ai diciotto anni non apprendista della stessa categoria e lavorazione cui gli apprendisti stessi o i minori sono addetti e comunque a retribuzione non inferiore a quella più bassa stabilita dal contratto collettivo di lavoro per prestatori d'opera di età superiore ai diciotto anni della stessa categoria e lavorazione.

FIOM – CGIL : respinta la nullità del contratto metalmeccanici

Respinto il ricorso presentato dalla Fiom Cgil contro Federmeccanica, Fim e Uilm per il contratto nazionale di lavoro da esse firmato il 5 dicembre 2012 in quanto la Fiom non è legittimata a presentare tale ricorso (TRIBUNALE DI ROMA – Ordinanza 13 maggio 2013).

 

Secondo la Fiom CGIL, la sottoscrizione della citata intesa separata e con l’esclusione della stessa dal tavolo delle trattative, avrebbe portato la violazione dell’Accordo Interconfederale fra Confindustria e CGIL, CISL e UIL del 28/6/11, dell’Intesa Intersindacale sottoscritta in pari data da CGIL, CISL e UIL nonché del Patto interconfederale aggiunto sottoscritto in data 21/9/11
L’intesa raggiunta il 28 giugno 2011 ha rappresentato un traguardo importante nel disciplinare in modo unitario le regole per la misurazione della rappresentatività, prevedendo un sistema di misurazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali che tiene conto del dato associativo e di quello elettorale. Essa, quindi, ha portato un recupero dell’unità sindacale, dopo un prolungato periodo di tensioni e “rotture” caratterizzata da firme disgiunte di molti accordi. In base a tale accordo, infatti, la legittimazione a negoziare viene subordinata al raggiungimento di un dato di rappresentatività superiore al 5% del totale dei lavoratori della categoria cui si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro.
Le motivazioni indotte della Fiom hanno fatto leva soprattutto sul fatto che l’intesa del 2011 avrebbe conferito certezza, non solo riguardo ai soggetti ed ai livelli della contrattazione collettiva, ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole pattuite, rappresentando un segnale di responsabilità delle parti sociali, frutto di compromesso tra le diverse concezioni sindacali e su tali presupposti ha fondato la sua tesi accusatoria.
Le fonti negoziali descritte nell’accordo impongono, secondo la Fiom, uno specifico obbligo giuridico in capo ai soggetti stipulanti. In tal senso, le organizzazioni sindacali coinvolte non sono obbligate ad iniziare una trattativa finalizzata a stipulare un nuovo contralto collettivo,né, tantomeno, sono ovviamente tenute a definire in ogni caso un accordo, ma “se ed in quanto decidano di aprire un processo negoziale per la stipula di un contratto collettivo di categoria, non possono farlo in modo separato, ma devono necessariamente iniziare le trattative congiuntamente, purché ovviamente vi siano le condizioni di rappresentatività predefinite nelle intese ….”
Diversamente, secondo i giudici di primo grado, leConfederazioni sottoscriventi l’accordo interconfederale, pur se strutturalmente collegate alte Confederazioni nazionali, devono ritenersi a tutti gli effetti soggetti autonomi, dotati di una propria ed autonoma struttura interna e di un proprio organo rappresentativo e quindi, come autonomi centri di imputazioni giuridiche attive e passive. Dunque l’Accordo Interconfederale vincolava solo le parti firmatarie, le quali si impegnavano reciprocamente a far osservare dalle proprie associazioni di categoria i principi espressi nell’Accordo stesso.
I citati Accordi Interconfederali, continua la sentenza, sicuramente impegnativi per i sottoscrittori, contengono l’indicazione degli indirizzi politici e comportamentali, nell’ambito dell’’ordinamento sindacale, rivolti alle parti stipulanti i futuri contratti collettivi nazionali ed aziendali, ma proprio per la natura privatistica dell’ambito in cui operano e stante l’autonomia contrattuale, non assumono alcun rilievo pubblicistico né assurgono a parametri di validità e/o di efficacia dei contratti collettivi o aziendali (ugualmente contratti di diritto privato) poi stipulati.
Ne discende che, l’eventuale violazione delle regole, contenute negli Accordi Interconfederali, da parte delle associazioni di categoria, può comportare conseguenze a livello endoassociativo, se ed in quanto previsto dai singoli statuti, ma sicuramente va esclusa una qualche conseguenza a livello civilistico sull’efficacia o validità della contrattazione di livello inferiore.
Ciò in quanto “…gli accordi sottoscritti dalle Confederazioni (ossia dalle strutture sindacali “verticali”) non producono automatici e diretti effetti in capo alle associazioni di categoria ad esse collegate (strutture “orizzontali”), con la conseguenza che né l’Accordo Interconfederale del 28/6/11 né il contestuale Accordo Intersindacale né la postilla del 21/9/11 possono attribuire alla Fiom  alcuna posizione giuridica soggettiva autonomamente tutelabile, con la conseguenza che la ricorrente è priva della legittimazione attiva a far accertare la violazione dei richiamati Accordi. Dunque sono le Confederazioni che si obbligano reciprocamente al fatto del terzo e sono le stesse le uniche che, in ipotesi – potrebbero dolersi del mancalo adempimento di tale impegno da parte delle altre firmatarie nel caso in cui le rispettive associazioni di categoria non si attengano a quanto fissato nell’Accordo Interconfederale ed al principio, dall’Accordo desumibile, della contrattazione congiunta.”
Pertanto, è la stessa CGIL, secondo i giudici, in linea di principio legittimata a far valere, nei confronti solo ed esclusivamente delle altre Confederazioni firmatarie, l’eventuale inadempimento delle “altrui” associazioni di categoria in caso di mancato rispetto degli impegni che le Confederazioni firmatarie si erano reciprocamente impegnate ad osservare e a far osservare.  Tesi quest’ultima che la Fiom ha definito  alquanto “bizzarra” e sulla quale fonderà il suo ricorso, in quanto considerata caratterizzata da una netta contraddizione logica. Ciò in quanto il giudice, affermando che le categorie non avrebbero vincoli derivanti dagli accordi interconfederali, riconosce alla Cgil la legittimazione a fare virtualmente causa a Confindustria, Cisl e Uil perché le loro Federazioni non si sarebbero attenute all’accordo del 28 di giugno.

 

Respinto il ricorso presentato dalla Fiom Cgil contro Federmeccanica, Fim e Uilm per il contratto nazionale di lavoro da esse firmato il 5 dicembre 2012 in quanto la Fiom non è legittimata a presentare tale ricorso (TRIBUNALE DI ROMA - Ordinanza 13 maggio 2013).

 

Secondo la Fiom CGIL, la sottoscrizione della citata intesa separata e con l'esclusione della stessa dal tavolo delle trattative, avrebbe portato la violazione dell'Accordo Interconfederale fra Confindustria e CGIL, CISL e UIL del 28/6/11, dell'Intesa Intersindacale sottoscritta in pari data da CGIL, CISL e UIL nonché del Patto interconfederale aggiunto sottoscritto in data 21/9/11
L’intesa raggiunta il 28 giugno 2011 ha rappresentato un traguardo importante nel disciplinare in modo unitario le regole per la misurazione della rappresentatività, prevedendo un sistema di misurazione della rappresentatività delle organizzazioni sindacali che tiene conto del dato associativo e di quello elettorale. Essa, quindi, ha portato un recupero dell’unità sindacale, dopo un prolungato periodo di tensioni e "rotture" caratterizzata da firme disgiunte di molti accordi. In base a tale accordo, infatti, la legittimazione a negoziare viene subordinata al raggiungimento di un dato di rappresentatività superiore al 5% del totale dei lavoratori della categoria cui si applica il contratto collettivo nazionale di lavoro.
Le motivazioni indotte della Fiom hanno fatto leva soprattutto sul fatto che l’intesa del 2011 avrebbe conferito certezza, non solo riguardo ai soggetti ed ai livelli della contrattazione collettiva, ma anche sull’affidabilità ed il rispetto delle regole pattuite, rappresentando un segnale di responsabilità delle parti sociali, frutto di compromesso tra le diverse concezioni sindacali e su tali presupposti ha fondato la sua tesi accusatoria.
Le fonti negoziali descritte nell’accordo impongono, secondo la Fiom, uno specifico obbligo giuridico in capo ai soggetti stipulanti. In tal senso, le organizzazioni sindacali coinvolte non sono obbligate ad iniziare una trattativa finalizzata a stipulare un nuovo contralto collettivo,né, tantomeno, sono ovviamente tenute a definire in ogni caso un accordo, ma "se ed in quanto decidano di aprire un processo negoziale per la stipula di un contratto collettivo di categoria, non possono farlo in modo separato, ma devono necessariamente iniziare le trattative congiuntamente, purché ovviamente vi siano le condizioni di rappresentatività predefinite nelle intese ...."
Diversamente, secondo i giudici di primo grado, leConfederazioni sottoscriventi l'accordo interconfederale, pur se strutturalmente collegate alte Confederazioni nazionali, devono ritenersi a tutti gli effetti soggetti autonomi, dotati di una propria ed autonoma struttura interna e di un proprio organo rappresentativo e quindi, come autonomi centri di imputazioni giuridiche attive e passive. Dunque l'Accordo Interconfederale vincolava solo le parti firmatarie, le quali si impegnavano reciprocamente a far osservare dalle proprie associazioni di categoria i principi espressi nell'Accordo stesso.
I citati Accordi Interconfederali, continua la sentenza, sicuramente impegnativi per i sottoscrittori, contengono l'indicazione degli indirizzi politici e comportamentali, nell'ambito dell’'ordinamento sindacale, rivolti alle parti stipulanti i futuri contratti collettivi nazionali ed aziendali, ma proprio per la natura privatistica dell'ambito in cui operano e stante l’autonomia contrattuale, non assumono alcun rilievo pubblicistico né assurgono a parametri di validità e/o di efficacia dei contratti collettivi o aziendali (ugualmente contratti di diritto privato) poi stipulati.
Ne discende che, l'eventuale violazione delle regole, contenute negli Accordi Interconfederali, da parte delle associazioni di categoria, può comportare conseguenze a livello endoassociativo, se ed in quanto previsto dai singoli statuti, ma sicuramente va esclusa una qualche conseguenza a livello civilistico sull'efficacia o validità della contrattazione di livello inferiore.
Ciò in quanto "...gli accordi sottoscritti dalle Confederazioni (ossia dalle strutture sindacali "verticali") non producono automatici e diretti effetti in capo alle associazioni di categoria ad esse collegate (strutture "orizzontali"), con la conseguenza che né l'Accordo Interconfederale del 28/6/11 né il contestuale Accordo Intersindacale né la postilla del 21/9/11 possono attribuire alla Fiom  alcuna posizione giuridica soggettiva autonomamente tutelabile, con la conseguenza che la ricorrente è priva della legittimazione attiva a far accertare la violazione dei richiamati Accordi. Dunque sono le Confederazioni che si obbligano reciprocamente al fatto del terzo e sono le stesse le uniche che, in ipotesi - potrebbero dolersi del mancalo adempimento di tale impegno da parte delle altre firmatarie nel caso in cui le rispettive associazioni di categoria non si attengano a quanto fissato nell'Accordo Interconfederale ed al principio, dall'Accordo desumibile, della contrattazione congiunta."
Pertanto, è la stessa CGIL, secondo i giudici, in linea di principio legittimata a far valere, nei confronti solo ed esclusivamente delle altre Confederazioni firmatarie, l'eventuale inadempimento delle "altrui" associazioni di categoria in caso di mancato rispetto degli impegni che le Confederazioni firmatarie si erano reciprocamente impegnate ad osservare e a far osservare.  Tesi quest’ultima che la Fiom ha definito  alquanto "bizzarra" e sulla quale fonderà il suo ricorso, in quanto considerata caratterizzata da una netta contraddizione logica. Ciò in quanto il giudice, affermando che le categorie non avrebbero vincoli derivanti dagli accordi interconfederali, riconosce alla Cgil la legittimazione a fare virtualmente causa a Confindustria, Cisl e Uil perché le loro Federazioni non si sarebbero attenute all'accordo del 28 di giugno.

 

IMU prima rata 2013: il Mef risponde ai quesiti

Per risolvere la situazione di incertezza venutasi a creare in relazione al versamento dell’IMU, il Ministero delle Finanze fornisce alcuni chiarimenti in merito al pagamento della prima rata dell’imposta relativa all’anno 2013: acconto senza multa per chi paga in base alle delibere 2012 e sospensione della prima rata anche per alcune ipotesi di immobili assimilati all’abitazione principale (Ministero dell’economia e delle finanze- Circolare 23 maggio 2013, n. 2/DF).

In base all’attuale quadro normativo la prima rata dell’IMU dovrebbe essere versata entro il 17 giugno 2013 tenendo conto delle deliberazioni di approvazione delle aliquote e della detrazione nonché dei regolamenti pubblicati nel sito www.finanze.it alla data del 16 maggio 2013.
Tuttavia, è in discussione al Senato una probabile modifica della disciplina che prevede invece il calcolo della prima rata (acconto) “sulla base dell’aliquota e delle detrazioni dei dodici mesi dell’anno precedente”.
Inoltre, è stata disposta la sospensione della prima rata 2013 dell’IMU dovuta per:
– l’abitazione principale e le relative pertinenze, con esclusione di quelle di tipo signorile (A/1), delle ville (A/8), dei castelli o palazzi di pregio storico o artistico (A/9);
– le unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari;
– gli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica;
– i terreni agricoli e i fabbricati rurali.

Considerata la situazione di incertezza determinata dall’evoluzione normativa in corso, il M.E.F. ha precisato che:

– ferma restando in ogni caso la potestà di accertamento del tributo da parte dei comuni, in relazione alla possibilità di effettuare il versamento della prima rata sulla base delle aliquote e della detrazione deliberate per il 2012, prima dell’entrata in vigore della modifica normativa, tale comportamento deve ritenersi non sanzionabile in base al principio di diritto secondo il quale “le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria (articolo 10, comma 3, dello Statuto del contribuente)”.

– per quanto concerne gli immobili classificati nel gruppo catastale D, essendo mutata, in via generale, la disciplina sostanziale della fattispecie in questione, il calcolo per il versamento della prima rata deve essere effettuato tenendo conto, innanzitutto, del moltiplicatore elevato a 65 per i fabbricati classificati nella categoria catastale D/5. Anche in questo caso, d’altra parte, per il versamento della prima rata è possibile applicare l’aliquota deliberata per il 2012, ancorché risultasse inferiore a quella standard (0,76%).

– con riferimento al beneficio della sospensione della prima rata in scadenza il 17 giugno 2013, ne possono beneficiare anche gli immobili posseduti a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata, nonché quelli posseduti da cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata, se il Comune ha deliberato l’assimilazione di tali fattispecie all’abitazione principale. Il beneficio si applica sia nel caso in cui l’assimilazione venga disposta per l’anno 2013, sia in quello in cui la stessa sia stata effettuata nel 2012 e non sia stata modificata nel 2013.

– in relazione all’ipotesi di coniugi separati, per cui uno di essi è assegnatario dell’ex casa coniugale e l’altro possiede un altro immobile adibito ad abitazione principale, la sospensione della prima rata in scadenza il 17 giugno 2013 trova applicazione per entrambi.

Per risolvere la situazione di incertezza venutasi a creare in relazione al versamento dell’IMU, il Ministero delle Finanze fornisce alcuni chiarimenti in merito al pagamento della prima rata dell’imposta relativa all’anno 2013: acconto senza multa per chi paga in base alle delibere 2012 e sospensione della prima rata anche per alcune ipotesi di immobili assimilati all’abitazione principale (Ministero dell’economia e delle finanze- Circolare 23 maggio 2013, n. 2/DF).

In base all’attuale quadro normativo la prima rata dell’IMU dovrebbe essere versata entro il 17 giugno 2013 tenendo conto delle deliberazioni di approvazione delle aliquote e della detrazione nonché dei regolamenti pubblicati nel sito www.finanze.it alla data del 16 maggio 2013.
Tuttavia, è in discussione al Senato una probabile modifica della disciplina che prevede invece il calcolo della prima rata (acconto) "sulla base dell’aliquota e delle detrazioni dei dodici mesi dell’anno precedente".
Inoltre, è stata disposta la sospensione della prima rata 2013 dell’IMU dovuta per:
- l’abitazione principale e le relative pertinenze, con esclusione di quelle di tipo signorile (A/1), delle ville (A/8), dei castelli o palazzi di pregio storico o artistico (A/9);
- le unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa adibite ad abitazione principale e relative pertinenze dei soci assegnatari;
- gli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari (IACP) o dagli enti di edilizia residenziale pubblica;
- i terreni agricoli e i fabbricati rurali.

Considerata la situazione di incertezza determinata dall’evoluzione normativa in corso, il M.E.F. ha precisato che:

- ferma restando in ogni caso la potestà di accertamento del tributo da parte dei comuni, in relazione alla possibilità di effettuare il versamento della prima rata sulla base delle aliquote e della detrazione deliberate per il 2012, prima dell’entrata in vigore della modifica normativa, tale comportamento deve ritenersi non sanzionabile in base al principio di diritto secondo il quale "le sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria (articolo 10, comma 3, dello Statuto del contribuente)".

- per quanto concerne gli immobili classificati nel gruppo catastale D, essendo mutata, in via generale, la disciplina sostanziale della fattispecie in questione, il calcolo per il versamento della prima rata deve essere effettuato tenendo conto, innanzitutto, del moltiplicatore elevato a 65 per i fabbricati classificati nella categoria catastale D/5. Anche in questo caso, d’altra parte, per il versamento della prima rata è possibile applicare l’aliquota deliberata per il 2012, ancorché risultasse inferiore a quella standard (0,76%).

- con riferimento al beneficio della sospensione della prima rata in scadenza il 17 giugno 2013, ne possono beneficiare anche gli immobili posseduti a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata, nonché quelli posseduti da cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato a titolo di proprietà o di usufrutto in Italia, a condizione che non risulti locata, se il Comune ha deliberato l’assimilazione di tali fattispecie all’abitazione principale. Il beneficio si applica sia nel caso in cui l’assimilazione venga disposta per l’anno 2013, sia in quello in cui la stessa sia stata effettuata nel 2012 e non sia stata modificata nel 2013.

- in relazione all’ipotesi di coniugi separati, per cui uno di essi è assegnatario dell’ex casa coniugale e l’altro possiede un altro immobile adibito ad abitazione principale, la sospensione della prima rata in scadenza il 17 giugno 2013 trova applicazione per entrambi.